La crisi finanziaria, che dal biennio 2007-08 corrode l’economia globale, è l’effetto di una crisi strutturale che coinvolge tutti gli enti che compongono la galassia del mercato unico. Banche, imprese e cittadini hanno pagato e continuano a patire, seppur con effetti diversi, i mutamenti socio-economici che hanno messo in crisi la struttura fissa degli Stati, incapaci di rispondere all’esorbitante indebitamento pubblico e all’evoluzione di un’economia virtuale interconnessa, quindi interdipendente e sottoposta a continui stimoli, che ha trasformato un mondo esautorato dalla globalizzazione in un villaggio globale, con tutti i pro e i contro del caso. La merce, assunto fondamentale del pensiero neoliberista, ha dettato gli spostamenti delle persone difronte all’immobilismo che ha connotato l’identità statuale, andata scardinandosi a causa di fenomeni sociali sempre più incidenti negli equilibri internazionali.

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I risvolti subalterni di tali fenomeni hanno segnato i recenti anni passati: dall’incremento dei flussi migratori dalle aree più instabili del Pianeta, Nord Africa e Medio Oriente, verso l’Europa fino all’accresciuta mobilità dell’individuo transnazionale, con tutte le problematiche che ne conseguono, tra cui il pericolo terroristico e una complessiva debolezza interna ai confini nazionali. Il primo fattore, quello strettamente legato al fenomeno migratorio, è dettato da motivazioni di carattere geopolitico ed economico, che hanno portato centinaia di migliaia di persone, solo negli ultimi anni, a spostarsi dall’Africa verso l’Europa. La dinamicità dell’uomo del nuovo millennio ha messo in crisi, prima di ogni altro fattore, la staticità dell’Occidente, sempre meno presente sul piano dell’assistenza sociale ed economica e incapace di trattenere i propri cittadini all’interno del territorio nazionale, offrendo loro l’opportunità di realizzarsi nel Paese natale. L’incidenza economica è tutt’altro che irrilevante in questo caso: i Paesi sono oberati da un debito pubblico tanto elevato da risultare paralizzante per l’intero asset economico nazionale, che non gli permette di incidere sul piano sociale, con politiche mirate all’accoglienza e all’integrazione, basi solide per costruire i nuovi strati della società. E’ a questo punto che i due piani si intersecano e convergono. Un caso esemplificativo è l’Europa, incapace di rispondere con politiche d’accoglienza efficaci, mirate ad inglobare nel circuito sovranazionale il grande flusso migratorio proveniente dal Nord Africa e dal Medio Oriente e in una fase di impasse economico decennale che non vede una risoluzione completa. Allentare l’incertezza per il futuro è quanto si ripromettono i governi dei singoli Stati dell’Ue in tutte le riunioni che da anni si succedono a Bruxelles. Spesso proprio questi dimenticano quanto le scissioni interne, dato tristemente presente nell’attualità, in materia economica, politica e sociale, siano corrosive per l’intero impianto europeo, che poggia su basi instabili e fortemente deteriorate. La discussione sui fenomeni globali passa attraverso la consapevolezza di una situazione attuale che si ripercuoterà nei prossimi decenni, divenendo endemica: la crisi geopolitica mediorientale produrrà uno spostamento abnorme di masse, popoli interi che, provenendo da Siria e Iraq, entreranno in Europa attraverso la Turchia, la Grecia e l’Italia. Come ovviare ad un fenomeno preannunciato con largo anticipo? Isolare i Paesi che costituiscono l’ossatura della frontiera del Vecchio Continente e’ controproducente, così come destinare fondi ad Ankara senza una chiara strategia concordata da tutti gli Stati dell’Unione, da quelli chiamati direttamente in causa, come Italia e Grecia, che auspicano un immediato accordo, sino a quelli più restii a trovare una soluzione d’interesse comune, per paura di perdere la propria identità nazionale. Gli ingressi all’interno dell’ecosistema europeo saranno tali da provocare profondi mutamenti a livello socio-economico: dalla situazione occupazionale al conflitto religioso, l’Europa per sopravvivere in futuro dovrà optare per una governance globale nel presente, senza divisioni e particolarismi. La prerogativa degli Stati europei dovrebbe essere quanto più propositiva possibile. Difficile se non impossibile ad oggi, alla luce della situazione vigente: gli Stati del Nord Europa sono contrari al dialogo ed erigono barricate all’insegna del più disperato protezionismo culturale ed economico. Dello stesso morbo soffre l’Est Europa che si è trovato direttamente coinvolto nell’affaire dei flussi migratori, scatenando le feroci e pericolose prese di posizione della destra nazionalista che è arrivata perfino a superare l’illogico rigore che permea l’ideologia liberal-conservatrice dei Paesi baltici e ha imposto figure autoritarie che si barcamenano tra il goffo populismo e la pericolosa xenofobia, tagliando tutti i ponti che legano quest’area con il resto del Continente. A Sud, Italia e Grecia pagano il conto più salato e si fanno carico della gravosa situazione migratoria, con qualche timido aiuto da parte di Bruxelles. La situazione non è molto dissimile anche a livello economico dove il divario Nord-Sud Europa si accresce notevolmente. I risvolti, cui spesso non si fa menzione tra gli analisti, potrebbero riguardare l’identità demografica del Continente. La massa migratoria è costituita da giovani e anche questo fattore è motivo di preoccupazione perché nel lungo periodo potrebbe alterare gli equilibri di un’Europa abbastanza longeva. Una frammentazione e una spaccatura intra-europea è alimentata poi perlopiù da fattori esterni e risente del clima di caotica instabilità che si respira nel resto del Pianeta. A pesare sull’incertezza sono tematiche che producono disuguaglianze sociali e vengono alimentate dall’elusiva e preponderante presenza di una finanza illusionista, che sposta gli equilibri su scala mondiale. Il focolaio dell’instabilità del mercato globale si annida intorno all’effetto domino, inevitabile ma non unica conseguenza dell’interconnessione economica mondiale, che determina i molteplici processi segnati dagli umori speculativi e dall’incertezza borsistica. L’<<effetto farfalla>> sintetizza al meglio l’attuale situazione economica: il calo del prezzo del petrolio, l’instabilità della seconda economia del Mondo, la Cina e il pericolo di attacchi speculativi, apre al temibile spiraglio della deflazione, oggi ben più di un semplice spauracchio. Il pericolo di vedere un Mondo “sotto zero” aprirebbe a prospettive disastrose e nocive se queste fossero affiancate da decisioni politico-sociali cieche ed individuali da parte degli Stati, soprattutto europei; in più attuare un debole piano di riforme economiche, trattenute dal rigore nei conti e da misure di austerità, che non abbiano un impatto incidente sull’economia reale e sui consumi, potrebbe lasciare le economie nazionali in balia degli instabili venti della finanza globale. Gli effetti sociali e demografici si ripercuoterebbero su tutti i Paesi del Pianeta: lo testimonia la storia che più volte ha registrato eventi di questa portata. Oggi purtroppo il dato umano è subordinato all’analisi dei dati macroeconomici e delle prospettive finanziarie, non tenendo in conto del determinante ruolo svolto dall’individuo nell’attuale fase storica. Ragionare per paradossi, in uno scenario mondiale instabile e incontrollabile, è la scelta meno paradossale che si possa compiere.

Inflazione e crisi: prontuario delle conseguenze economico-sociali

6912e24bc45846ef8927dea81774cdea4e96d7512478c8049001d87eGià negli anni ’70 una grave crisi economica aveva minato alle fondamenta del modello economico esistente generando un successivo periodo all’insegna dell’austerità e di quella che gli economisti chiamarono stagflazione, la commistione tra stagnazione economica e inflazione dei prezzi, con conseguenze tangibili sull’economia reale e sul benessere sociale. All’epoca la depressione economica cominciò a seguito dello shock petrolifero del biennio 1973-1974, con i Paesi Opec che triplicarono il prezzo del greggio, istituendo un regime valutario in continuo rialzo per tutta la decade. A ciò si aggiunse la situazione statunitense, con l’avventata strategia politico-economica intrapresa dal presidente Richard Nixon. Gli USA, impegnati nella guerra in Vietnam, avevano bisogno di considerevoli risorse finanziarie per le spese militari e per i costi degli armamenti atomici per cui, revocando gli accordi di Brenton Wood del ’44, garanzia di stabilità per quasi un trentennio del sistema economico americano, immisero in circolazione una massiccia quantità di cartamoneta, andando ad aumentare il debito pubblico. La Federal Reserve non riuscì a controllare il mercato monetario e anche l’espansione del dollaro come valuta principale, adoperata a fini commerciali dalla maggior parte degli Stati europei, non fece che acuire l’instabilità monetaria. La conseguente svalutazione del dollaro produsse un’incertezza finanziaria su scala mondiale, la prima vera e propria crisi della globalizzazione, sospinta da un altro fenomeno che si affacciava: l’inflazione. Questa, prodotta dall’aumento dei costi delle materie prime e dei beni importati, si estese ben presto all’Europa aumentando progressivamente la sua portata tra il 1970 e il 1976, ben prima quindi dello shock petrolifero, raggiungendo il picco massimo nel ’74, in particolare in Gran Bretagna e Italia, per poi essere contenuta nel resto del mondo nel corso del biennio successivo. Le conseguenze sociali furono piuttosto brusche: la riduzione delle stime sul Pil, specie tra il ’74 e il ’76, provocò una vistosa frenata dei consumi, con la conseguente contrazione dell’economia reale e l’aumento della disoccupazione. A pagare il prezzo più alto furono le fasce lavorative più deboli. Donne e giovani, soprattutto nel Vecchio Continente, persero il proprio posto di lavoro. I settori economici più colpiti furono l’industria tessile e il settore dei servizi, dove gli investimenti pubblici e privati erano stati fortemente rivisti alla luce della crisi finanziaria presente.

Stato e finanza: la Cina, un esempio di economia globale

Pochi anni più tardi, precisamente verso la metà degli anni ’80, vi fu un progressivo sviluppo dei Paesi asiatici, in particolare di Giappone e Cina, con quest’ultima che con una crescita attestatasi intorno alle 5-10% su base annua, aumentò in maniera esponenziale il proprio Pil, giungendo superare gli USA nei primi anni 2000. Tale incremento era dovuto a due fattori: gli investimenti statunitensi, scientemente sfruttati dalla Repubblica Cinese per fare in modo che si avviasse una fase di decollo industriale e l’aumento dell’inflazione, segnale sì di un maggior benessere generale, ma non tale da incidere nella vita del cittadino cinese, che continuava a mantenere un reddito pro capite ben inferiore rispetto ad un suo omologo occidentale. Foto-america-cina-258L’altra faccia della medaglia è ben presto svelata: la Cina, proprietaria dei titoli del debito pubblico statunitense, si era fortemente indebitata con l’estero per intraprendere politiche di sviluppo industriale e ciò fece sì che la sua spesa pubblica lievitasse. Inoltre il traino della sua economia rimaneva il settore agricolo, divenuto negli anni ’80 del tutto marginale in Occidente, dove si concentravano gli investimenti per la creazione di nuovi posti di lavoro. L’intero impianto economico cinese risultava instabile nonostante facesse registrare una crescita solida e costante: di fondamentale importanza furono le esportazioni che permisero alla Cina di accumulare in cassa notevoli risparmi da investire in altri continenti. Il Paese non andò ad alimentare il circuito economico nazionale, che non spingeva i cittadini più facoltosi ad investire nei propri confini. La risposta americana, pesantemente piegata dal massiccio impiego di risorse disposte nella guerra vietnamita di qualche anno prima, fu la svalutazione del dollaro, fattore che dovette inevitabilmente tenere conto del forte indebitamento accumulato dagli USA con quei Paesi che avevano investito pesantemente sulle esportazioni. Cina, Germania e Giappone spaventarono e non poco l’economia statunitense, con la loro forte incisività sul mercato globale. E’ in questo momento che si segnala una prima forte interdipendenza tra le parti del sistema economico mondiale. Nei primi anni 2000 il deficit USA, dopo una serie di misure strutturali, diminuiva e i consumi cinesi avanzavano seppur timidamente. Il contrasto tra Paesi investitori e Paesi risparmiatori non fu la sola causa dell’impasse economico che perdurò per decenni. Nel nuovo millennio la volatilità dei mercati e un’economia virtuale incontrollabile, hanno fatto in modo non solo che si concludesse una prima fase della globalizzazione e se ne aprisse una nuova, tutto oggi in corso, ma anche che si mettesse in discussione la stabilità dell’istituzione bancaria.

La grande abbuffata, chi paga il conto? Il possibile rischio legato alla deflazione

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Vorrei partire dall’ultima considerazione che ho fatto: l’economia globale vive una crisi d’identità dovuta alla stessa molteplicità che ne ha ridotto il raggio d’azione. E’ tutto più vicino, come detto, ma tutto più intangibile. Il mondo ha conosciuto più volte il pericolo dell’inflazione, comune a tutti i Paesi sviluppati nel periodo di maggiori investimenti e quindi di maggior benessere collettivo. Ora il problema si ripropone in modo contrario, nei suoi molteplici aspetti: i dati deboli sull’occupazione e sulla crescita, i consumi ancora bassi, che comportano una stagnazione nella domanda, sono fattori comuni sia agli USA che all’Europa, ma vengono aggravati da due situazioni che sono la conseguenza diretta dell’economia transnazionale di cui parlava lo storico inglese Eric Hobsbawm, dove la crisi dello Stato nazionale territoriale è segnata da quelle istituzioni che non sono limitate da confini o frontiere, ma che basano la loro forza proprio su un piano d’azione universale, in grado di mutare gli scenari su scala mondiale. E’ senz’altro un’ottima sintesi dell’attuale fase economica e sociale globale. In primo luogo, il recente rallentamento cinese che comporta una minore importazione di materie prime, con pesanti ripercussioni sui Paesi produttori e il calo dei consumi, peraltro già deboli negli ultimi anni, accentua tale incertezza. Ciò provoca un aumento della deflazione che è connaturato ad un altro fenomeno legato alla frenata della Cina, il calo del prezzo del petrolio, che risente anche delle tensioni geopolitiche regionali tra Arabia Saudita e Iran, i due maggiori produttori al mondo di greggio. Nella complessiva debolezza economica mondiale, la pressione deflazionistica è il termometro che misura i pericoli che incidono in termini reali: la diminuzione dei prezzi scatena diversi fattori che vanno ad incidere in maniera rilevante sul tessuto sociale. Gli oneri creditizi aumentano, appesantendo il debito pubblico degli Stati, provocando un congelamento degli stipendi e di conseguenza una minore propensione delle imprese ad investire, oltreché impattando negativamente sui consumi. Il Pil non aumenta e diventa così difficile alleggerire il debito pubblico. L’insolvenza generale, legate ai fattori poc’anzi citati, incide sull’andamento dei mercati finanziari che, spaventati dall’incapacità dei diversi enti coinvolti di ottemperare agli oneri creditizi, si mostrano preoccupati nei confronti degli istituti bancari. La soluzione, scorrendo tra le analisi degli economisti dei decenni passati, è quella dell’immissione di liquidità nel circuito economico mondiale da parte delle banche centrali, Bce e Fed in primis: stampare cartamoneta dovrebbe far lievitare i prezzi, ma oggi questa decisione non sembra sortire gli effetti tanto auspicati. Quei fattori invisibili, disgiunti dall’andamento dell’economia reale, incidono sempre di più nella vitalità e nella stabilità del sistema economico mondiale, impattando anche su molti aspetti del panorama finanziario. Bisognerà guardare con occhio attento e critico al nuovo mondo, scrutarne gli stravolgimenti, dal momento che riproporre situazioni ricette passate non basta e, soprattutto, alla luce di quanto detto, non serve, tanto più che lo stallo si protrae nell’Eurozona da otto ininterrotti anni, dove gli interventi pubblici, statali o comunitari, hanno sortito effetti risibili rispetto alla portata macroscopica della crisi. L’interrogativo è presto posto: cui prodest, a chi giova la permanente incertezza?

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