I dossier aperti sul tavolo dei tecnici di Bruxelles sono molteplici e le difficoltà che si sono avvicendate in questi mesi nel trovare una linea d’azione comune e condivisa da parte di tutti gli Stati membri, impongono ora decisioni imminenti e scadenze non rinviabili. La riunione dello Small Group, tenutasi martedì scorso a Roma, ha visto difronte i 23 Paesi impegnati nella lotta contro Daesh, tra questi, molti Paesi comunitari. Si è parlato di crisi mediorientale, ma si sono affrontate anche questioni che riguardano la stabilità dell’Unione europea: dalla questione Brexit, fino al consolidamento di diversi schieramenti interni, sorti a margine delle diverse alleanze venutesi a creare tra gli Stati membri. Tra questi, Parigi e Londra hanno obiettivi comuni e sembrano essere in sintonia. Analoga situazione è ravvisabile tra il blocco dei Paesi baltici, che adottano posizioni oltranziste in tema di politica economica e sulla ripartizione delle quote migranti e tra i Paesi dell’area balcanica che chiedono a gran voce garanzie e, spesso con toni riottosi e provocatori, politiche d’intervento a margine del crescente flusso migratorio di questi mesi. Nel frattempo però quest’ultimi chiudono le frontiere e non accettano alcuna mediazione con Bruxelles. La Germania, allineata più alle intransigenti posizioni nordiste che non a quelle dei Paesi dell’Est o del Sud Europa, cerca un dialogo tra le parti e si pone in posizione intermedia, conscia delle difficoltà del suo progetto di realizzare una governance durevole nel Vecchio Continente. All’interno dell’establishment tedesco convivono anime discordi, che acuiscono le numerose frizioni già emerse la scorsa estate, nel culmine della crisi greca e nelle successive trattative con il governo Tsipras: il cancelliere tedesco Angela Merkel apre al dialogo con tutti gli Stati membri, mantenendo un occhio di riguardo rivolto alla Francia, unico vero partner in grado di farsi promotore dell’idea di Europa auspicata dal Bundeskanzler. L’altra faccia dello schieramento tedesco fa capo al ministro delle finanze Wolfgang Schäuble, che abbraccia posizioni rigoriste, condividendo la linea oltranzista dei Paesi del Nord, sia in chiave economica sia in chiave politico-sociale. Le problematiche sul tavolo di Palazzo Berlaymont sono molteplici e tutte egualmente urgenti. La situazione si complica, come visto, se vigono, anche all’interno dello stesso Stato, scissioni e contropoteri di matrice più o meno populistica. La stabilità politica su cui poggiano i Paesi membri – che dovrebbero consolidare governi stabili e dialoganti con tutti i partner comunitari- diverrebbe una garanzia per la stabilità dell’intera impalcatura europea, oggi fortemente minata alle sue fondamenta. Perdere un Paese come la Gran Bretagna o dover capitolare su temi legati all’accoglienza e al diritto d’asilo, significa perdere un’identità che oggi, in moltissimi, si chiedono se sia mai esistita. E’ il cuore dell’Europa ad essere colpito, non solo quella che viene considerata, nostro malgrado, la periferia dell’Unione, da tempo fiaccata dalle continue emergenze divenute ormai endemiche. Chiedersi che Europa si voglia realizzare non basta. Oggi uscire dallo stagnante impasse in cui si è precipitati e prendere decisioni con coraggio, giuste e condivisibili che siano o non siano, è il primo passo per mostrarsi coinvolti in un progetto di rinascita comune, fermo da troppo tempo.

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Gli interrogativi che da settimane attanagliano i tecnici di Bruxelles sono molti. Il primo nodo da sciogliere riguarda la questione britannica e le richieste fatte al presidente del consiglio dell’Ue, Donald Tusk, da parte di Londra, per scongiurare un pericolo Brexit, come auspicato dal governo conservatore di Cameron: il referendum è ormai alle porte e lo stesso primo ministro fa pressioni sull’elettorato affinché non assecondi l’onda del populismo dilagante – fronte trainato dall’Ukip di Nigel Farage – che insiste sulle frizioni che in questi mesi hanno segnato i rapporti tra Londra e Bruxelles. I quattro pilastri dell’intesa con l’Europa, devono vertere su diversi punti cardine per la permanenza di Londra nella comunità europea: dal welfare alla comune strategia militare, fino alla revisione dei Trattati sulla libera circolazione. brexit_-_Google_Search_-_2015-08-18_22.25.30.pngLa Gran Bretagna, che punta, nel breve periodo, ad un accordo di massima sui punti più critici dell’intesa, in questi mesi si è mostrata distante dalle posizioni di Bruxelles, con la reale consapevolezza che, oggi più che mai, trovare un accordo immediato può sortire effetti benefici per il morale della nazione, allentando le scissioni interne. Nel bilaterale si è parlato di welfare ma non solo: Londra vuole ridurre i benefit per i migranti già presenti nei Paesi dell’Unione europea. La proposta sembra essere stata accolta favorevolmente da Tusk che si trova però a dover fare i conti con le inflessibili posizioni dei Paesi dell’Est, con la Polonia in primis, che mostra scetticismo verso questo provvedimento. La Gran Bretagna ha chiesto inoltre una maggiore sovranità che le consentirebbe la sospensione, seppur in via temporale, di alcune leggi comunitarie che riguardano le limitazioni transitorie sul mercato del lavoro e le garanzie sulla tutela del mercato interno. Proprio quest’ultimo punto dell’intesa rimarca la profonda discrepanza che c’è tra l’istituzione comunitaria e Londra: gli inglesi non subiranno in alcun modo le decisioni dei Paesi dell’Eurozona, a loro volta non avranno modo di pronunciarsi sulle questioni economiche e monetarie dell’Unione. L’obiettivo è quello di trovare una visione comune e condivisa che si basi sul giusto equilibrio tra flessibilità e vincoli legislativi. Un’Europa coesa al suo interno è l’unico viatico percorribile per progettare un’Unione federale in grado di affrontare le molteplici problematiche comuni a tutti gli Stati membri, con un dialogo costante e propositivo.

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Dalla questione dei rifugiati, fino alla sicurezza interna agli Stati membri, l’Ue, a seguito dell’incremento nel flusso migratorio verso il Vecchio Continente e degli eventi di Parigi del 13 novembre scorso, ha dovuto concentrare risorse e attenzioni su molteplici fronti. Non è un caso forse che nelle trattative con il Regno Unito un ruolo di mediazione l’abbia giocato la Francia, Paese che, assieme a Londra, è in prima fila nella lotta contro Daesh e che guida da capofila i raid e le operazioni sul territorio in Siria e Iraq. Comunione d’intenti dunque, ma anche una visione condivisa e critica sul futuro dell’Unione. Il presidente francese Hollande, attento nel cogliere i pericoli che si insidiano nella sua nazione, ha visto, nella consolidata partnership con la Gran Bretagna, il lavoro di un dialogo costante e reiterato da mesi. Cameron, che teme anch’egli per la sicurezza interna alla Gran Bretagna, ha avanzato importanti richieste a Bruxelles, pur mantenendo un profilo disponibile e aperto al dialogo con le istituzioni comunitarie. L’obiettivo franco-inglese è quello di premere sul blocco dei paesi baltici – Danimarca, Finlandia, Polonia e Svezia – che assumono da mesi posizioni oltranziste su questioni cruciali per la stabilità dell’Unione: sul fronte dei rifugiati, dopo una prima apertura delle frontiere, i paesi del Nord hanno chiuso i confini, proprio quando è cominciato ad aumentare a dismisura il flusso migratorio nei Balcani. Solo la Germania, che fa da raccordo tra tutte le voci di un’Europa dai due volti e dalle due velocità, ha deciso di fornire supporto – seppur con un ruolo marginale se si pensa ai mezzi e alle risorse belliche disposte da Londra e Parigi – nelle operazioni anti-Daesh. Bruxelles resta nello stallo di una situazione che si protrae da mesi: da un lato guarda con occhio preoccupato alle frontiere continentali, dalle isole dell’Egeo al Sud Italia, sino alla rotta balcanica, dall’altro incentiva l’aiuto di 3 miliardi di euro destinati alla Turchia, senza chiedere alcuna garanzia di riuscita ad Ankara. migranti-europa-est-770x513L’Europa dei muri e dell’isolamento mostra il suo volto peggiore, quello per cui non è in grado di attuare politiche comuni. Vista da questa prospettiva, Londra si è sentita sola e distante da Bruxelles, che ha concentrato gli sforzi su un dialogo che si è mostrato non solo fallace e inadatto ma anche dannoso nell’immediato, producendo nuovi squilibri e aggravando i problemi già esistenti. Il paradosso Calais è quantomai esemplificativo. La cittadina è simbolo del cuore d’Europa, un ponte tra Francia ed Regno Unito, a 200 km da Bruxelles, eppure mostra lo stesso volto, la stessa rabbia riscontrabile al confine macedone, a Lesbo o a Lampedusa. Accampamenti e baracche, allestite da centinaia di volontari di Medici senza frontiere si estendono interminabili fino al mare, che segna il confine con l’ultimo stadio d’Europa. Chi è arrivato ha la magra sensazione di avercela fatta a salvarsi, ma è conscio dell’impossibilità di realizzarsi in un’Europa che non lo vuole. Costruire muri e alimentare la scia razzista non produrrà un futuro migliore né per la popolazione europea, che ingloberà il pregiudizio e odio verso l’altro da sé, né per chi cerca fortuna dopo guerre e sofferenze. L’altra Europa, quella del Manifesto di Ventotene, unita, libera dalle intolleranze xenofobe, federale, si edifica solo se si abbandona una concezione dualistica di Europa: quella che accoglie e quella che respinge i migranti, quella che guarda al bilancio pubblico, ma sacrifica gli interessi sociali, quella che guarda alla gente prima ancora che al rigore finanziario. Se persiste ciò automaticamente si scardina quell’idea comune d’Europa per cui battersi uniti e propugnare idee di progresso e sviluppo. Non c’è Unione, se prima non ripensiamo alla nozione d’Europa.

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