La bandiera dell'Arabia Saudita (fonte: Amnesty International)
La bandiera dell’Arabia Saudita (fonte: Amnesty International)

L’Arabia Saudita è da sempre teatro di orrori e ingiustizie, ma il recente caso che ha coinvolto il giovane Ali Al-Nimr, fatica a trovare spazio tra il grande pubblico. Ali, come molti altri giovani della sua età, ha denunciato pubblicamente l’oppressione del regime e per questo motivo è stato condannato alla decapitazione. La sua triste storia comincia nel Febbraio del 2012 quando, ancora diciassettenne, viene arrestato nella Provincia Orientale dell’Arabia, una delle zone più ricche di giacimenti petroliferi, dove risiedono la maggior parte degli islamici sciiti (il Paese infatti è a maggioranza sunnita). Nell’inverno di quell’anno si respira un clima tesissimo, dato dagli scontri quotidiani tra sunniti e sciiti, le due facce dell’Islam. Le autorità locali, prima che la polveriera esploda, decidono di intervenire e di reprimere duramente gli sciiti. Riyad è a conoscenza del serio pericolo che corre nella regione di Al-Sharqiyya, una zona ricca di giacimenti di petrolio e gas naturale, vera e propria spina dorsale dell’economia araba: a questo punto bisogna intervenire. Il ministro dell’Interno, in contatto con l’erede al trono Mohammed Bin Nayef, dà il via a un’operazione congiunta con le autorità di  Dammam, capoluogo della Provincia orientale, dove si stanno svolgendo manifestazioni pacifiche per chiedere il rispetto di diritti fondamentali, cancellati dalla dottrina fondamentalista wahabita. Il governo centrale teme che la Primavera Araba, esplosa l’anno precedente, sia solo in una fase quiescente e che le influenze iraniane sulla regione portino le minoranze sciite del Paese a ribellarsi. Tra le centinaia di manifestanti, che affollavano in quei giorni le piazze della regione, c’era anche Ali che rivendicava a gran voce un futuro migliore per lui e i suoi coetanei. La polizia lo arrestò con l’accusa di detenzione illegale di arma da fuoco, incriminazione falsa come hanno sottolineato a più riprese i familiari e di aver aggredito un agente durante le rimostranze. Dopo tre anni di carcere, nel Maggio del 2014 Ali viene condannato a morte e la sua esecuzione potrebbe avvenire da un momento all’altro, visto che ,qualche settimana fa, la sentenza è stata confermata. La storia di Ali consta di un altro particolare, non del tutto irrilevante: quando viene arrestato e identificato a seguito della manifestazione, si scopre che lui è il nipote di Nimr Baqr al Nim, uno dei più influenti religiosi di fede sciita di Al-Sharqiyya, già condannato alla pena di morte. In questi giorni il fratello di Ali, Baqer ha rivolto un appello ai maggiori capi di Stato per fare in modo che la vicenda di suo fratello abbia risonanza a livello internazionale e si possa trovare una soluzione. Il tempo stringe e la fine di questo incubo sembra lontana, nonostante gli impegni formali di Hollande e della diplomazia statunitense che, insieme ad Amnesty International e Human Rights, da anni impegnate nella denuncia di casi simili, tentano invano da tempo di trattare con il governo monarchico saudita. In questi anni infatti ci sono stati diversi casi di soprusi e ingiustizie per molti giovani attivisti che hanno denunciato a viso aperto l’oppressione del regime fondamentalista e le innumerevoli iniquità sociali con cui un cittadino arabo deve confrontarsi quotidianamente. In molte circostanze ciò è testimoniato dal coraggio che molti cittadini arabi mostrano nel rivendicare i loro sacrosanti diritti. E’ d’esempio quanto dimostrato da Loujain Hathloui e Maysaa Alamoudi, due giovani donne che hanno guidato fino al confine con gli Emirati Arabi Uniti, nonostante la repressiva legge wahabita imponga il divieto alle donne di condurre veicoli.  Eppure anche loro, come Ali, sono state condannate con l’accusa, tendenziosa, di voler attentare al Paese e per questo motivo incarcerate. Un altro caso è quello del blogger Raif Badawi, strenuo difensore delle ideologie democratiche su cui avrebbe dovuto fondarsi l’utopia di un’Arabia democratica, come scriveva sul suo blog, condannato a 1000 frustate e 10 anni di carcere. Anche Waleed Abul Khair, il più importante avvocato ed esperto di diritti umani del Paese, è stato prelevato mentre si trovava in tribunale per un processo e arrestato per aver ordito un complotto contro il governo saudita. Le loro storie sono toccanti e forniscono un quadro sconcertante di quanto il Paese mediorientale sia indietro nel campo dei diritti civili. Un Paese che nega quanto affermato nella dichiarazione universale dei diritti umani, reprimendo ogni forma di associazione politica e stroncando sul nascere le giovani forze propositive che vogliono rendere l’Arabia libera e scevra da ogni preconcetto, dove l’espressione del sé e delle proprie idee nel presente sia la base per la democrazia del futuro.

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