Analizzare la situazione politica ed economica della locomotiva d’Europa è un compito piuttosto complesso, che può muovere da considerazioni di varia natura: dal ruolo del Paese all’interno del circuito europeo, alla discutibile sovranità nella governance e nei rapporti con le istituzioni Ue, fino alle relazioni con gli altri Stati che compongono in modo frammentato il mosaico del Vecchio Continente. images.jpgOggi la Germania paga, a scapito dei propri cittadini e della popolazione europea, il rigore inflessibile nella gestione dei conti pubblici, oltreché gli accesi proclami, seguiti da uno stuolo di passi indietro, che hanno misurato la spregiudicatezza nella gestione della faglia sociale apertasi con l’emergenza dei rifugiati e l’inusitato paternalismo economico mostrato difronte alla crisi greca. Angela Merkel ricorda per certi aspetti, nonostante gli atteggiamenti maldestri nel giustificare le proprie scelte, Otto von Bismarck. Il disegno politico dei due ha contorni simili, legittimati dalla ferma volontà di far prevalere il geist, lo spirito della nazione su tutto. Le riforme bismarckiane hanno permesso la creazione dello stato sociale estromettendo però le opposizioni socialiste dalle posizioni di comando e diffidando dai partners stranieri. Come lui, Angela Merkel vuole blindare la situazione interna al Paese, isolando la Germania dal resto d’Europa e al contempo consolidando il welfare state tedesco. Difficile, se non impossibile, dal momento che l’intera economia tedesca poggia su basi fortemente extra-nazionali. Una visione particolare che di certo non giova se si pensa all’intricata situazione europea, che si scontra con l’imprescindibile legame tra la Germania e l’Ue. Una crisi di Berlino risulterebbe fatale per l’intero asset continentale, ma infliggerebbe ancor prima un durissimo colpo all’economia interna della Bundesrepublik, che oggi si mostra asserragliata alle proprie strategie economiche. Con problemi di natura globale alla finestra, le critiche alla Germania si fanno sempre più forti e stringenti e il Paese è costretto gestire una situazione di contrapposizione tra i vari blocchi continentali che sovente si scontrano su questioni cruciali per la stabilità dell’impalcatura europea. La Germania è sotto processo perché ha giocato male le sue carte: allentare la morsa interna al governo – dialogando con l’ala dura dell’esecutivo che fa capo al ministro del Tesoro Schäuble – e ridefinire i rapporti di forza e la propria ingerenza verso Bruxelles, avrebbe portato ad una maggiore apertura verso Berlino anche da parte dei governi più scettici. europa-zollschild_alltagskultur_1994-04-0143.jpgL’assedio esterno ed interno potrebbe far tracollare quel Deutsch modell, portato in auge anche dai più critici anti-tedeschi. Nord, Sud, Est non solo sono i punti cardinali, ma i singoli epicentri della crisi d’identità europea, segnali di un Continente smarrito e senza una direzione. La Germania fino ad oggi è stata la bussola d’Europa, non solo per la sua posizione geografica, ma per il ruolo di autorevole leadership che Angela Merkel ha saputo conferirle all’interno dello scacchiere europeo, tenendo sotto controllo i contro-poteri interni con un governo di larghe intese fra la CDU, partito cattolico del Cancelliere e i socialisti della SPD. Fare un passo indietro nel momento topico della crisi dell’Unione, con gli arrivi in massa di migranti alle frontiere d’Europa e il collasso finanziario ellenico – basti pensare alla sventata Grexit o al pericolo, tutt’oggi presente, di un’ipotetica Brexit -, sarebbe auspicale e apprezzato tra gli interlocutori europei. Il saldo mantenimento del potere però è proprio dell’ontologia teutonica, abile a mascherare ogni parvenza di cedimento al di fuori dei propri confini nazionali, che rimangono permeabili ai mutamenti che investono tutte le realtà politiche europee. L’avanzata nelle scorse ore della destra populista in tre land (Renania-Palatinato, Sassonia-AnhaltBaden-Wuerttenberg) è il risultato che l’euro-scetticismo è giunto anche nella cabina di regia dell’Unione. Il partito di centro democratico (CDU) del cancelliere Merkel e i socialisti dell’SPD sono comunque riusciti a tenere botta difronte al largo consenso cumulato dall’AfD (Alternative für Deutschland). Questo partito, realtà politica nuova per la Germania, fonda la sua storia sulla lotta all’immigrazione e l’uscita dall’euro, radici comuni a quelle del Front National di Marine Le Pen in Francia e dell’UKIP di Nigel Farage in Gran Bretagna: il pericoloso consenso dei movimenti xenofobi che erodono voti alle forze politiche degli establishment è sintomatico in tutto il Continente. Oltre all’impasse politico da sciogliere e ai difficili rapporti con le istituzioni sovra ed extra nazionali, la Germania deve guardare attentamente in casa propria, portando sul tavolo europeo una concreta discussione che riguardi temi come l’accoglienza e la sensibilizzazione della popolazione europea riguardo i mutamenti sociali e demografici che avverranno, nei prossimi anni, congiunti al fenomeno migratorio. Il pericolo che in tutta Europa le forze anti-sistema avanzino, rende ancora più complicata la situazione presente e mette in allarme i governi per i provvedimenti da adottare nell’immediato futuro, rendendo vani sforzi ed impegni presi con l’elettorato, sempre più attratto dagli umori contingenti su cui fanno leva i populismi.

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Chi avrebbe preso le redini dell’Europa? La domanda rimane inevasa, ma i tedeschi, oggi più che mai, chiedono a Merkel se sia valsa la pena farsi carico di una situazione complicata come quella che continua a travolgere quotidianamente il Continente. Un’eventuale crisi del modello tedesco diverebbe un serio dramma per l’intera Europa, che nell’incertezza riservata dalla contingenza, ha perso qualsiasi punto di riferimento. Il <<grande malato d’Europa>>, epiteto riservato alla Germania in apertura di millennio, ha dovuto fare spesso i conti con la propria storia, mettere in campo una strategia per edificare uno Stato federale il più possibile solido e compatto, grazie al fondamentale aiuto francese. E’ stata la Francia di François Mitterand a dare manforte al progetto federale tedesco, dialogando con Berlino su un progetto di valuta comune e sulla creazione di un piano economico globale, in grado di permettere al Paese di estendere la propria incidenza economica in tutto il Continente, ramificandola in diversi settori produttivi. Per colmare il gap con gli altri Stati, il governo di Helmut Kohl accettò de facto l’ingerenza francese sulle decisioni di politica-economica da adottare, sfruttando la scia degli accordi di Maastricht e l’entrata in vigore, nel gennaio del 2002, della moneta unica. Le ricette economiche tedesche si rivelarono ben presto vincenti: l’euro permise alla Germania di imporsi sull’intero mercato economico europeo.germania-locomotiva-verso-il-burrone_187461.jpg Il Paese puntò a consolidare la propria economia, attuando delle riforme che garantissero flessibilità sul mercato del lavoro e promosse ingenti investimenti nell’industria manifatturiera. L’odierna competitività tedesca è figlia di quelle riforme che hanno stabilizzato il tessuto socio-economico tedesco, abbassando i livelli di disoccupazione, investendo sulla qualità dei prodotti e puntando sulle esportazioni. Fattori che oggi sembrano la cifra distintiva tra Nord e Sud Europa: i primi in grado ancora di resistere agli stimoli esterni, agitati dall’incertezza data dalla tenuta valutaria del petrolio e dai timori per l’economia cinese – fattori extra-continentali che però hanno forte incidenza sulla stabilità del mercato interno – per via dell’elevata efficienza industriale; i secondi, i cosiddetti PIGS, tendono piuttosto ad importare e ad avere un’industrializzazione meno marcata e scarsamente competitiva. Inoltre rispetto ai Paesi del Nord, il tasso di disoccupazione che si registra, specie nell’area mediterranea, è al di sopra della media europea. Uno dei punti di forza della Germania è stato proprio questo. Puntare efficacemente sulle tutele sociali, aprendo un dialogo proficuo con le rappresentanze sindacali per permettere un rapido e decisivo sviluppo nei vari settori dell’economia. Export e liberalizzazioni tese ad abbassare il costo della manodopera si sono rivelati fondamentali per permettere alla Germania di affermare il proprio primato europeo nei primi anni 2000. La trama tessuta dall’asse franco-tedesco non solo aveva permesso alla Grande Germania di stabilizzare il mercato interno e di avere spolvero a livello globale, interagendo con diversi mercati, ma anche di avere un ruolo-chiave nel sistema Maastricht, che andava ad intrecciare tutte le economia degli Stati europei. La crisi, apertasi nel 2008, ma che si palesava con le prime avvisaglie nel biennio 2006-07, ha portato alla più grande recessione dopo il ’29, coinvolgendo tutte le economie del Mondo con effetti subalterni: gli Usa, da cui si è espanso il virus recessivo, alimentato dallo scandalo dei mutui subprime e in seguito del crack della Lehman Brothers, hanno preso di petto la situazione e fronteggiato la crisi con misure di crescita, disposte dall’amministrazione Obama, stimolando l’economia. Dall’altra parte dell’Oceano, l’Europa, frammentata economicamente, si è trovata di fronte ad una situazione fino ad allora mai fronteggiata: la sovranità monetaria, delegata alla Banca centrale europea, era la prima fonte di preoccupazione perché allargava la forbice delle disuguaglianze fra gli Stati membri. Il progetto visionario dei padri fondatori dell’Unione che prospettavano un Continente federale stava capitolando alle prime schermaglie. Nessun Paese voleva perdere la propria voce in capitolo, ma nemmeno farsi portatore di un’idea propositiva di Europa, a livello economico, per fronteggiare la spirale recessiva e per definire un comune quadro d’intenti ed una regolamentazione efficace del mercato interno, volta a minimizzare le differenze tra Paesi del Nord e del Sud. Il problema della governance è stato al centro delle polemiche che hanno coinvolto in questi anni gli Stati dell’Unione europea. Lo stretto legame tra le istituzioni europee e Berlino è risultato fallace nella discussione sulla crisi greca o sulla questione migranti, problemi macroscopici irrisolti e malamente gestiti: in tandem con la Francia – ironia della sorte guidata da un altro François, il socialista Hollande -, la Germania in questi anni ha preso in mano le redini dell’Unione, indirizzando missive categoriche ai vari Paesi dell’Ue, specie in materia economica. Il rigorismo finanziario però sembra aver prodotto solo ulteriori squilibri e spiacevoli antipatie con gli altri partners europei, che devono far fronte ad una situazione seria che attanaglia l’intero sistema economico europeo: la debolezza del circuito bancario, come testimoniato dal recente caso della Deutsche Bank e la volatilità dei mercati azionari. Con la manifesta instabilità dell’intero comparto degli istituti di credito e la generale debolezza dei indici di borsa, si apre un intricato capitolo della saga europea, cui solo l’intervento della Bce ha potuto in questi anni, almeno parzialmente, porre rimedio, attuando misure vigorose. Il “bazooka” disposto qualche ora fa da Mario Draghi prevede l’estensione del quantitative easing – misura economica attuata in anni passati dalla Federal Reserve – e l’aumento del budget a disposizione (da 60 a 80 miliardi di euro) per l’acquisto, da parte dell’Eurotower, di titoli pubblici e privati. Inoltre le banche potranno prendere denaro a costo zero, in modo da avere una maggiore liquidità in cassa. 310x0_1409502931866_Merkel_Draghi_2La decisione, maturata nelle scorse settimane, è stata definita solo qualche giorno con un’assenza di spicco al tavolo della discussione. il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann era il grande assente al consiglio direttivo che ha ratificato l’intervento. La mossa di Draghi potrebbe sfavorire Berlino: mantenendo i tassi d’interesse negativi depotenzia i Paesi competitivi, quali Germania e il blocco delle repubbliche baltiche, appiattendo i rendimenti e puntando sulla sostenibilità del debito per i Paesi in difficoltà come Italia, Spagna o Grecia. La politica attuata da Francoforte sembra in controtendenza rispetto al piano economico presentato dalla Germania. E’ forse ora di cambiare strategia?

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