Una delle più grandi sfide che l’Europa si trova ad affrontare nell’immediato futuro e’ il referendum – fortemente voluto dal premier conservatore David Cameron – sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea, previsto per il mese di Giugno del 2016. I media britannici in questi mesi hanno condotto vari sondaggi che hanno fatto registrare umori discordanti tra i cittadini intervistati, dettati in parte da una ritrovata consapevolezza della presenza, decisa e intenzionata a scardinare gli equilibri elettorali, della controparte politica ai tories. Il nuovo Labour guidato da Jeremy Corbin si ispira più a Syriza e Podemos che alla galassia della gauchè francese e ciò potrebbe attirare le simpatie dei partiti populisti, forze anti-europee e di rottura, come l’Ukip di Nigel Farage, di impostazione fortemente nazionalista. Alleanze pericolose dunque, che potrebbero far vacillare il premier, costretto ad incassare una secca smentita in queste ore, da parte del 51% degli inglesi, che voterebbero “no” ad un’eventuale Brexit, se si andasse alle urne in questi giorni. Sul versante geopolitico la situazione è più rosea. L’accordo siglato da Cameron con i whigs nelle scorse settimane, ha dato il via libera ai raid condotti dall’aviazione inglese in Siria e rafforzato l’establishment del leader conservatore, che ha potuto attuare la propria strategia militare, isolandosi dagli altri partner europei e scegliendo i tempi e le modalità  d’intervento  più convenienti per la nazione. Sul piano europeo, le divergenze che il Paese ha avuto negli ultimi mesi con Bruxelles riguardano questioni cruciali su cui poggia l’intera stabilità dell’impalcatura comunitaria, a partire dall’emergenza umanitaria e dai flussi migratori fino ad arrivare alla mancata intesa su una strategia militare comune tra i Paesi comunitari. Per contrastare efficacemente Daesh, occorre coordinare gli eserciti europei in tandem con la Nato e l’Inghilterra ha sempre rivendicato un ruolo di primo piano nelle strategie militari europee, che in questo momento però appartiene alla Francia, vera protagonista della crociata contro il fondamentalismo islamico. Le tensioni con la Germania, che nel frattempo consolida l’asse con i Paesi scandinavi, anche su questioni riguardanti l’approvvigionamento energetico, giustificano in un certo senso l’isolazionismo britannico. L’ultimo aspetto infine riguarda la congiuntura economica che rischierebbe di avere un’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Ue. Se da parte di Bruxelles e della Bce c’è <<la ferma volontà di cercare un compromesso>>, come ribadito nelle scorse ore dal Presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, le distanze in materia di politica economica si acuiscono, con la Bank of England, banca centrale britannica, che sta studiando le contromosse economiche da attuare in caso di uscita dal circuito comunitario.

Ci sono anche altre considerazioni da fare per comprendere meglio la distanza tra l’Inghilterra e l’Europa: il tentativo di coinvolgere il Paese nel processo di creazione di un’identità europea, è entrato inevitabilmente in crisi. La Gran Bretagna infatti negli anni Cinquanta del secolo scorso si era mostrata entusiasta nel prender parte ad un progetto che coinvolgesse realtà europee eterogenee, oggi invece la disaffezione degli inglesi persino verso i problemi interni alla Nazione sta giocando un ruolo decisivo. I cittadini avvertono l’insicurezza che tocca l’Europa, debole geo-politicamente e minacciata dalle infiltrazioni jihadiste, ed indirizzano la loro preferenza a sostegno di forze politiche nazionaliste, destabilizzanti per l’asset inglese e più in generale europeo – basti pensare al Front National di Marine Le Pen in Francia, che si fa strada tra l’elettorato moderato ed europeista. Gli euro-scettici  fanno leva sulle differenze che hanno da sempre contraddistinto gli inglesi dagli omonimi europei: il common law, il sistema giuridico inglese è agli antipodi rispetto a quello continentale, così come il corpus di leggi su cui si basa la giurisdizione inglese, è dissimile e non conforme ai testi costituzionali delle altre realtà europee. L’integrazione di due sistemi giuridici diversi è una delle problematiche tecniche che preclude il rapporto diretto del Paese con l’Ue. L’ambizione di integrare sistemi così diversi e’ frenata poi dall’orgoglio che l’Inghilterra mostra di avere nelle partita internazionale. La domanda da porsi allora è un’altra: che Europa vogliamo? Acquisire  una consapevolezza sulle diversità che riguardano gli Stati membri e’ il primo passo verso una stabilizzazione politica, economica e culturale. L’Unione europea e’ ancora in una fase iniziale della sua storia e il tentativo di far dialogare Stati così diversi e ostili tra loro sembrava utopistico fino al secolo scorso, oggi invece tutto ciò è possibile: Francia e Germania hanno rapporti molto stretti sul piano diplomatico e della cooperazione, raggiungendo equilibri inimmaginabili fino a qualche decennio addietro. Illazioni di questo tipo non fanno altro che gettare nello scompiglio il labile funzionamento della macchina europea, alimentando l’instabilità. Una riflessione serena sugli oggettivi limiti cui l’Europa deve, volente o nolente, ovviare, può portare gli inglesi a compiere una scelta ponderata quando si troveranno tra poco più di un anno a dover scegliere se restare o meno nell’Unione europea. Una Brexit, ad oggi, è poco più che una spaventevole suggestione.

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