Svetlana Aleksievic, giornalista e scrittrice bielorussa, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura 2015
Svetlana Aleksievič, giornalista e scrittrice bielorussa, vincitrice del Premio Nobel 2015 per la letteratura

La forza d’animo è la virtù che contraddistingue questa donna, tanto timida e schiva di fronte alle telecamere, quanto forte nel raccontare storie che hanno segnato in modo tragico il nostro mondo. Svetlana Aleksievič, nata 67 anni fa a Ivano-Frankivs’k, città situata nella parte occidentale dell’Ucraina, è la scrittrice che ha vinto il Nobel per la letteratura di quest’anno. Il mormorio della critica più conservatrice, sorpresa e spaventata non solo nel vedere assegnato il prestigioso riconoscimento ad una “semplice” cronista, ma soprattutto nell’apprendere come il giornalismo abbia sfondato quella quarta parete che a lungo gli era costruita intorno dagli ambienti accademici, non ha comunque messo in discussione il risultato. La sensibilità con cui ha trattato le storie di tutti è sorprendente e affascinante, proprio oggi in cui il lato umano della notizia e del giornalismo risulta deficitario se non del tutto assente. Il mondo dell’informazione vive un’epoca di cambiamenti, sia nei mezzi che nei termini, con l’obiettivo, sempre più pressante, di trasmettere l’evento d’attualità o il fatto di cronaca con un’immediatezza distaccata nei confronti del lettore: si trascurano del tutto le sottili vicende dei protagonisti, la loro voce, i loro sguardi. Quel lato psicologico della narrazione giornalistica sembra scomparso: uomini e donne che hanno vissuto i drammi in prima persona sono relegati a comparse, lasciando il posto a testimonianze volte solo a far luce sul fatto fine a se stesso. Parlare dell’accaduto in modo distante e indifferente può solo nuocere allo spettatore, creando in lui una coscienza effimera, prodotta dalla continua somministrazione di “materia fredda”, come oggi è la notizia prodotta dall’informazione generalista. Viviamo sempre più in un’epoca da “ultim’ora”, da breaking news, dettata dal ritmo frenetico della società e dai nuovi mezzi di ricezione dell’informazione, come smartphone e computer, medium “freddi” (per adoperare un’espressione del sociologo canadese Marshall McLuhan) e distaccati. L’abnegazione che Svetlana Aleksievič ha riversato nell’arte del “raccontare storie umane” – così mi piace definirla -, ponendo come punto focale, nei suoi libri-reportage, la persona narrante, è stata allora non tanto quella di denunciare la condizione della donna nella Russia di ieri e di oggi, di trattare del disastro di Černobyl’ o di raccontare la guerra in Afghanistan, tutti temi noti e a lungo trattati da giornalisti e analisti politici di lungo corso nelle più disparate zone del Pianeta, ma di umanizzare questi drammi. Lei non ha e non ha avuto la pretesa di fornire una visione cronachistica della realtà, una “verità effettuale”, di piglio pragmatico – come osservò Machiavelli -, piuttosto si è impegnata ad interpellare e ad interagire con l’uomo e non solo con il fatto trattato, riuscendo a far riflettere un pubblico sempre più ipnotizzato dalla rapida successione di notizie. imageLa domanda sorge spontanea: può, alla luce di quanto detto e dimostrato dalla scrittrice di nazionalità biellorussa, destare scalpore questa umanizzazione del giornalismo? Senz’altro rivela amaramente il nostro mondo e ci pone di fronte al problema poc’anzi citato, quello dell’odierna galassia dell’informazione , simultanea, ma indifferente, che scruta con occhio indiscreto il corpo del piccolo Aylan o le lacrime dei manifestanti di Ankara, ma che rimane lì, immobile e apatica, che si fregia di mostrare tutto e subito e di non censurare, lasciando coperta una parte del cuore, in attesa del prossimo dramma da smerciare. Per quanto poco possa valere la mia opinione ringrazio Svetlana Aleksievič – che un giorno spero di poter intervistare -, perché mi ha fatto riflettere su cosa significhi guardare dentro la notizia, senza la paura di criticare i poteri forti, con la convinzione di aver fatto bene il proprio lavoro solo quando si è entrati dentro le storie dei protagonisti.

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