La volatilità presente nel mercato azionario cinese acuisce gli squilibri economici mondiali, in un mondo, quello finanziario e borsistico, sempre più connesso e interdipendente. I timori dati dall’instabilità cinese pesano, non poco, su tutto l’asset mondiale: la seconda economia del Pianeta deve fare i conti con una crescita – finora attestatasi al 7% su base annua – data al ribasso nei prossimi cinque anni. Le incertezze, che stanno dietro alla crisi cinese, devono spaventare il mondo per una serie di congiunture negative che si sono aperte con il nuovo anno. In primo luogo la crisi tra Iran e Arabia Saudita (per saperne di più vi rimando al mio precedente articolo) che oltre ad allargare le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, contribuisce ad alimentare incertezza sul mercato petrolifero mondiale. Riad sta svalutando il prezzo del petrolio – attualmente sui 30 dollari al barile -, inflazionando e, a lungo andare, saturando il mercato del greggio. A risentirne è in primo luogo tutta la piazza orientale, compresa la Cina che, con il calo della domanda per beni e servizi, ha contribuito alla deflazione, abbassando i ricavi per le società fornitrici.

bolla_cinese_cina_borse_crollo
(Fonte: Sky Tg24)

La bolla speculativa che ha investito il mercato finanziario cinese lo scorso giugno ha destato sospetti. Le autorità di Pechino sono intervenute per porre rimedio e arginare il crollo, avvenuto dopo una costante e, solo all’apparenza, inarrestabile crescita della borsa di Shanghai – 153% nei 12 mesi che hanno preceduto la bolla. L’intervento della Banca centrale ha svelato però una debolezza insita nel mercato del Paese: molti esperti hanno sostenuto che le misure attuate da Pechino in quel frangente, non abbiano permesso una stabilizzazione dei mercati, andando invece ad acuire timori e squilibri. Alla luce di questa nuova fase di incertezza globale, la decisione della Banca del popolo sembra ancora più azzardata. Ad Agosto, Pechino ha deciso di rispondere agli attacchi speculativi svalutando lo yuan. A ciò è seguito l’intervento che fissa in alto il valore della valuta (lo stesso governo ha annunciato che il provvedimento non riguarderà interventi sulle quotazioni, che invece seguono le leggi del mercato) e lo yuan è stato inserito dalle autorità tra le valute di riserva del Fondo Monetario Internazionale. Ciò che oggi spaventa di più sono i dati critici sull’economia reale, vero e proprio fardello per gli equilibri finanziari mondiali. Il rallentamento dell’economia cinese sta contribuendo al crollo dei prezzi di materie prime come il petrolio, legato anche alla recente crisi saudita e il gas, con un impatto negativo soprattutto per l’economia russa. Le turbolenze cinesi colpiscono anche mercati emergenti come Australia e Brasile, costretti a diminuire le esportazioni verso la Cina e a fare i conti con un calo della domanda interna, legata ad una brusca frenata dei consumi. Questa riguarda i settori più disparati: dal mercato del lusso a quello automobilistico fino al comparto minerario. Europa e Usa restano alla finestra non senza qualche timore, con gli ultimi che si tutelano alzando i tassi d’interesse (come annunciato dalla Fed negli mesi scorsi), andando così a rafforzare l’economia interna, ingessata dal 2008, anno di inizio della crisi economica mondiale, ma inficiando sulla crescita e sull’allargamento dei mercati delle economie emergenti. Dall’altra parte dell’Atlantico gli scenari di incertezza potrebbero pesare maggiormente. Il Vecchio Continente potrebbe subire, in maniera più o meno vistosa e decisiva, l’effetto dei mercati globali: il rallentamento cinese preoccupa la Bce per diversi aspetti. In questi due anni l’Eurotower ha tutelato la stabilità finanziaria europea applicando il quantitative easing ossia iniettando moneta nel circuito economico. L’indebolimento dello yuan e la svalutazione del petrolio potrebbero risultare un serie pericolo per la stabilità, compromettendo gli sforzi messi in campo da Bruxelles per rendere il più possibile impermeabile l’Euro-zona da sconvolgimenti esterni. Il mercato globale però è tutt’altro che impermeabile e chiudersi intorno a sé stessi può risultare nocivo. Soprattutto perché arginare un’eventuale crisi cinese risulterebbe impossibile sul piano pratico e rischierebbe di vanificare gli sforzi finora compiuti per favorire una politica economica di crescita e sviluppo. Agire concretamente nel breve, come saggiamente fatto dalla Federal Reserve, sostenendo una serie di riforme che incidano sul medio-lungo periodo, può senz’altro facilitare il percorso di un’Europa che, tra malumori e incertezze, stenta a decollare.

 

 

 

Annunci