Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu (REUTERS/Mark Wilson/Pool)
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu (REUTERS/Mark Wilson/Pool)

“Hitler voleva deportare gli ebrei, non sterminarli. Il Gran Muftì di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini andò da lui e gli disse: ‘Se li espelli verranno tutti qui’. ‘Allora cosa devo fare con loro?’ ‘Bruciali’, rispose il Gran Muftì”. Se questa dichiarazione, fatta durante il congresso mondiale sionista, fosse stata accolta con clamore dai media di tutto il mondo, ci saremmo senz’altro trovati a parlare dell’ennesimo caso internazionale, che coinvolge il già tristemente noto Benjamin Netanyahu. Le esternazione del premier israeliano non sorprendono, o forse, non sorprendono più visti gli innumerevoli quanto feroci attacchi verso il mondo islamico e palestinese, che ha, nel corso dei suoi mandati, osteggiato fermamente. “Non permetterò che sia creato uno Stato palestinese”, e ancora: “Chiunque acconsentirà alla creazione di un Stato palestinese non farà altro che offrire dentro lo Stato di Israele una base di lancio per gli attacchi dell’Islam radicale”. Le seguenti dichiarazioni, rilasciate ai principali media della Nazione, arrivarono ventiquattro ore prima dell’apertura delle urne per le elezioni politiche, tenutesi lo scorso 16 Marzo. Il Likud di Netanyahu si trovava sotto nei sondaggi che davano la maggioranza dei seggi allo sfidante laburista Isaac Herzog, sostenuto da una larga coalizione di centro-sinistra. Vinse Netanyahu perché, a poche ore dall’apertura delle urne, riuscì ad ottenere l’appoggio del partito nazionalista di estrema destra capeggiato da Moshe Kahlondi – un tempo esponente di spicco del Likud e ministro nel primo e nel secondo governo Netanyahu. E’ forse da qui, da quelle elezioni convocate prima della normale scadenza del suo mandato presidenziale, che comincia la veloce e costante resa di Netanyahu. Un progressivo susseguirsi di azioni e dichiarazioni, tra l’illogico e il grottesco, che fanno emergere la sua cecità e abiettezza – come faceva notare ieri David Grossman, scrittore israeliano, dalle colonne di Repubblica – verso la terza Intifada dei coltelli, che va sanguinosamente in scena da qualche settimana. Travisare completamente la storia – come poc’anzi ho riportato – a fini propagandistici è l’ultimo degli stratagemmi messi in atto da Netanyahu per scuotere la frangia più estrema del suo elettorato. Il premier non ha in mano il Paese, come sottolineava Grossman, ma lo tiene sotto scacco parlando dei pericoli tangibili che il popolo israeliano vive su più fronti. Un uomo solo che “guarda il mondo con occhi apparentemente aperti ma di fatto chiusi”.

Negli scorsi mesi, dopo che era stato raggiunto un accordo di massima sul nucleare in Iran, il premier aveva mostrato scetticismo nei confronti di Usa e UE, colpevoli di non aver fatto abbastanza per impedire un futuro e, secondo Netanyahu, probabile riarmo del Paese a maggioranza sciita. Allora le dichiarazioni che seguitarono, non fecero che acuire le tensione interne. Oggi i sionisti, i principali sostenitori del “Bibi” autoritario e nazionalista, dell’uomo solo al comando della Nazione, non lo ritengono più capace di tenere testa all’ondata islamo-centrica che grava sulla Regione da più fronti – Iran, Palestina e Isis. C’è da sottolineare che le opposizioni interne al Paese – molto vicine ad Abu Mazen, leader e presidente dell’Anp – vogliono, oggi più che mai, delegittimare il leader del Likud, facendo leva sul popolo palestinese, scontento delle continue ingiustizie che si trova costretto a subire e dei repressivi tentativi di controllo imposti dal premier israeliano – non ultimo l’installazione di telecamere di sorveglianza nella Spianata delle moschee, importante luogo di preghiera dei musulmani.

La linea ultra-nazionalista perseguita nei mesi da Netanyahu  si è rivelata un’arma a doppio taglio. Se infatti da un lato ha disconosciuto le autorità palestinesi, negando categoricamente ogni apertura al dialogo, dall’altro ha acuito il malcontento delle frange arabe e filopalestinesi che in queste settimane hanno dato il via alla terza sanguinosa Intifada dei coltelli. Allora, con le spalle al muro, il premier ha ritenuto opportuno rilasciare dichiarazioni forti, tuonando contro l’Intifada ed evocando la pagina più tragica della storia contemporanea, nell’ultimo disperato tentativo di scuotere il suo popolo. Un popolo, oggi più che mai, critico e dubbioso del ruolo di “Bibi”, schiacciato dallo stesso disperato nazionalismo che continua a professare indisturbato che gli ha portato, finora, più nemici che sostenitori. Non ultima la Germania, fortemente critica con quanto proferito dal premier sulla Shoah.

Occorre fare chiarezza e correggere, se mai ce ne fosse bisogno, sulle parole pronunciate da Netanyahu, che ha accusato l’allora Muftì di Gerusalemme al-Husseini, massima autorità religiosa araba e palestinese, di aver suggerito ad Hitler il genocidio del popolo ebraico: Hitler, sul finire degli anni ’30, aveva ipotizzato il possibile trasferimento in massa degli ebrei in Madagascar – tentativo al limite tra il paradossale e il grottesco, considerando anche la contrarietà di Francia e Gran Bretagna. I gerarchi nazisti erano persuasi da questa idea e la consideravano fattibile sul piano pratico ispirati dal genocidio degli armeni, deportati nel deserto e lasciati morire di stenti. Le uccisioni di Vilnius nel luglio del 1941 sono l’inizio di quello che sarà l’Olocausto in tutti i suoi spetti più drammatici. L’incontro con il Muftì ci fu, ma avvenne, come riportano le fonti, il 28 Novembre dello stesso anno, quando i gerarchi nazisti avevano già disposto omicidi e stavano per progettarne di nuovi. Fonti inglesi attribuiscono al Muftì, in occasione dell’incontro con il Führer, queste parole: “Gli arabi sono amici naturali della Germania perché hanno gli stessi nemici: e cioè gli inglesi, gli ebrei e i comunisti”. Non è un caso che molti musulmani costituirono in seguito un’ala dell’esercito del Reich. La realtà risulta quindi ben diversa da come la presenta Netanyahu e in una situazione fortemente instabile come quella che oggi vive Israele, esternazioni simili possono avere un effetto dirompente e pericoloso, capace di scatenare i fanatismi più veementi. Se poi però si riflette su chi ha commesso questa oscena strumentalizzazione allora lo sdegno e la sorpresa si mostrano vani e velleitari. Da “Bibi” ci si può sempre aspettare di peggio.

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