Turchia, Iran, Cina. Questi sono solo alcuni dei Paesi, certamente i più importanti su scala mondiale a livello politico ed economico, che all’interno dei confini nazionali mettono sotto stretta osservazione i mezzi di comunicazione, sia fisici che digitali. Le rigida censura perpetrata da questi governi nei confronti di giornalisti e blogger è stata più volte stigmatizzata dai media occidentali che non hanno tuttavia indagato a fondo il problema. Le gravi violazioni di diritti fondamentali, quali la libertà d’espressione e d’associazione hanno portato talvolta a gravi conseguenze per tutti gli operatori che, coraggiosamente, hanno svolto a fondo il proprio lavoro con ostinata dedizione, non fermandosi all’apparenza dell’evento o del fatto di cronaca, ma denunciando al mondo le ingiustizie e i torti che molti di loro hanno subito o subiscono quotidianamente. I casi limite sono molti ed analizzarli nel dettaglio è un modo per prendere consapevolezza della nostra condizione, quella di cittadini occidentali liberi di informarci e di indagare senza limitazioni o restrizioni su determinate tematiche, senza dover temere di essere perseguiti penalmente.

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Fare luce su un mondo sempre più ridotto a villaggio globaleper rubare la definizione, di stringente attualità, coniata dal sociologo canadese Marshall McLuhan – permette di capire meglio la potenza dei mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione, in grado di eludere le distanze e di fornirci un quadro sinottico e progressivamente più preciso delle situazioni e degli eventi che avvengono a migliaia di chilometri da noi. Il Pianeta tuttavia rimane ineluttabilmente frammentato. In molti Paesi, perlopiù orientali, i regimi e i fondamentalismi che formano l’ossatura della società non tutelano diritti fondamentali come quello alla conoscenza, alla libera circolazione delle idee, processi imprescindibili per l’evolversi di una comunità che si voglia mostrare cosciente e responsabile, capace di rispondere alle problematiche del presente e a migliorare la propria condizione nel futuro. Ogni situazione, come vedremo, è diversa, ma tra queste vi è un sentimento comune che le lega: il coraggio mostrato da uomini e donne nel denunciare torti e ingiustizie è rimasto costante e immutato, incurante delle minacce e delle intimidazioni. Partire da questo dato è piuttosto significativo.

La Turchia del Sultano e il complicato rapporto con il Quarto potere

<<E’ la stampa, bellezza e tu non ci puoi fare niente>>. Citando una delle più celebri battute cinematografiche di tutti i tempi – per la cronaca, recitata da Humphrey Bogart, che interpreta il personaggio di Ed Hutcheson in Deadline – U.S.A. (1952) –  si può sintetizzare la grave situazione presente oggi in Turchia. Da un lato c’è un governo, quello di Tayyp Erdogan che periodicamente pone sotto accusa giornalisti e blogger condannandoli individualmente e facendo chiudere i quotidiani per cui lavorano oppure oscurando siti d’informazione digitale o televisioni ostili al suo establishment. Dall’altra vi è il lavoro, talvolta insostenibile, dei media d’opposizione che giorno dopo giorno denunciano l’intollerabile situazione nella quale operano, oltre a stigmatizzare le gravi violazioni dei diritti umani che si trovano costretti a subire. Spesso imputati ingiustamente, diversi blogger e giornalisti in questi anni sono stati accusati di voler sovvertire il governo legittimato dal voto popolare, dando spazio sui media alle posizioni estremiste del Pkk e cercando di destabilizzare il Partito di Giustizia e Libertà, prima forza politica del Paese che annovera, tra suoi esponenti di spicco, oltre al Presidente Erdogan, il primo ministro Ahmet Davutoglu. Quest’ultimo è stato invitato a chiarire, nei recenti incontri bilaterali con i rappresentanti dell’Unione europea, gli atteggiamenti che il governo turco ha manifestato nei confronti della libertà d’espressione e di stampa.

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I rapporti pubblicati dall’organizzazione non governativa Reporter senza frontiere denunciano una situazione critica. Il governo di Erdogan, in patria soprannominato sarcasticamente Sultano, applica una censura costante tanto ai media tradizionali, quanto alle nuove piattaforme digitali d’informazione. I fatti di Gezi Park nel 2013 sono esemplificativi: il governo turco bloccò i social network, in particolare Twitter, per non permettere la proliferazione di notizie che avrebbero ulteriormente coinvolto altri giovani nelle proteste, dopo che il governo aveva concesso ai privati i permessi per la costruzione di un centro commerciale nei pressi del parco. Vi sono poi diversi casi che negli anni hanno riguardato altre piattaforme digitali: Facebook e YouTube sono tutt’oggi sotto stretta sorveglianza. Accanto alle restrizioni verso i siti web, vi è una serrata censura sui media tradizionali, in particolare tra i quotidiani: i casi di Nokta e Cumhuriyet, giornali d’inchiesta in prima linea nello svelare i retroscena riguardanti la turca, sono paradigmatici del clima che si respira nel Paese. Nel 2007 Nokta denunciò la connivenza tra alcuni generali dell’esercito e delle Organizzazioni non governative che collaboravano nel tentativo di sovvertire il governo con un colpo di Stato, portando anche alla luce una presunta black list sulla quale erano segnalati i giornalisti più scomodi. In quel caso l’editore fu denunciato per ingiurie lesive all’immagine dell’esercito e condannato alla detenzione. Più recente è il caso del quotidiano Cumhuriyet che ha portando in nuce gli illeciti perseguiti dal Presidente Erdogan e dalla sua famiglia, attivi nel commerciare petrolio con lo Stato Islamico e nel permettere il tacito transito nei confini nazionali di combattenti jihadisti. La notizia, una volta tanto, è stata battuta da tutte le agenzie internazionali, ma non ha permesso comunque al direttore e ai diversi redattori del quotidiano di restare impuniti. Il lavoro dei giornalisti e dei blogger turchi continua imperterrito sottotraccia, alla ricerca della verità, costi quel costi. L’informazione non si ferma nemmeno difronte ad una serrata censura.<<E’ la stampa, bellezza>>, Erdogan non può farci niente.

Verso l’Occidente, lontani dall’Occidente: il paradosso iraniano

Un altro caso limite è certamente rappresentato dall’Iran. Sebbene il Paese a maggioranza sciita guardi con favore all’Occidente, vista la recente cessazione delle sanzioni e dell’embargo statunitense, tuttavia all’interno di questo sono presenti, come in Turchia, gravi violazioni dei diritti civili. Ciò che più preme al governo di Teheran è limitare il dibattito sulla Rete. Giovani e giovanissimi utilizzano i social network – Facebook è stato ripetutamente oscurato negli ultimi anni – per scambiarsi idee e opinioni su temi come il divorzio, l’abuso di stupefacenti o la corruzione dilagante presente tra le autorità locali e nazionali. Censurare, per il governA-proposito-di-censura-l-Iran-blocca-WhatsApp-perche-Zuckerberg-e-sionistao di Hassan Rouhani, è l’unico viatico percorribile per mantenere integra la morale islamica: una libera circolazione di idee potrebbe nuocere e colpire il Paese, promuovendo, secondo le fonti e dichiarazioni rilasciate da membri del governo, divisioni e crimini, alimentati dalla propaganda e dalle influenze occidentali. La denuncia del malcostume della società è stata sovente censurata sia tra le fila della carta stampata sia su Internet e la libertà d’espressione e di stampa fortemente ridimensionata. E’ inaccettabile che la Comunità internazionale non si interessi alla situazione iraniana: l’imminente apertura economica del Paese ai mercati occidentali, potrebbe essere il pretesto giusto per incalzare su questi temi il governo iraniano, maggiormente aperto al dialogo con gli altri interlocutori internazionali a differenza dei precedenti. Chiedere con forza una maggiore tutela dei diritti per i cittadini, fruitori quotidiani dei contenuti digitali e per gli operatori, in modo che possano portare alla luce e denunciare liberamente situazioni critiche, è il modo migliore per intensificare i rapporti con il Paese, ad oggi, più influente nell’area mediorientale.

La Grande muraglia cinese: la chiusura della Rete dentro i confini nazionali

Nemmeno una mirabile immaginazione come quella di George Orwell sarebbe riuscita a definire un mondo, la Cina e una società, quella cinese che si trova a convivere con un dramma simile a quello che investe il povero Winston Smith, costretto a sottostare alla paternalistica sorveglianza del Grande Fratello che controlla ogni suo singola azione. Se lo scrittore britannico avesse immaginato il protagonista del suo romanzo con gli occhi a mandorla molto probabilmente sarebbe stato il primo a scoperchiare la grave situazione che investe la popolazione cinese, controllata a vista dal Partito. Il presidente cinese Xi JinPing, a seguito delle rivelazioni di Edward Snowden su un presunto cyber-spionaggio statunitense perpetrato ai danni della Repubblica popolare e del suo predecessore Hu Jintao, ha creato diversi enti che si occupano di tenere sotto stretta sorveglianza gli utenti che accedono ad Internet dalla Cina, annullando i contatti con l’estero. Le proteste di Hong Kong nel 2014 che hanno avuto al centro degli scontri anche la libertà d’informazione, non hanno sortito alcun effetto e il Paese risulta tutt’oggi chiuso all’interno della propria muraglia. I cittadini non possono fruire liberamente dei contenuti digitali e sono chiusi all’interno di un circuito nazionale, una Rete parallela creata negli anni dal governo che periodicamente censura servizi come Gmail e Yahoo e limita i social network come Facebook, Twitter e YouTube. Cine_Internet.jpgLo scontro si gioca poi sulla privacy degli utenti cinesi e sui risvolti a livello internazionale. I big dell’informatica non sono attratti dal mercato cinese che, forte delle sue limitazioni, è rimasto piuttosto indietro sulla piazza globale, ancorato a politiche protezionistiche che, almeno fino a poco tempo fa, hanno sfavorito e anzi disincentivato le multinazionali della tecnologia ad investire nel Paese. Il futuro cinese si gioca su due fronti: la muraglia creata dal governo per sorvegliare gli utenti cederà difronte agli interessi economici che aleggiano intorno alla seconda economia del Pianeta? Certamente faranno vacillare e non poco Xi JinPing e l’intero Partito popolare cinese sulla possibilità di aprirsi al Mondo. Già nel 2014 gli investimenti stranieri sono notevolmente aumentati. Chissà che la Cina, di qui a breve, non rinunci alla pretesa di una sovranità sulla Rete.

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