L’infittirsi dei rapporti politico-militari tra Russia e Siria di queste settimane, ha una matrice solida e radicata nei decenni. L’asse che lega questi due Paesi dalla caratura e dal peso internazionale molto diversi, trova assonanze nella politica interna che ha caratterizzato i regimi autoritari che si sono succeduti, in tutto il Novecento, nei due Stati. La questione siriana è una tra le più impellenti nel dossier internazionale che ha come obiettivo la lotta senza frontiere al sedicente Stato Islamico e l’importanza di conoscere la sua storia passata e i suoi rapporti con i grandi della Terra è quantomai necessaria. L’interesse a prevalere o perlomeno a guadagnare terreno, a seconda delle contingenze, sul Mediterraneo è stato uno dei cardini della politica estera dei diversi zar di Russia che si sono nel tempo succeduti al potere. Non deve perciò sorprendere che la diplomazia russa, capeggiata dall’autoritario Vladimir Putin, operi in maniera bi-frontale nella partita internazionale per fronteggiare l’Isis, da un lato mostrando spazi di trattativa con Onu e Usa, dall’altro consolidando il rapporto che lega la Russia e il presidente Putin alla Siria.

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Il burrascoso filo diretto che intercorre tra Stati Uniti – a capo della coalizione internazionale impegnata a sconfiggere il sedicente Califfato e a ristabilire l’ordine in Medio Oriente – e Russia si arricchisce di nuovi interessanti scenari con il passare delle settimane. Per la storia recente è utile tenere a mente le parole che Putin ha pronunciato all’Assemblea delle Nazioni Unite, riunitasi a fine Settembre. In quell’occasione il suo discorso, pur permeato di cinismo e sospetto per le posizioni assunte dagli Usa durante il summit, risultò convincente e pragmatico, capace di dare una concreta risposta alle problematiche correnti, molto più delle parole di Obama e Kerry. La stessa diffidenza russa per l’azione statunitense, si è tramutata in un tangibile spauracchio che solo gli osservatori più attenti ed esperti avevano in mente da tempo. L’asse tra Siria e Russia è forte e datato e ci rivela in maniera palese quanto Mosca e Damasco siano, soprattutto ora, politicamente allineati.

Per la storia del ‘900 fu di vitale importanza la “questione degli Stretti” che vide contrapposta l’Urss, pronta ad avere un ruolo egemone nel Mediterraneo, alla Francia e alla Gran Bretagna, che impedirono il passaggio delle navi russe nello stretto dei Dardanelli e in quello del Bosforo – situazione in seguito regolata, a sfavore dell’Urss, con il Trattato di Mountreaux del ’36. Quella fu l’occasione che portò ancora più fermento tra gli allora sovietici che, guidati da Stalin, si inserirono nel graduale processo di decolonizzazione del Medio Oriente. L’accordo tra i due Paesi giunse in gran segreto nel febbraio del ’46, con un patto bilaterale siglato all’oscuro di Gran Bretagna e Francia, allora Stato colonizzatore di Damasco. Appena dieci anni dopo, nel ’56, la Siria era diventata di fatto l’avamposto sovietico sul Mediterraneo, dopo che l’URSS era uscita rafforzata dalla crisi di Suez. Nei primi mesi del 1970 la situazione politica interna al Paese medio orientale è delle più critiche e solo un uomo forte come Hafez Al-Assad, padre di Bashar – attuale leader siriano -, appoggiato da più parti e con il consenso sovietico, può prendere le redini di una Siria in balìa del caos. Non è un caso che un anno dopo, nel ’71, si firmi un accordo tutt’oggi onorato da entrambe le parti. Tale accordo prevedeva l’allestimento, nella città di Tartus, di una base militare russa in grado di difendere la Siria dagli attacchi dei Paesi confinanti. L’accesa disputa con gli Stati Uniti si gioca anche sul ruolo questo importante polo strategico sul Mediterraneo che Obama e la sua amministrazione non vedono di buon occhio per una risoluzione pacifica della questione siriana. Gli Usa chiedono a gran voce che la Russia abbandoni Tartus e permetta la formazione di un governo di unità nazionale che stabilisca, in definitiva, la democrazia all’interno della Siria, senza che Putin spalleggi il regime di Bashar Al-Assad.

Questa risulta essere una delle tante voci che compongono il dossier Isis, una situazione intricata e ostica che potrebbe rallentare la crociata occidentale contro lo Stato Islamico. Obama ha dato prova di sé trovando, in breve tempo, un accordo sul nucleare iraniano, Putin è alla finestra e vuole affermarsi come leader potente e capace di avere un ruolo guida nell’asse medio orientale. La sfida si gioca su due fronti: preverranno le posizioni di Usa e Europa, intenti quanto prima a risolvere il dilagante fanatismo religioso  e ad imporre, in Siria, un governo-ombra a guida statunitense o quelle di Putin, uomo solo al comando che, tra interessi nazionali e rivendicazioni internazionali, vuole guadagnare un ruolo egemone nello scacchiere internazionale? Chi assumerà le decisioni più rischiose, ora più che mai, è destinato a vincere la partita. Siamo solo al fischio d’inizio.

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