La debita attenzione che dovrebbe essere rivolta alle questioni ambientali e climatiche ancora una volta rischia di essere subissata dai tragici fatti d’attualità – sarebbe opportuno ragionare sulla nozione di attuale e inattuale – che in queste settimane affollano televisioni e giornali di tutto il mondo, alimentando un perpetuo dibattito quotidiano. L’importanza di trattare tematiche legate al futuro climatico del Pianeta, che richiedono spesso un considerevole background tecnico-scientifico, va di pari passo con la capacità dei media di tradurre sinotticamente al grande pubblico, le innumerevoli questioni irrisolte sul degrado ambientale che stringono nella loro mossa la Terra. Formare in modo critico il cittadino – persuadendolo ad interessarsi a ciò che, più di tutto, lo riguarda da vicino – è un’altra delle grandi sfide da affrontare, così come sono fondamentali gli scenari che si aprono a margine dei lavori del Cop 21, l’assemblea generale sull’ambiente, che coinvolge, oltre ai maggiori capi di Stato, 40 mila membri, tra esperti e ambientalisti, da tutto il mondo e che vede 70 Paesi confrontarsi sulle questioni più spinose e impellenti riguardanti la salvaguardia e la tutela degli ecosistemi nei prossimi anni.

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Ecosistema, appunto, è il termine che si spera possa guidare il percorso di riforme green che i maggiori governi del Pianeta dovranno attuare nei prossimi anni. Le forze in campo sono tante: la Cina di Xi Jin Ping, chiamata a ridurre drasticamente le emissioni di CO2 entro il 2030, che, sollecitata a più riprese dalla Comunità Internazionale all’utilizzo combinato di energia rinnovabile e fossile nei processi produttivi, dovrà elaborare – come peraltro emerge da un primo abbozzo steso nei giorni scorsi al Congresso del Partito Comunista – una road map che permetta di attuare politiche volte allo sviluppo ambientale tra il 2016 e il 2020. Anche Ue e Usa sono chiamati ad un ruolo di prim’ordine nella partita internazionale sul clima e l’ambiente: l’Europa, continente che ha un passato propositivo ed ecologista, è chiamata a riconfermarsi capofila nel dialogo con le controparti, ponendo fine agli indugi che l’hanno caratterizzata in questi anni in tema di politiche ambientali – malintesi dati soprattutto dalle divergenze interne agli Stati dell’Unione. Gli Usa, che avvertono lo spauracchio di possibili ripercussioni economiche, acuito dallo scetticismo mostrato sull’efficacia di politiche ecologiste e dalla “rivoluzione copernicana” che andrebbe apposta ai piani industriali nell’immediato futuro, sono costretti a fare un passo importante dopo le critiche mosse dalle associazione ambientaliste di tutto il mondo a seguito del protocollo di Kyoto del 1997, firmato dall’allora presidente Bill Clinton, ma mai ratificato dal Senato statunitense. Nonostante ciò il segretario di Stato John Kerry non ha smorzato le polemiche, dichiarando che il vertice non sarà cruciale e vincolante per gli Usa, come invece auspicato da Francois Hollande. Il presidente francese auspica soluzioni concrete e largamente condivise, che segnino la strada delle riforme, insistendo sull’importanza del Cop 21. <<Non sia ridotta a negoziato>>, le parole pronunciate nelle scorse ore dal primo ministro Manuel Valls, ma il meeting, si spera, sia il palcoscenico che offra un dialogo costante e proficuo per il presente e per il futuro del Pianeta, dalla sfida al riscaldamento globale ad un dibattito sulle rinnovabili. Partire dall’ambiente e dal clima può senz’altro offrire diversi spunti di riflessione e fare luce sui problemi della cooperazione internazionale, portando a capire meglio determinate strategie economiche, sociali e politiche che, oggi più che mai, il villaggio mondiale –un mondo circoscritto ad uno spazio sempre più ridotto che deve trovare un’intesa comune nel più breve tempo possibile – è costretto ad affrontare.

 

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