Le elezioni in Iran sanciscono l’apertura di una nuova fase di crescita politica ed economica del Paese, frutto anche del sapiente lavoro di mediazione e dialogo svolto in questi mesi da Usa Ue con Teheran. Da parte sua il presidente Hassan Rouhani, in questi primi due anni del suo mandato, ha mantenuto fede alle promesse, lavorando duramente, insieme al ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, per far cadere l’embargo americano e le sanzioni che gravavano sull’economia iraniana.iran-150714155706 L’Iran si è impegnato a sottoscrivere il Trattato di non proliferazione nucleare e ad attuare le politiche d’intervento concordate. Garantire una maggiore apertura del Paese ed una visibilità internazionale, grazie all’accordo siglato lo scorso luglio, significa rafforzarsi innanzitutto a livello geopolitico. Sia sul fronte extra-regionale – potendo ora stringere importanti accordi commerciali di partenariato con aziende pubbliche e private in Occidente – sia sul fronte mediorientale – garantendosi prima il placet statunitense e il supporto dell’intera comunità internazionale nelle dispute con Arabia Saudita e Pakistan, potenze sunnite in aperto conflitto con il regime sciita di Teheran. Il voto nel Paese si fa portatore delle speranze di cambiamento e testimone della spinta riformista che il governo Rouhani vuole dettare, definendo il ruolo di leadership che l’Iran, di qui ai prossimi anni, si appresta a ricoprire nella partita internazionale. Gli elettori – il 60% degli aventi diritto è andato a votare – sono stati chiamati alle urne per scegliere i rappresentanti che siederanno in Parlamento e per designare i componenti dell’Assemblea degli esperti, che si occupa di nominare la Guida Suprema. La svolta, voluta negli mesi scorsi dal presidente Rouhani, che ha seguito un concreto programma di riforme, ha riportato speranza soprattutto tra donne e giovani. Questi, entusiasti dell’apertura ad Occidente e del programma progressista messo in campo dalla squadra di governo, hanno sostenuto il presidente che ha restituito una maggiore legittimità democratica alla popolazione, oscurata negli anni in cui Mahmud Ahmadinejad era a capo dell’esecutivo. Riformisti e moderati si sono però ritagliati il consenso difronte all’elettorato guadagnando potere all’interno di un contraddittorio sistema politico, che si basa sulle alleanze tra le vecchie gerarchie del potere: l’azione di Hashemi Rafsanjani, vice in pectore del presidente, ha permesso l’alleanza con l’ex capo dell’esecutivo Khatami, rappresentante di una classe politica ancorata ideologicamente al passato. Siamo dunque ben lontani da una normalizzazione democratica del processo politico iraniano. Le stesse donne e gli stessi giovani vengono puntualmente estromessi dalle decisioni politiche effettive, prese da una classe dirigente specchio del conservatorismo degli ambienti di potere iraniani. Anche la società rimane frammentata e questo voto rappresenta una cesura con il passato, anche recente: la ricca borghesia, allineata alle posizioni conservatrici dell’ayatollah Ali Khamenei, detiene in gran parte il potere economico e politico, ancorato a radici classiste e afflitto dal morbo della corruzione che colpisce gli enti pubblici a tutti i livelli. Hassan-Rouhani.jpgL’autoritarismo sciita dello Stato, che regola la vita sociale del Paese, ha colpito molti intellettuali e studiosi, duramente repressi per aver criticato il regime. Le denunce compiute da molti blogger contro l’iniquità e il malaffare, annoverano esponenti di spicco della classe dirigente iraniana, preoccupata di preservare i propri interessi e di non guardare al benessere della popolazione, che, almeno per ora, non sembra aver beneficiato dell’apertura ad Occidente. E’ proprio sul rispetto dei diritti civili che persistono molti dubbi, tanto più che la comunità internazionale, nei febbrili mesi di trattativa sul disarmo nucleare, non ha fatto menzione delle violazioni commesse dal governo iraniano: a partire dalla rigida censura applicata a social media e mezzi d’informazione, fino alle quotidiane condanne a morte di dissidenti e oppositori. La situazione presente sottolinea le ingiustizie e i torti subiti da molti cittadini, costretti a subire anche pesanti iniquità senza poter manifestare il proprio dissenso. Il forte autoritarismo religioso portato avanti dalla Guida Suprema Khamenei, che invita i cittadini iraniani a non farsi attrarre dal modus vivendi occidentale, soprattutto a seguito del disgelo con Washington e Bruxelles, evidenzia uno spiccato conservatorismo che è insito nella classe dirigente del Paese. Le dichiarazione rilasciate in questi mesi dalla massima autorità religiosa risuonano come un rigido ammonimento che si scontra con la piena affermazione dei valori democratici e progressisti, specie in tema di diritti civili e politici, che trovano dura opposizione con il regime teocratico. La ricerca di una sponda moderata con cui dialogare sui problemi interni al Paese è stato il primo interrogativo che si è posto Rouhani dopo la sua elezione nel 2013. Questo voto segna un passo importante dunque per smuovere il Paese dall’impasse politico, a partire dai vertici che lo governano. L’ingresso in Parlamento di un fronte compatto, formato da moderati e riformisti, che supporti le decisioni del governo è un buon punto di partenza e potrebbe ulteriormente rinforzare i rapporti gli altri attori internazionali, che oggi guardano con favore al Paese mediorientale. Usa e Ue puntano ad intraprendere un percorso di continuità con l’esecutivo e con un Parlamento vicino alle posizioni politiche del presidente Rouhani, la sua rielezione non sarebbe in dubbio. Un antico detto persiano recita così: “se il gatto e il topo trovano un accordo il droghiere è rovinato”. Le monarchie sunnite del Golfo e la Turchia guardano più che mai con circospezione agli scenari che si sono venuti a creare. I rapporti risaldati con l’Occidente non solo rendono più forte Teheran, ma creano solide prospettive per una nuova fase geopolitica in Medio Oriente.

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