Il Nuclear Security Summit appena conclusosi a Washington ha portato le delegazioni dei 50 Paesi partecipanti a siglare un accordo comune su dossier caldi come l’impegno condiviso in favore della denuclearizzazione, condizione preventiva per scongiurare il perpetrarsi di nuove azioni militari regionali o continentali. L’accorato appello di Barack Obama contro la proliferazione di armi atomiche tra le fila dello Stato Islamico è il monito più incisivo ed investe questioni riguardanti la sicurezza internazionale e il mantenimento di un quadro geopolitico favorevole per i processi di cooperazione, alla luce di una situazione di forte incertezza e instabilità sull’intera piazza globale. Bloccare preventivamente l’approvvigionamento da parte di Daesh e Al Qaeda di armamenti nucleari o chimici (quest’ultimi usati dalle forze del Califfato contro i civili in Siria e Iraq), è l’obiettivo da conseguire con azioni mirate sul piano regionale al fine di evitare l’acuirsi di nuove tensioni e vecchie discrepanze tra i Paesi interessati. Obama ha poi ribadito l’impegno a rafforzare gli apparati di intellingence su base extra-continentale per prevenire il pericolo di nuovi attacchi terroristici, rinnovando la collaborazione con i Paesi del Vecchio Continente sul piano della sicurezza e delle azioni militari in Nord Africa e Medio Oriente. downloadIl coinvolgimento di Francia e Gran Bretagna su stringenti questioni geopolitiche ha confermato l’intenzione del presidente Usa di coordinare gli interventi nelle aree interessate al fine di non scatenare ulteriori conflitti, ma di fare politiche di contenimento che tutelino gli interessi economici statunitensi e dei partners su territori ricchi di risorse petrolifere e minerarie. E’ la prima vera prerogativa per Obama: evitare nuove tensioni è quanto ha promesso alla nazione fin dal primo giorno in cui si è insediato alla Casa Bianca. La sua presidenza volge al termine (il prossimo 8 Novembre si terranno le lezioni per eleggere il suo successore) e mantenere in vita un progetto di continuità con quanto fatto finora è auspicato da tutti gli analisti d’oltreoceano. La speranza, per Obama ma non solo, è quella di vedere come prossimo inquilino a Washington la candidata democratica Hillary Clinton. L’ex segretario di Stato ha saputo adempiere al suo ruolo e si è mostrata propositiva, condividendo prese di posizione comuni tra molti delegati presenti al summit delle scorse ore. Rispetto al 2010, anno in cui si è tenuta la prima riunione generale sulla denuclearizzazione a scopi militari, la questione sul possesso di armamenti di distruzione di massa tra le forze nemiche alla Comunità Internazionale trova riscontro nella situazione di incertezza contingente che attanaglia molte macro-aree del Continente. Garantire che i Paesi dell’axis of evil (espressione coniata da Bush dopo l’attacco al World Trade Center, formato da Iran, Siria e Corea del Nord) non programmino nuovi test nucleari, oltreché neutralizzare le forze terroristiche che minacciano l’Occidente, è l’obiettivo che tutte le delegazioni presenti al summit di questi giorni si propongono di seguire, tra vecchi e nuovi equilibri in gioco. Sei anni fa la principale problematica riguardava l’Iran e il possibile uso improprio, come rivendicato in primo luogo dall’allora presidente francese Nicolas Sarkozy, da parte di Teheran di uranio arricchito a scopi militari. La spigolosa questione si risolse con l’imposizione di pesanti sanzioni che ricaddero su un Paese già economicamente indebolito dall’embargo statunitense. Pensare che, a poco più di un quinquennio di distanza, gli Usa abbiano promosso il dialogo con l’Iran arrivando ad un accordo, sembra impensabile. Sulla base del trattato di non proliferazione nucleare, il governo guidato da Hassan Rouhani ha sostenuto l’impegno per la dismissione, di qui a pochi anni, di tutti armamenti nucleari presenti sul territorio iraniano. La recente caduta del blocco e la fine delle sanzioni hanno ridato lustro, sul piano economico e geopolitico, all’Iran, in grado ora di ritagliarsi un ruolo rilevante per il processo di cooperazione sull’intera area, data la sua enorme influenza esercitata sulla parte sciita della società araba, notoriamente avversa alle mire espansionistiche del Califfato. 071127vignetta.jpgLa Siria di Bashar Al Assad è l’altro soggetto politico dell’area sotto l’attenzione statunitense: Damasco, condannata all’embargo e a pesanti sanzioni dall’Onu per la violazione di diritti umani e l’uso di armi chimiche per sedare le rivolte durante e dopo la Primavera araba del 2011, viene da cinque anni di guerra ed è frammentata al suo interno. L’uscita di scena del dittatore siriano non sembra però palesarsi, almeno in questo frangente. La Russia, grande assente al tavolo degli incontri di Washington assieme all’Iran, sostiene Assad e le forze filo-governative nella lotta allo Stato Islamico, pur avendo annunciato il ritiro delle proprie truppe dal territorio. Condizione che di certo non facilita la ricerca di una strategia d’intervento condivisa nell’area. L’asse Russia-Usa si è nuovamente raffreddato dopo che che Washington ha inasprito le sanzioni nei confronti di Mosca per le numerose violazioni al diritto internazionale perpetrate nell’affaire ucraino. La strategia americana sulla regione non può nemmeno tener conto della Turchia di Erdogan, dopo che negli scorsi mesi proprio il Paese guidato da Vladimir Putin ha denunciato gli illeciti commessi dalla famiglia del Sultano. I lealisti, tra cui anche Assad, acquistano risorse come gas e petrolio dalle fila dell’Isis e nonostante gli interventi di Usa e Francia per scongiurare il pericolo di una pericolosa relazione, l’area rimane contesa tra le maggiori potenze sullo scacchiere internazionale, dove il pericolo di nuova escalation di violenza ai danni di civili (come avviene quotidianamente in città come Aleppo e Damasco) o di importanti luoghi d’interesse archeologico (le rovine di Palmira barbaramente distrutte dalle milizie jihadiste), sembra dietro l’angolo. Questo timore si aggiunge alla minaccia rivolta all’Europa, sempre più alle strette su temi come immigrazione e sicurezza. cartoon2jpg-articlelargeLe trattative con Ankara sulla regolazione del flusso dei migranti delle scorse settimane hanno rafforzato ulteriormente l’ingerenza turca sulle strategie geopolitiche continentali senza che l’Ue imponesse delle misure a tutela dei diritti civili e della libertà di stampa, gravemente carenti nel Paese. Fare affidamento ad un alleato che spesso ha mostrato un doppio volto, respingendo ogni manifestazione di apertura da parte delle minoranze (innegabile che vi sia sul suolo turco una questione curda) e attentando ai valori cardinali della democrazia, non sembra essere una strategia percorribile dagli alleati per tutelare un’area contesa tra feroci dittature, conclamate o meno e il potere eversivo dello Stato Islamico.

Fotografía_Oficial_de_la_IV_Cumbre_de_Seguridad_Nuclear_(25570040834).jpgImportanti intrecci geopolitici sulla questione degli armamenti nucleari si riscontrano anche sull’asse della dorsale pacifica. Giappone e Usa hanno intensificato gli sforzi per impedire l’ampliamento del programma nucleare nord coreano portato avanti da Kim Jong-un. In risposta alle nuove rimostranze fatte in questi mesi da Pyongyang, Obama ha deciso di intervenire al fianco di Corea del Sud e Giappone dialogando con il premier nipponico Shinzo Abe, per evitare il dispiegamento di un nuovo piano missilistico che metterebbe a rischio la stabilità dell’area. Il dialogo in questo ore anche con la Cina di Xi Jinping serve a scongiurare un pericolo che da anni aleggia sul Mar Giallo: le prove sui missili a lunga gittata nel corso del 2014 e del 2015 e il presunto test sulla bomba H di quest’anno, testimoniano l’intenzione, tutt’altro che recondita, di una prova di forza netta e schiacciante da parte della Corea del Nord per l’egemonia sull’area. Pechino tuttavia si mostra recalcitrante all’idea di affidare il comando dell’operazione agli Usa, temendo che Washington possa esercitare un’ingerenza troppo pesante per gli equilibri dello scacchiere asiatico. La questione arricchisce il capitolo delle relazioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti. Proprio sei anni fa, nel precedente summit, l’allora presidente Hu Jintao si era mostrato contrario al pacchetto di misure sanzionatorie nei confronti dell’Iran e aveva ribattuto punto su punto le decisioni che Usa e Canada avevano proposto durante la convention, con l’impegno di apporre modifiche al piano quadriennale presentato dai delegati americani. L’impegno, rinnovato e condiviso in queste ore sia da Obama che da Xi Jinping, rafforza l’asse mondiale favorevole alla denuclearizzazione, concentrando gli sforzi sulle singole problematiche regionali. kim-jong-un-1030x615La cooperazione tra i Paesi, di qui a qualche anno, giocherà un ruolo primario, con l’obiettivo di sbrogliare quanto prima le dispute regionali che si annidano intorno a zone calde del Pianeta, nel nome della sicurezza comune e della lotta contro i poteri forti. Il processo di pacificazione in molte zone continentali rimane arduo e risulta complicato, in un’analisi sui problemi globali, non tenere conto degli interessi economici presenti, controbilanciati dall’influenza che le forze opposte agli establishment riconosciuti dalla Comunità Internazionale esercitano nelle sempre più numerose polveriere e zone d’ombra del Pianeta.

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