<<Ci aspettavamo un attentato ed è accaduto>>, le parole del premier belga Charles Michel sono il riflesso incondizionato dell’ineluttabile disperazione del momento, dell’imponderabile sconforto e angoscia per l’immediato futuro. L’intero popolo europeo è stato colpito. Gli eventi di Bruxelles delle scorse ore permettono di concentrare l’attenzione sulla minaccia che, dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi, fanno piombare di nuovo l’Europa sotto il terrore della minaccia fondamentalista. L’attacco alla capitale belga nelle scorse ore non stupisce certo per la dinamica, simile a quella degli attentati in Francia, ma induce a considerare e a riflettere sull’essenza che si cela dietro tali gesti, prodotto delle responsabilità comuni che coinvolgono sia le componenti sociali, politiche ed economiche dell’Unione europea, che le autorità nazionali dei singoli Stati, all’interno dei quali si forma il morbo del radicalismo islamico. Non deve sorprendere quindi che l’atroce manifestazione di questa folle e violenta scissione con l’impianto sociale esistente, vissuta dai terroristi, si perpetri contro i valori della democrazia occidentale, nel cuore dell’Europa, a Parigi così come a Bruxelles, vicino ai palazzi delle istituzioni comunitarie (un attacco è avvenuto nella fermata della metropolitana di Maelbeek, a poche centinaia di metri da Palazzo Berlaymont, sede della Commissione europea) e nazionali (un altro in Rue de la Loi, vicino agli edifici del governo belga). I luoghi colpiti sono il simbolo del progresso sociale e politico che l’uomo europeo ha portato avanti in modo difficoltoso, cercando di integrarsi e di scoprire un’identità comune. Tutto questo si sta sgretolando sotto il rumore degli esplosivi. Da Aleppo a Bruxelles, la strategia europea della lotta senza frontiere allo Stato Islamico, con mezzi repressivi al pari di quelli utilizzati dai miliziani del Califfato, non sta sortendo alcun effetto. Questa strategia bellica continua ad uccidere civili innocenti e a distruggere intere città, sotto i continui colpi dei raid della Coalizione internazionale in Siria, Iraq e di qui a breve, in Libia. isis-siria-onu-crimini-guerra-umanità-2.jpgSono ormai cinque anni che in Medio Oriente si combatte contro un nemico invisibile, senza un coordinamento comune tra i diversi eserciti nazionali. Eppure la guerra, imperterrita, procede, sospinta da una confusa difesa dei valori umani e da un indefinito progetto politico per la liberazione dell’area dagli estremismi (Daesh e i suoi fiancheggiatori) e dal bieco autoritarismo di Bashar al Assad che ha prodotto altrettanti orrori, non alleviando l’insofferenza del popolo siriano, schiacciato dalle sevizie della dittatura e dai blitz delle forze paramilitari sul territorio. Situazioni analoghe si riscontrano in Iraq e Libia, Stati frammentati che hanno perso la propria identità sulla pelle dei civili, costretti a fuggire dai luoghi che hanno segnato la loro vita. Ora che la paura del nemico avanza spaventosamente anche tra le coscienze dell’intera collettività europea si cerca invano quel geist, quello spirito comune, il valore di un’identità condivisa che indebitamente è stato sottratta ai nostri omologhi mediorientali, da inutili stratagemmi di tutela dei diritti fondamentali che hanno solo rafforzato  le fila dello Stato Islamico, nelle dispute regionali e nella sua presenza capillare sul Vecchio Continente. idomeni_bruxelles_AFP.jpgPer troppo tempo la tutela dei singoli interessi nazionali e il particolarismo culturale e sociale hanno guidato i piani d’azione dei singoli Stati comunitari che hanno voltato le spalle perfino alle periferie d’Europa: luoghi simbolo come il campo profughi di Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, dove l’emergenza si sta combattendo con la chiusura della rotta balcanica e il lassismo nei confronti dei Paesi che innalzano barriere; nella jungle di Calais in Francia, dove le squadre speciali francesi, incuranti, hanno smantellato, quasi con ignominia, le tendopoli abusive costruite dai migranti. Ci sono poi altri luoghi marginalizzati che sono le periferie delle città del Vecchio Continente, quartieri-ghetto come Molenbeek in Belgio o le banlieue parigine, dove giovani e piccoli delinquenti disillusi dalla realtà che li circonda sposano i dettami imposti dalla jihad, vista come unica speranza di salvezza e di riscatto da una miserevole esistenza. Questa è l’Europa, oggi ansimante e stranita. Viene da chiedersi quindi contro chi si sta battendo questa Europa, contro la vera minaccia o solo contro la più facile ed evidente? Dopo-gli-attentati-di-Bruxelles-un’Europa-e-un-mondo-migliori-sono-ancora-possibiliRinunciare ad importanti conquiste, come la libera circolazione regolata dal trattato di Schengen o impedire il processo di coesione culturale degli studenti europei, promossa negli anni dalle istituzioni comunitarie tramite il progetto Erasmus, significa capitolare al più grande dei pericoli, la paura. Bisogna dunque fare in modo che le porte d’accesso tra gli Stati rimangano aperte, questa è la sfida, con l’impegno condiviso che si istituisca al più presto un organismo comune per la sicurezza transnazionale e dei servizi segreti europei che permettano di intercettare, prevenire e pianificare una strategia per impedire gli attacchi. Solo favorendo il processo d’integrazione di tutti i cittadini europei, mettendo al centro l’individuo e rendendolo sensibile e aperto alle problematiche della comunità, si può favorire la nascita di una coscienza civile forte che sappia reagire e annullare le differenze. E’ questo che non ha permesso alla civiltà europea di evolversi, sottraendosi al compito di minimizzare il discrimine per paura di dover cambiare: il cambiamento spaventa perché inevitabile, ma affrontarlo, anziché subirlo, è l’unico modo per uscirne più forti e non alimentare il mostro ideologico che rapisce le speranze dei giovani che abbracciano l’islamismo radicale.

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Chi è Salah Abdeslam? Chi erano i fratelli Kouachi, autori della strage di Charlie Hedbo e i fratelli El Bakraoui, che hanno compiuto i recenti attentati a Bruxelles? Sono dei giovani europei, marginalizzati e storditi dalla propaganda jihadista, che li travolge fisicamente e telematicamente, nei luoghi virtuali e reali dove vivono, si radicalizzano e operano in nome dell’illusione che li coinvolge fino a farli immolare. E’ tutto più ristretto il raggio d’azione dove compiono tali barbarie. E’ il nostro stesso mondo, quello che noi sentiamo egoisticamente nostro, che vediamo sgretolarsi sotto i colpi delle bombe dei kamikaze di Parigi e Bruxelles, varchi d’accesso di un’Europa dai due volti. L’insofferenza verso la gabbia europea cova in ogni Stato e non viene arginata perché ci si è sempre ostinati a vedere il nemico come esterno geograficamente: oggi il Califfato in Medio Oriente, ieri al Qaeda e i dittatori spietati come Gheddafi, Mubarak o Saddam Hussein. isis__matteo_bertelliLe minoranze, concentratesi in Europa nei decenni, si sono strutturate e ampliate, pur rimanendo sempre marginali nel processo di costruzione di un’identità sociale europea, propugnata da francesi, belgi, italiani e tedeschi. La Francia, ancor più che il Belgio, ha ospitato al proprio interno diverse generazioni di cittadini musulmani di cultura araba ed ha costituito per anni un ponte diretto tra Nord Africa ed Europa. Ora quella forbice sociale che divide genitori e figli, europei di prima e seconda generazione si allarga: i primi, scampati al pericolo della guerra e stabilizzatisi con difficoltà in un Paese straniero, non si sono integrati, rimanendo fedeli alla propria cultura e alla propria identità originale. I secondi forgiano la loro indole sulla paura di essere estranei, alla propria cultura, di cui non hanno mai avuto diretto riscontro, e a quella del Paese dove sono nati e cresciuti che, estromettendoli dal tessuto sociale esistente, non li ha mai protetti né tutelati. Non si tratta di combattere crociate gli uni contro gli altri dunque, ma di capire e comprendere gli errori di entrambi, commessi e negati da tutti e costituire un progetto comune ed eguale. La distanza che separa Palazzo Berlaymont dal grigiore degli appartamenti di Molembeek sembra incolmabile, così come la costruzione di un’identità comune tra i cittadini che affollano le strade della metropoli belga, divisa da Nord a Sud dal fiume Senne, città simbolo delle molteplicità contrapposte e in conflitto tra loro. Bruxelles è l’Europa, siamo pronti a costruire i ponti per l’integrazione?

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