Cambiamento è la parola d’ordine che racchiude gli scenari politici europei, incertezza è la cornice dentro cui avvengono inconsciamente tali stravolgimenti. Nell’epoca della democrazia in transito prendono piede quelli che una volta – e non avremmo avuto torto a chiamarli tali – erano i movimenti populisti e nazionalisti che assecondavano i malumori del popolo. Oggi stanno mutando e continuano ad evolversi, nei termini e nei modi di rivolgersi all’elettorato. L’exploit di questi nasce dall’influenza sempre più pressante che ha avuto l’economia finanziaria nella vita dell’elettore medio che si è trovato a far fronte a politiche di austerità imposte da establishment sostenuti dall’Europa tecnocratica.eurhope La carenza di legittimità democratica e le pretese di efficienza dei circuiti economici che Bruxelles impone ai Paesi comunitari, ha teso la mano al proliferare del malcontento popolare. Gli scenari sono diversi e variegati in tutto il panorama europeo. Syriza è un esempio della commistione tra democrazia dal basso, sostenuta dalla piccola galassia di partiti di estrema sinistra anti-austerity e da movimenti filo-nazionalisti. Corbyn, in Gran Bretagna, è agli antipodi rispetto alla figura di Blair, pur facendo parte della stessa area politica: egli infatti si è formato alla sinistra del Labour, con un passato da sindacalista e un presente che lo impone come difensore di numerose battaglie civili. In Francia, Marine Le Pen ha scoperchiato i mali che attanagliano la società francese, mostrando atteggiamenti di sfida contro l’Europa della finanza e dei banchieri, che impone misure rigorose a danno della democrazia e dell’economia nazionale. Il governo Hollande si è inoltre dimostrato, a suo dire, incapace difronte alle nuove crisi: dall’immigrazione al terrorismo fino alle strategie militari. La sua base elettorale si allarga alle classi medie che abbracciano il programma del Front National e mette non poco in agitazione i socialisti e i repubblicani in vista delle presidenziali che si terranno in Francia nel 2017.

Nel libro Destra e Sinistra: ragioni e significati di una distinzione politica, il politologo e filosofo Norberto Bobbio tratteggia un nuovo scenario politico dopo la caduta del Muro di Berlino. Bobbio scrive che la sinistra, a partire da questo evento, dovrà capitolare difronte all’avanzata incessante del neoliberismo. Il vero successo spetterà dunque a quest’ultimo, capace di scardinare anche la stessa dicotomia destra e sinistra. Siamo nel 1994, ma l’analisi è quantomai attuale. Infatti tutti i movimenti anti-sistema europei si formano su questi presupposti: la sconfitta di destra e sinistra come unici schieramenti possibili ha perso il valore di modello radicato, estirpato dalla presenza costante dell’economia e della finanza , privata – nel caso della Grecia ha inciso più questa che la Troika – ed europea negli affari di Stato. Prendiamo l’esempio greco: il problema è che la struttura europea incide nelle decisioni di un governo, quanto più questo è debole. Syriza e Tsipras non hanno cercato il sostegno del Pasok e della sinistra tradizionale, per cui difronte alla volontà del popolo di restare nell’Euro, si sono trovati in difficoltà non avendo una solidità politica forte che una grande coalizione avrebbe potuto garantirgli. Ricorrere alle elezioni significava perdere ed imporre un governo della Troika e così è stato. Perché uscire dal circuito della moneta unica, poteva essere una decisione davvero troppo rilevante e destabilizzante per essere presa da un esecutivo sì popolare e legittimato dal voto popolare, ma non sostenuto dalle altre forze politiche del Paese. Con una struttura statale debole come quella greca, i piani di Berlino e di Bruxelles sono andati in porto.

downloadUn altro Paese del Mediterraneo in questi anni ha visto mutare gli scenari politici al suo interno. E’ il caso della Spagna che ha mostrato volti nuovi e diversi rispetto al resto d’Europa: nel Maggio del 2011, il movimento degli Indignados scendeva in piazza per manifestare la spinta propositiva al cambiamento, necessaria per scuotere il Paese dalla crisi economica e sociale. E’ stato forse l’unico esempio nel Vecchio Continente di rimostranza popolare. In quei giorni decine di migliaia di persone presenti davanti alla Puerta del Sol a Madrid, hanno sentito il bisogno di rivendicare i propri diritti contro i diktat dell’Europa, mossa da un cieco rigorismo. Il movimento degli Indignados ha avuto la particolare caratteristica di coinvolgere diversi strati della popolazione, fino a quel momento distanti politicamente ed economicamente: non solo giovani precari e studenti, ma anche impiegati statali e operai. Da questo sottoinsieme nasce Podemos, si potrebbe erroneamente pensare, ma la riduzione sarebbe a dir poco semplicistica: non bisogna sovrapporre il movimento di protesta 15M – soprannominato così perché fu costituito il 15 maggio del 2011 – con il partito fondato da Pedro Iglesias. Podemos è l’alternativa politica alla dicotomia politica tradizionale, che collima al suo interno le voci di protesta degli indignati contro il governo Rajoy e i movimenti indipendentisti, fornendo una visione plurale a questi soggetti sociali e politici. Il parziale successo ottenuto nelle recenti elezioni politiche, che lo colloca al terzo posto con circa il 20% di preferenze, è il risultato di un sapiente lavoro che va oltre la dimensione strettamente politica del contesto, capace di riflettere le voci critiche del Paese, ma forse non ancora in grado di scardinare il paradigma dei partiti tradizionali. Podemos dalla sua ha avuto la capacità di sfruttare al meglio la comunicazione digitale, insediandosi nei new media e nei canali non convenzionali e coinvolgendo diversi strati della popolazione che, sfiduciati dai partiti tradizionali, si sono rivolti al partito di Iglesias o a Ciudadanos, un’altra formazione politica anti-sistema, che si colloca alla destra del Partito popolare del premier Rajoy. La prima grande sfida che ha dovuto affrontare Podemos l’ha visto coinvolto nelle elezioni catalane dove gli equilibri tra indipendentisti e partito socialista, non gli hanno permesso di imporsi come primo partito e di soppiantare il Psoe. L’obiettivo che si propone Iglesias è chiaro: far diventare Podemos il primo partito della sinistra spagnola. L’accordo con i separatisti in Catalogna, ha comunque permesso al movimento di poter guadagnare una posizione di rilievo, prendendo fin da subito di petto questioni cruciali tra cui quella del referendum per l’indipendenza della regione dalla Spagna. Gli altalenanti successi amministrativi di Podemos non hanno permesso però di tracciare un quadro ben definito del suo effettivo potenziale politico. Questo almeno fino a Domenica, quando i primi exit poll, lasciavano presagire un distacco minimo dai due partiti tradizionali. Podemos si è affermata come terza forza politica del Paese e adesso potrebbe giocare un ruolo decisivo negli equilibri politici spagnoli. Le prospettive sono le più complesse. Rajoy, forte del primato ottenuto, potrebbe cercare il sostegno di Albert Rivera, leader di Ciudadamos, per formare un governo conservatore. L’altra soluzione, maggiormente auspicata da Bruxelles, è quella di formare un esecutivo con il Psoe di Pedro Sanchez che possa garantire governabilità alla nazione. La possibile esclusione di Podemos dai giochi di alleanze potrebbe portare solo instabilità nella nazione: un movimento d’opposizione forte e popolare potrebbe, qualora venisse escluso, trionfare nelle prossime elezioni che, con tutta probabilità, si terranno in primavera. I commentatori spagnoli infatti hanno constatato come l’incertezza politica sarà alla base degli eventi politici spagnoli nei prossimi anni, con possibili rovesciamenti e situazioni in continuo mutamento, con la costante presenza di partiti e movimenti politici dall’andamento altalenante, come si è già intravisto da qualche anno nelle elezioni municipali e amministrative. Di certo questa incertezza è e sarà il dato costitutivo delle democrazie europee nei prossimi anni, in transito verso una nuova identità, che sia capace di cogliere l’importanza della pluralità in una nuova e proficua fase di dialogo politico. I presupposti sono labili e incerti, la partita però è ancora tutta da giocare: le nuove forze in campo – Podemos, Front National, Movimento 5 Stelle – dovranno dimostrarsi abili nel governare in realtà amministrative e urbane, guadagnando credibilità nelle tornate elettorali nazionali. Podemos, come visto, ha trionfato a metà, il Front National ha incassato una pesante sconfitta nelle recenti elezioni regionali, il M5S non si è imposto nelle realtà locali. Questi movimenti saranno però l’ago della bilancia per la governabilità interna ai Paesi europei. Di certo si aprono numerosi scenari, nel mutevole panorama democratico europeo. Saranno pronte le nuove forze politiche a sfruttare l’onda del cambiamento?

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