Attuare una nuova strategia politico-militare per fronteggiare Daesh, è il primo obiettivo da individuare per contrastare l’espansionismo territoriale degli estremisti islamici in questa nuova stagione di predominio. I sintomi, che di qui a breve segneranno il principio di una nuova fase, sono già ben tangibili e la coalizione anti-Is deve prenderne immediata consapevolezza ed agire di conseguenza. Circa un anno fa (la notizia risale al Dicembre 2014), l’Is aveva comunicato attraverso Facebook e Twitter e agli organi di stampa vicini al Califfato del terrore, l’intenzione di forzare il confine libico e di conquistare il Nord Africa. Queste voci, col passare dei mesi, non hanno trovato riscontro e sembravano agli occhi del mondo l’ennesima trovata propagandistica che lo Stato Islamico faceva circolare in Rete per attrarre guerriglieri locali e foreign fighters, pronti a prendere le armi. La minaccia oggi si fa più concreta e pressante, tanto più che il raggio d’azione in cui Daesh attualmente opera nei prossimi mesi si restringerà ulteriormente, ostacolato dai raid che la coalizione  sta compiendo in queste settimane su Raqqa, Mosul e su altre importanti roccaforti Is.isis-2.jpg

A ciò si aggiunge l’intento di conquistare la Libia, che si è palesato con forza data la stretta che la coalizione sta dando al Levante, su cui opera Daesh. Molti territori-chiave come il confine tra Siria e Turchia e alcuni avamposti in Iraq, stanno sfuggendo di mano al Califfato, anche a margine dell’operazione congiunta tra le forze di difesa irachene e i guerriglieri curdi. Un eventuale affaire nordafricano potrebbe portare a scenari inaspettati, animando il dibattito interno alla coalizione, già fortemente divisa al suo interno, sulla possibilità di attuare politiche interventiste. Un attacco Is all’ex feudo di Gheddafi poi farebbe ulteriormente vacillare l’Italia sulla decisione di armarsi, nonostante il nostro Paese si mostri freddo difronte all’ipotesi di attaccare, direttamente con raid e interventi sul campo, i territori sotto il dominio del Califfato. L’avanzata libica segnerebbe una nuova fase anche per la stessa coalizione: Italia e Francia sarebbero le prime a prendere provvedimenti ed eventualmente ad armarsi, visti gli interessi economici che gravitano intorno al Paese nordafricano. Quest’ultima poi si sentirebbe doppiamente colpita, mettendo nuovamente in agitazione l’Europa e accrescendo l’insicurezza alle porte del Vecchio Continente per svariati motivi:

  • esponenziale aumento dell’immigrazione e di possibili terroristi ai varchi di accesso all’Europa (Italia e Grecia)
  • attacco agli stabilimenti petroliferi francesi e agli interessi economici e commerciali europei
  • possibile sfondamento in Paesi francofoni (Algeria, per esempio)

Proprio quest’ultima prospettiva risulta la più ardua da arginare: infatti l’Is ha dimostrato in questi mesi di avanzare in modo progressivo seppur cronologicamente discontinuo nei territori, attuando una politica espansiva di contiguità e di sfondamento dei confini, come dimostrato in Siria e in Iraq, oltreché assediando roccaforti, città-chiave a livello economico o strategico e sottomettendo i territori circostanti. In Libia poi il gruppo di Islamic Youth Shura Council, formato da fazioni di estremisti islamici, in contatto diretto con i terroristi somali di Al-Shabaab, controlla la città di Derna, nell’est del Paese e la presenza di due governi non facilita le operazione di dialogo della coalizione. Istituire un tavolo di trattativa risulterebbe arduo, visto che il governo riconosciuto dalla comunità internazionale ha le mani legate ed esercita un potere territoriale circoscritto e irrisorio. Questa è un’ulteriore aggravante perché potrebbe riproporsi il triste epilogo iracheno, dove il sentore di una forza antigovernativa stava venendo fuori ben prima che il nucleo originario di Daesh emergesse e destasse preoccupazione.

Altra zona calda è il Sinai che nelle scorse settimane è stato oggetto d’interesse mediatico per l’attentato all’aereo russo partito da Sharm el Sheik. Con la caduta del governo di Mohamed Morsi, leader del partito di Giustizia e Libertà (sostenuto dai Fratelli Musulmani) e primo presidente egiziano eletto democraticamente, nel 2011 si sono fatti strada diversi gruppi terroristici. Tra questi vi è Ansar Beit al-Maqdis, alleanza radicale di orientamento sunnita con cui Al-Baghdadi è venuto in contatto diretto lo scorso anno – come riportano fonti locali – e che opera in pianta stabile in tutta la penisola del Sinai. Questo gruppo mira soprattutto a scardinare le forze governative riconosciute e di minare alla stabilità, peraltro labile, del governo del Cairo retto da Al-Sisi, come hanno dimostrato le rivendicazioni succedutesi negli scorsi mesi, a seguito di ripetuti attentati a funzionari e membri del governo. Dopo l’affiliazione con l’Is, il gruppo punta a bloccare le esportazioni di gas e petrolio dalla penisola del Sinai verso Israele, Paese ostile sia al gruppo terroristico egiziano sia al Califfato.

Anche l’Algeria è posta sotto osservazione dal Califfato che cerca di mediare con le frange violente presenti al suo interno per farsi strada. Gli alleati, forze un tempo vicine ad Al Qaeda, in questo caso sono un gruppo legato all’unisono con i guerriglieri di Al-Baghdadi e prendono il nome di Jund al-Khilafah – letteralmente soldati del Califfo -, autori di diversi sanguinosi attentati in territorio nazionale. L’Algeria desta senz’altro maggiore preoccupazione alla Francia, che ha un legame culturalmente forte con il Paese maghrebino e che potrebbe attirare in terra francese possibili fanatici, pronti a colpire Parigi in nome di un antico revanscismo – non va dimenticato inoltre che il gruppo si è formato negli anni ’90 alle spalle del Fronte di Liberazione Nazionale.

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La strategia del Califfato nero è chiara: se infatti nel 2013 conquistare la Siria e cercare di porre fine al governo di Assad e dei suoi alleati che esercitavano un potere geopolitico pressante sul Medio Oriente, poteva risultare un azzardo, ad oggi la scelta di colpire il Nord Africa risulterebbe certamente più ponderata e ben studiata, anche a margine della consistente influenza e stratificazione socio-culturale che l’Is ha sedimentato in questi mesi, attraverso la propaganda, su giovani fanatici e su gruppo locali organizzati militarmente. A contrastare le mire espansionistiche di Daesh vi sono eserciti forti e ben organizzati come quello algerino e quello egiziano, pronti a fronteggiare attacchi terroristici o a reprimerli sul nascere.

La mossa che coalizione internazionale deve fare in questo momento è chiara: approfondire i possibili legami che Daesh ha con le realtà locali e cercare, ove possibile, di instaurare un dialogo con i governi nordafricani per circoscrivere il fenomeno terroristico, divenuto sempre più una minaccia globale. Se la bolla dentro cui il Maghreb si trova, grazie alla quale finora è rimasto immune dagli sconvolgimenti radicali che si sono susseguiti nell’area mediorientale, dovesse esplodere, le conseguenze per l’Europa sarebbero disastrose e porterebbero all’intervento forzoso sul campo di Nato e Russia – che non potrebbero più esimersi dal trovare un accordo – e a molte vittime tra i civili. Cui prodest? Intervenire prima, coordinando le intelligences dei Paesi impegnati nella lotta al terrorismo e studiando una strategia preventiva che investa tutti i Paesi che affacciano sul Mediterraneo di un ruolo primario nella cooperazione, può essere la soluzione non solo meno dolorosa, ma anche più efficace.

 

 

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