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Tonia Mastrobuoni, giornalista e autrice radiofonica, è corrispondente per il quotidiano la Repubblica da Berlino

L’intervista realizzata a Tonia Mastrobuoni, giornalista de la Repubblica e curatrice di Neureka, programma radiofonico in onda su Radio Radicale, si propone di focalizzare l’attenzione sulle problematiche che affliggono l’Europa di oggi, sfide difficili per affrontare un futuro che si mostra complicato. Le parole, rilasciate dalla corrispondente a Berlino del quotidiano romano in occasione della presentazione del libro Europa anno zero. Il ritorno dei nazionalismi della giornalista Eva Giovannini, tenutasi durante il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, chiariscono bene le strategie che le componenti sociali, politiche ed economiche del Continente devono disporre, tra doveri nei confronti dei cittadini europei e frizioni interne ai governi nazionali. broken-europeL’attenzione al dialogo, come strada percorribile e inevitabile per uscire dall’impasse collettivo, è minata, come ha ribadito la giornalista, dal braccio di ferro tra istituzioni comunitarie e governi centrali. Questa debolezza, aggravata dalla questione dei migranti e dal cieco rigorismo in materia economica, ha permesso il progressivo riaffermarsi dei nazionalismi che proliferano in tutti i Paesi europei, affermandosi in modo pervasivo nelle realtà nazionali – come testimoniato dagli ultimi risultati elettorali in Francia e Germania – e minacciando il labile equilibrio su cui poggia l’impalcatura comunitaria, tra consensi e dure prese di posizione contro l’establishment.

Dati gli eventi che hanno colpito l’Europa negli ultimi anni, lei crede che la strategia del dialogo portata avanti dalle forze politiche moderate sia ancora attuabile?

<<Angela Merkel è l’unica che ci sta provando. Approfittando del blocco della frontiera greco-macedone, la cancelliera tedesca afferma che la soluzione di chiudere i confini nazionali non è un via percorribile. Basti pensare ad Idomeni, emblema dell’emergenza umanitaria che tocca il Continente. Inoltre Merkel cerca di dialogare con tutte le parti in causa, specie con quei Paesi che si sono sempre opposti a soluzioni estreme come l’innalzamento di muri o il respingimento forzoso dei rifugiati. Questo tipo di dialogo dovrebbe essere portato sempre avanti e da qui si può aprire un margine e uno spiraglio per agire concretamente>>.

La risposta dei Paesi membri e delle istituzioni europee però non sembra convincente, anzi mette in dubbio la centralità della Germania nello scacchiere Continentale. Pensa che il modello Merkel sia ancora funzionale e capace di rispondere agli interrogativi che si presentano oggi o è destinato a cedere sotto i colpi dei movimenti nazionalisti, sempre più forti nei singoli Stati comunitari?

<<Non credo al modello Merkel sulle questioni economiche, troppo incentrate su politiche di austerità. Questo modello infatti si inspira ad una vecchia tradizione ordoliberale tedesca, molto rigorosa sui conti pubblici. Un eccessivo rigore, in una situazione come quella attuale di pesante incertezza e debolezza globale, rischia di generare ulteriori danni. La Germania non si è mostrata solidale durante la grande crisi di questi anni. Per quanto riguarda una questione strettamente sociale, come la questione dei profughi, il modello Merkel è senz’altro da seguire: non si possono fermare flussi di disperati che scappano da zone dove la guerra è all’ordine del giorno, ma razionalizzare, di comune accordo con gli altri Stati comunitari, questi flussi è una soluzione auspicabile. E’ qui subentra quella solidarietà che Berlino chiede agli altri Paesi e solo con un’equa redistribuzione, formulata su base economica, è attuabile un progetto concreto che si basi su canoni e regole comuni: la Germania, dato il maggior benessere economico, accoglierà più migranti rispetto all’Ungheria, ma anche Budapest dovrà mostrarsi disponibile a prendersi carico della situazione presente>>.

La solidarietà di cui lei parla, senz’altro inevitabile in un processo comune di cooperazione, non rischia di delegittimare i leader europei, penso ad Hollande come a Cameron o alla stessa Merkel, indebolendo la loro leadership già fortemente deteriorata dall’ingerenza negli affari interni dalle istituzioni comunitarie e dalle controffensive dei movimenti populisti di estrema destra che macinano consensi in tutta Europa? L’assenza di una sinistra moderata che porti avanti il tema della solidarietà sociale, non le sembra che acuisca tutto ciò?

<<Muovo proprio da quest’ultima considerazione: la sinistra moderata in Europa è sparita, solo Italia e Francia sono felici eccezioni. Anche quando è al governo questa mostra la sua debolezza e l’incapacità di saper gestire la situazione. Il partito socialista francese così come quello tedesco sono ai minimi storici e soffrono dell’eccessiva prudenza e cautela nel governare. La responsabilità di non seguire le scie populiste non ha pagato. Questi movimenti stanno intaccando il bacino di voti delle classi dirigenti tradizionali, catalizzando l’attenzione su questioni care ai ceti medi e bassi, alimentando la politica dell’odio contro le minoranze e criticando aspramente le istituzioni. Tale fenomeno è estremamente pericoloso: il fondamentalismo si alimenta anche dalla delegittimazione che questi movimenti di stampo nazionalista attuano verso l’establishment che, perdendo quel ruolo di delega e di rappresentanza di tutti i cittadini, non riesce ad intercedere con le fasce più deboli della popolazione e ad intermediare qualora sorgano dei problemi interni alla comunità. La rappresentanza governativa è il cardine della democrazia diretta. Un progetto populista è inattuabile oltreché deleterio per i labili equilibri sociali europei, alla luce anche delle ultime dinamiche politiche>>.

Quanto pesa nella dialettica politica il ruolo dei media nella società europea? La generalizzata debolezza istituzionale e la costante emergenza umanitaria ed economica incidono molto nella comunicazione tra cittadino, autorità rappresentativa e contropotere, spesso il soggetto più abile a strumentalizzare i media a proprio favore: non si rischia di venire stretti tra numeri e ideologie, perdendo il senso della realtà?

<<I numeri sono sempre importanti per un semplice motivo: citarli non è solo necessario per misurare la realtà, ma spesso questi demistificano il sensazionalismo dei titoli. La questione del linguaggio deve essere centrale soprattutto perché i media ricoprono un ruolo fondamentale nella comunicazione con il cittadino. Termini come “ondata” o “invasione”, quando si parla di immigrazione, rischiano di sviare il messaggio. Meglio sostituirli con “flusso” o “arrivi”, termini oggettivi che permettono di spiegare in modo più cauto il singolo fenomeno. Bisogna partire da una rivoluzione lessicale nel modo di raccontare la notizia. Pensare al linguaggio, soprattutto quando ci si rapporta alla popolazione, è fondamentale: i profughi non sono un segnale di allarme in sé e per sé. Deve esserci oggettività, per quanto possibile, quando ci si confronta con i fatti e l’ausilio dei dati e delle statistiche può senz’altro aiutarci e non farci cadere nell’ideologia. Sbagliare è umano, ma il racconto della realtà, che è una gravosa responsabilità per un giornalista, muove da questi presupposti>>.

 

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