Invocare l’aiuto di Allah affinché risollevi le sorti (critiche) dell’economia dell’Arabia Saudita, è solo l’ultimo mantra apotropaico del re Salmon bin Abdulaziz Al Saud, incapace di fronteggiare, a quasi un anno dalla sua ascesa al trono, una crisi territoriale e finanziaria senza precedenti.

West_Texas_Pumpjack-1024x768L’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale di petrolio, si trova innanzi ad una situazione gravosa e destabilizzante per l’intera regione del Golfo. La contingenza ha portato il governo monarchico a prendere una serie di misure drastiche per l’economia nazionale: l’aumento delle accise sulla benzina e sui servizi principali per i cittadini e  il massiccio intervento di privatizzazione nei settori-chiave del mercato interno. Queste sono solo alcune delle decisioni che mirano a ridurre il deficit, che inficia da due anni nel bilancio del Paese. La revisione della spesa pubblica, su cui gravano le ingenti spese militari – circa 57 miliardi di dollari – non toccherà i settori dell’Energia e della Difesa. La riduzione dei sussidi per gli approvvigionamenti che lo Stato eroga – ad oggi, costituiscono negli indici di spesa al 13% del Pil – verranno numericamente ridimensionati, ma non produrranno il gettito prospettato dal governo saudita nelle scorse settimane. Stretto tra i dati economici ben poco rosei e le tensioni nei territori confinanti, il Re deve correre al più presto ai ripari per tutelare la stabilità politica e finanziaria del Paese. La sfida però si gioca anche sul fronte delle relazioni regionali e internazionali: dal vicino Medio Oriente, al limitrofo Yemen, fino agli Stati Uniti, vero competitor nella corsa all’oro nero.

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Importanti risorse vengono infatti impiegate dagli arabi nel vicino Medio Oriente: Mohammed bin Salman, figlio del re e attuale ministro della Difesa, oltre ad aver annunciato un aumento salariale esteso a tutti i comparti – dagli impiegati ministeriali ai componenti esercito – che fanno capo al suo dicastero, ha prelevato 100 miliardi da destinare alla neonata coalizione anti-Daesh. L’alleanza, stretta con altri 34 Paesi a maggioranza islamica, serve per mettere a tacere la Comunità internazionale difronte alle accuse di connivenza con il sedicente Califfato e con le altre forze terroristiche presenti nel Nord Africa, in particolare nella zona del Sinai. Russia e Stati Uniti in numerose occasioni hanno stigmatizzato la scarsa propensione dell’Arabia Saudita ad adottare misure risolutive per frenare l’avanzata dello Stato Islamico. Altro fronte molto caldo è quello che riguarda lo Yemen, dove l’Arabia, Paese a maggioranza sunnita, è impegnata ormai da diverso tempo per combattere in prima linea i ribelli sciiti. I negoziati vanno avanti da diverse settimane, ma si è ben lontani da una risoluzione definitiva del conflitto, tanto più che la monarchia saudita teme infiltrazioni sciite a nord-est, in particolare nella regione di Al-Sharqiyya, molto esposta alle influenze iraniane. La guerra yemenita e il fronte siriano, oltreché la battaglia all’Iran sciita, stanno allargando la forbice deficitaria del Paese che si attesterà, entro il prossimo anno, a 90 miliardi di dollari, facendo registrare un disavanzo del 15% del Pil. La principale preoccupazione di Riad riguarda il crollo del prezzo del petrolio greggio su scala internazionale, dovuto all’immissione sul mercato globale di petrolio statunitense prodotto dalla scisto. L’impatto economico è risultato finora devastante: l’Arabia Saudita ha continuato, da due anni, ad immettere nel mercato enormi volumi di petrolio per contrastare la concorrenza, ma i prezzi statunitensi sono risultati maggiormente convenienti ai partners, dato che il costo di produzione del petrolio Usa comporta un minore impiego di risorse. Le misure di austerità tuttavia non inficeranno nella politica di investimenti portata avanti dal re: all’inizio del suo mandato, egli aveva promesso un corposo piano di investimenti per lo sviluppo energetico del vicino Egitto. Gli interventi, concordati con il Cairo su base quinquennale, avrebbero comportato l’impiego di 8 miliardi di dollari tra risorse pubbliche e private, destinate all’innovazione in campo energetico. Questi sforzi potrebbero essere ridotti drasticamente, date le innumerevoli necessità che l’Arabia si trova costretta a fronteggiare. Le tensioni con gli Stati Uniti non sembrano poi favorire una stabile ripresa economica del Paese: con la fine delle sanzioni e dell’embargo iraniano, dopo un recente accordo siglato proprio con gli Usa, Teheran potrà infatti riaffacciarsi sul mercato mondiale della produzione petrolifera, andando a costituire un polo di rilievo nel mercato orientale del greggio. Riad si trova a correre in solitaria, tanto a livello finanziario quanto geopolitico, costretta da un lato a fronteggiare il rinnovato sodalizio, economico e politico, tra Usa-Iran, dall’altro cercando di intervenire militarmente nelle zone calde che minacciano la sua stessa stabilità interna, ponendosi a capo della coalizione anti-Isis e assumendo il ruolo di protagonista nelle dispute regionali. Dietro la corsa all’oro nero c’è questo e molto altro, nei prossimi mesi il quadro complessivo sarà più chiaro. Siamo solo ai capitoli iniziali.

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