La genesi dei problemi europei e dei tanti interrogativi da risolvere proviene da un importante passaggio, avvenuto negli ultimi anni, sulla questione della governabilità tra i Paesi interni all’Unione europea. Quella nozione di <<governo-sovrano>>, quel progetto che vedeva la creazione di un macro Stato federale europeo, si sta lentamente scardinando, abbattuto dalla scure degli interrogativi che lo attanagliano, dalla questione monetaria a quella sociale, a partire dalle sue fondamenta. Il principio sul quale si regge il trattato di Maastricht, in tempi recenti, è stato il primo ad essere messo in discussione. Le misure di intervento economico attuate in Grecia, sono un esempio paradigmatico di come la struttura sovranazionale, di matrice comunitaria o internazionale, entri duramente negli affaires degli Stati membri – nel caso greco il ruolo del cattivo l’ha poi giocato la cosiddetta Troika, formata dal Fondo Monetario Internazionale oltreché dalla Bce e dall’Ue. Il tanto discusso primato tedesco e la fragilità dell’Euro hanno fatto il resto. In particolare, rimanendo al caso greco, l’Euro ha rischiato concretamente di perdere competitività con le altre valute. A trarne beneficio è stata soprattutto la Germania che ha introdotto le proprie imprese private nel circuito economico ellenico, andando a controllare infrastrutture e settori cardine per Atene. L’indebolimento della moneta sovrana poi avrebbe potuto scatenare un possibile cortocircuito, cui sarebbe risultato difficile ovviare: l’ipotesi di una valuta alternativa, prospettata quest’estate dal ministro tedesco Wolfgang Schäuble prima del referendum indetto dal governo socialista di Alexis Tsipras, avrebbe avuto conseguenze e ripercussioni pesanti, prima tra tutte la volatilità dei mercati azionari. La reversibilità dell’Euro avrebbe inoltre gravato sull’intero mercato europeo acuendo gli squilibri tra i PIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna e appunto Grecia) e i rigorosi Paesi del blocco nordico, con la Germania in testa. Un’Europa che va a due velocità, economicamente parlando, è un problema presente fin dalla primigenia costituzione della macchina europea. Non è un caso forse che la questione economica, con l’approvazione di Maastricht nel 1992, abbia sostato più tempo sui tavoli di Bruxelles, dovendo tener conto delle diverse disposizioni interne agli Stati membri. Il primo passo è stata la libera circolazione degli uomini – quindi, in subordine, delle merci – con la discussione (nel 1985-’86) e la successiva approvazione del trattato di Schengen.

Europa-crisi-2xuixto04ilmezdyxfv5e2

Che cosa rappresenta oggi Schengen? La crisi della governabilità ha colpito al cuore dei meccanismi che muovono la farraginosa macchina europea. Schengen, oggi, è solo la proiezione metonimica dei problemi che affliggono l’intera struttura comunitaria, la parte per il tutto che rischia di far franare uno dei capisaldi su cui poggia l’Unione fin dalla sua nascita. In questo momento, l’Ue deve fare i conti al suo interno con posizioni di rottura da parte di molti Paesi, critici verso le istituzioni centralizzate.download In primo luogo nella periferia d’Europa: Polonia e Ungheria guidano il blocco critico dell’Est che si oppone fermamente, sia in patria sia ai tavoli di Bruxelles, all’accoglienza dei migranti, battendo i pugni sul tavolo e facendo sentire forte la propria voce. L’Ungheria, rapita dal populismo xenofobo di Victor Orban prova a trascinare la Polonia, che però si mostra restia ad adottare una linea dura contro i migranti come quella di Budapest: costruire muri e barriere alle porte d’Europa sembra essere diventato un leitmotiv pericolosamente trascinante che coinvolge ora anche la Slovenia. La situazione nei Balcani è seria. All’interno di quello spazio d’Europa quest’estate sono transitati migliaia di migranti che attraverso la Macedonia, la Serbia, la Bosnia e la Croazia hanno avuto accesso all’Europa che conta, quella delle speranze e delle opportunità, che oggi commette un duplice errore. La Germania, la Danimarca e la Finlandia, così come gli altri Paesi del Nord Europa, hanno adottato nei mesi posizioni piuttosto ambigue. Sebbene in un primo momento abbiano sostenuto una vivace politica d’accoglienza, spinti dagli impellenti solleciti degli altri Stati membri, il forte flusso di migranti in arrivo dalle due principali porte d’accesso all’Europa (le isole greche e la Sicilia) ha raffreddato gli animi e prolungato un impasse che oggi assume le parvenze di un’insostenibile stagnazione. Il dato statistico e quello reale si scontrano fino quasi a sovrapporsi: i numeri dicono che a distanza di un anno, secondo le stime dell’Unione europea, il flusso migratorio verso il Vecchio Continente ha subito un incremento del 20% su base annua – i dati raccolti vengono confrontati nel documento con quelli raccolti nel gennaio 2015; la realtà parla di una situazione altrettanto seria e drammatica, acuita dalla mancata attivazione degli hotspots, centri di identificazione ed espulsione in grado di velocizzare le procedure di identificazione alle frontiere d’Europa e da misure inconsistenti per l’attivazione di corridoi umanitari. In questi giorni il commissario europeo per gli affari interni, Dimitris Avramopoulos ha sostenuto la necessità di attuare misure immediate. Tutti i Paesi membri concordano sul concedere tre miliardi di euro di aiuti alla Turchia di Tayyp Erdogan, che attualmente ospita circa due milioni di rifugiati perlopiù provenienti dalla Siria e dell’Iraq. La soluzione però risulterebbe inefficace: il baricentro si è spostato nell’Egeo e nel canale di Sicilia, dove arrivano i profughi che fuggono dalla fame e dalla guerra che li attanaglia nel Maghreb ed in particolare in Libia, dove si apre un nuovo scenario di guerra. Sono queste le situazioni che spaventano l’Europa, che si trova a fare i conti con un duplice aspetto, economico e sociale: l’arrivo in massa di migranti può portare a prospettive di crescita nel lungo periodo – rinnovamento demografico e multi-culturalità, quest’ultima possibile solo a margine di provvedimenti seri da intraprendere nel presente -, ma non nel breve periodo. Il problema antropologico attenta alla stabilità dell’Ue che oggi, colpita da scissioni intestine, non riesce a fare i conti con una realtà profondamente mutata a livello globale, a partire dagli individui che la compongono. La mobilità del migrante mette in crisi la staticità della fragile istituzione centralizzata che prova ad imporsi una linea comune, senza riuscirci. migranti-greciaLa consapevolezza di perdere il proprio territorio, come privazione che scatena indignazione e spirito di revanche nei confronti del presunto invasore, come nel caso ungherese, supera di gran lunga la disposizione giuridica. Il paradosso di Schengen è questo. Per la prima volta il problema antropologico antecede quello economico: la (libera) circolazione dell’uomo mobile, migrante o non, viene messa in discussione prima della circolazione della merce o del possibile indebolimento della moneta unica. La cosa sarebbe anche positiva se lo Stato moderno non fosse contraddittorio al suo stadio ontologico: ancora una volta dobbiamo capitolare al problema, con buona pace della maggioranza che scambia ancora, sul piano fattuale, Maastricht con Schengen. Poco importa: in un’Europa da riformare, con le radici profondamente danneggiate, bisognerebbe tornare a guardare all’eredità lasciataci dai padri fondatori dell’Ue: la libera circolazione dell’individuo tra i Paesi membri è stata approvata prima dell’adozione della moneta unica. Rifletterci e tornarne a discutere in sede istituzionale, può essere il primo tassello per costruire l’Europa del domani e stabilizzare quella di oggi.

Annunci