Le incertezze politiche e l’instabilità finanziaria del Vecchio Continente rischiano di avere ripercussioni sui futuri impegni politici nazionali e scaturire congiunture economiche negative, con riflessi su larga scala. Banco di prova per misurare la tenuta dell’Unione europea, a livello politico ed economico, sarà la capacità del fronte europeista di frenare l’avanzata populista in seno all’Europa. Saranno le prossime scadenze elettorali, tenuto conto delle diverse prospettive e contingenze, a dettare una battaglia serrata, divisa tra l’insofferenza verso la ricerca di un progetto europeo unificatore e il crescente bisogno di ritrovare una propria identità nazionale. Le future elezioni politiche, ormai prossime in diversi stati europei, impongono ai partiti tradizionali di giocare la partita del voto su vari fronti, puntando su un’integrazione sociale a spettro europeo e rinsaldando il rapporto tra istituzioni nazionali ed Ue, oltreché studiando, di comune accordo, un’agenda che preveda misure economiche ad hoc e al contempo risponda agli interrogativi posti dai governi in materia di bilancio e di flessibilità. Oltre all’imminente referendum sulla Brexit, che potrebbe avere un riflesso variabile per ogni Stato membro, molti interrogativi si annidano intorno alle elezioni in Spagna, dove si vota tra una settimana per cercare di formare un governo che ponga fine ad un impasse politico che dura da sette mesi. Settimana ricca di eventi cruciali per l’immediato futuro dell’Ue, che di certo calibreranno le prossime mosse di Bruxelles, alla luce dell’avanzata di nuovi soggetti politici, accomunati da un violento sentimento anti-europeo ed fortemente identitario. Alle preoccupazioni politiche però si aggiungono i timori a livello finanziario: gli ultimi dati sono tutt’altro che rassicuranti sulle prospettive economiche e allarmano i mercati globali sui rischi che le quaestiones europee alimentino un clima di esasperazione collettivo che disincentivi gli investitori, come sottolineato, con manifesta preoccupazione, sia dalla Bce che dall’Fmi.

Hard times, l’assenza di una governance europea e l’incertezza economica come fattori di rischio per la tenuta dell’Ue

Anti government rally in Tbilisi

L’Unione europea vive uno dei momenti storici più difficili della sua storia e deve tener conto di un fattore che si sta trasformando in una vera e propria “malattia cronica” – come sottolineava negli scorsi giorni Paul Krugman sul New York Times – dato dalla debolezza persistente che stritola l’economia continentale, tanto su base comunitaria quanto nazionale. Nonostante le misure attuate dal presidente della Bce Mario Draghi in questi anni (tra le più importanti, il taglio del costo del denaro e l’estensione del programma di acquisto di titoli di Stato, il cosiddetto Quantitative easing), necessarie per ridare fiato ad un’economia in profondo affanno, la sua leadership è stata messa in discussione dalla Germania, che rimane arroccata su posizioni rigoriste, rivelatesi finora nocive per la stabilità finanziaria dell’euro. Berlino rinnega gli errori fatti negli anni più duri della crisi (in modo particolare il biennio 2011-12), dove le cieche politiche di austerity hanno prodotto più squilibri che vantaggi, deprimendo le economie del Sud Europa e impedendo un rilancio improntato sulla crescita, fattore che, tutt’oggi, desta preoccupazione a fronte di una stagnazione che tocca l’intera Eurozona. Il tutto per scongiurare, nel breve termine, una spirale deflazionistica che, a fronte di un’inflazione ben al di sotto dell’obiettivo ufficiale del 2% (complice oltremodo il crollo del greggio e l’incertezza dell’economia cinese), la Bce annovera tra i maggiori fattori di rischio per la tenuta futura. Un vero e proprio rischio primario che “scioccherebbe” l’intero sistema economico continentale. Il fatto di non poter contare su situazioni politiche stabili, che determinino le condizioni per poter attuare le riforme concordate tra gli Stati centrali e le istituzioni europee, alimenta le turbolenze e la sfiducia dei mercati verso previsioni di crescita dell’area euro. Un’Europa che peraltro deve tener conto delle forze centrifughe provenienti da più parti del continente: molti stati sono alle prese con situazioni politiche interne delicate e nessun governo nazionale vuole farsi carico delle problematiche europee, per non perdere consensi dentro i proprio confini. La dura verità, qualora fosse confermata la volontà degli euro-scettici nel referendum britannico o in altri Stati che andranno al voto tra poco, fa tremare i polsi a Bruxelles che rischia di vedere seriamente compromesso ogni tentativo di instaurare una governance europea, basata sul dialogo e su una visione lungimirante delle strategie politiche ed economiche. Quello che era stato il primato di un Paese – come lo è stato, nel bene o nel male, la Germania in questi anni – oggi profila prospettive desolanti, dove nessuno Stato membro sembra proporre una leadership. Chi può farsi carico di ciò, dopo che proprio Berlino, per anni, è stato capofila tra i Paesi europei, esercitando una pesante influenza sulle decisioni di Bruxelles? Wolfgang Schäuble è stato categorico. Il ministro delle Finanze tedesco ha le idee molto chiare, tanto che negli scorsi giorni ha dichiarato che la Germania non può (più) far fronte, da sola, ai problemi europei, lasciando intendere che non c’è alcun Paese oggi che possa fungere da locomotiva in grado di trainare il pesante carro continentale, che viaggia su binari instabili. Molte proposte, volte a tracciare un solco profondo nell’agenda europea, sono state avanzate dall’Italia, Paese, tra i pochi, che ha mostrato un atteggiamento pragmatico, raccogliendo istanze provenienti da più governi e formulando proposte propositive: dal Migration Compact (progetto atto a fronteggiare al meglio il crescente aumento dei flussi migratori dall’Africa), alla trasformazione dell’Esm (Meccanismo Europeo di Stabilità) in Fondo Monetario Europeo – tale da renderlo un’istituzione autonoma, dotata di poteri attuativi -, fino alla creazione di un ministero delle Finanze europeo (proposta bocciata in toto dalla Germania) e ad una modifica del Fiscal Compact che garantisca maggiore flessibilità di bilancio e permetta il rilancio di politiche economiche di crescita.

God saves the Europe: il referendum britannico e i risvolti futuri sulla stabilità del sistema europeo

Europa-egoismi-nazionali

Lo spettro che aleggia sull’Europa in queste ore e che ormai da diverse settimane è al centro del dibattito politico in tutto il Continente, è il referendum sulla Brexit. Bruxelles, messe per un attimo da parte le diatribe interne sulle regole fiscali e sulle politiche di accoglienza dei migranti, si prepara timorosamente ad affrontare la settimana che vedrà il popolo inglese chiamato alle urne per votare la permanenza o l’uscita dall’Ue. Negli scorsi giorni il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha usato toni apocalittici nel parlare di un’eventuale uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, che arriverebbe “a compromettere la civiltà europea” e aprirebbe a sette anni di difficili negoziati. E’ palese, da parte delle maggiori istituzioni europee, una febbrile tensione nelle ore che precedono la consultazione popolare, ma le parole rilasciate da Tusk al quotidiano tedesco Bild lasciano presagire diversi spiragli. L’uscita di Londra dallo scacchiere comunitario comprometterebbe un progetto di ben più ampio spettro e porterebbe, nel breve termine, a dover ragionare su una ridefinizione dell’intero assetto europeo sul medio-lungo periodo, con ripercussioni politiche su altre zone dell’Europa. Mi basterà menzionarvene alcune per capire il riflesso che potrebbe avere un effetto-Brexit a livello elettorale: i risultati delle prossime elezioni politiche in Francia, Germania e Olanda vedrebbero il consolidamento di movimenti populisti e nazionalisti, sospinti dalla crescente diffidenza verso un comune progetto comunitario, che condivida politiche d’integrazione e una nuova, da molti auspicata, stagione di riforme economiche. Una prospettiva che, per ora, non sembra concretizzarsi e ha già mostrato nel recente passato il consenso che gravita intorno a movimenti di estrema destra ed euro-scettici (l’avanzata in Austria di Norbert Hofer, sconfitto per una manciata di voti dal “verde” Van der Bellen è esemplificativa). Situazione inaccettabile se si vuole costruire una futura governance europea, plurale e federalista, che faccia della cooperazione transnazionale il punto di forza da cui ripartire. In Inghilterra la partita è nelle mani di David Cameron che, subito dopo la sua rielezione, ha fissato la data della consultazione popolare, dando un segno forte alla nazione e assumendosi tutti i rischi del caso. La sua iniziativa e la gestione di questa campagna referendaria hanno già fortemente compromesso la sua credibilità politica, riflettendo anche la debolezza delle istituzioni comunitarie nel fare fronte comune per appoggiare le ragioni della permanenza di Londra nell’Unione europea.brexit.jpg Il referendum, almeno nelle intenzioni del primo ministro britannico, doveva far convergere quelle forze moderate – in Inghilterra, appunto, conservatori e laburisti, che hanno sostenuto indistintamente il Remain – verso un rafforzamento politico interno di fronte al pericolo di una deriva autoritaria e nazionalista che sopraggiunge anche in Inghilterra. Il risultato prodotto sembra quello contrario ai propositi iniziali: a pochi giorni dal voto ne esce rafforzato solo l’Ukip, partito indipendentista guidato da Nigel Farage, che ha letteralmente scardinato i labili equilibri interni ai tories (di recente l’ex sindaco di Londra Boris Johnson e Michael Gove, Lord Cancelliere e segretario di Stato alla Giustizia, hanno appoggiato il fronte dei brexiters). Da questo punto di vista il fronte del Leave (dei favorevoli all’uscita dall’Ue) si è mostrato, a livello mediatico, più attento e capace rispetto ai sostenitori del Remain (trainati appunto dal premier David Cameron e dal leader laburista Jeremy Corbyn), facendo pressing su molte fasce della popolazione e soprattutto contando sull’indecisione dei ceti medi. La difficoltà di questi ultimi di far passare un messaggio chiaro, che veda nella permanenza di Londra nell’Ue un’opportunità, non trova seguito, in nome di un europeismo che stenta a carpire approvazione nella working class e tra i pensionati, da sempre scettici con Bruxelles, mentre risulta condiviso dalla maggior parte dei giovani che sono però soliti disertare il voto. I sondaggi di questa settimana erano pressoché concordi e vedevano i leavers in vantaggio, a seconda della misurazione statistica, di cinque/sette punti percentuali. Una forbice estremamente ridotta che i fatti di cronaca delle scorse ore potrebbero ribaltare. Un’inversione di tendenza si è registrata in queste ore, anche a seguito dei recenti fatti di cronaca che hanno spostato l’asse delle preferenze verso la permanenza nell’Ue. L’uccisione della deputata laburista Jo Cox, ha scosso nel profondo l’animo del popolo britannico spaventato dalla pericolosa ondata di odio e intolleranza che si è coagulata intorno alla campagna referendaria di queste ultime settimane. Il rischio, segnalato da molti media britannici, è quello che i movimenti politici xenofobi e ultra-nazionalisti ne approfittino per cercare consensi facendo leva sul pericolo di un’immigrazione incontrollata e acuendo la diffidenza verso Bruxelles. Molti inglesi hanno mostrato forte risentimento nei confronti dell’Unione europea. Le divergenze riguardano sostanzialmente la politica economica che, a loro parere, ha indebolito molti settori del commercio britannico e ridimensionato le esportazioni. Nonostante ciò, Londra risulta l’emblema di quell’Europa “a geometria variabile”: come Stato membro infatti il Regno Unito ha negoziato quattro opt-out – mancata adozione dell’euro e delle norme ad esso connesse; assenza di una ratifica al trattato di Schengen; mantenimento di una propria legislazione negli affari interni e sulla giustizia; ingenti sconti fiscali. Di certo non è l’unico caso: analoghe “rinunce” alle regole dell’Ue arrivano da Danimarca, Irlanda, Polonia e Svezia, ma il ruolo ricoperto dal Regno Unito nella storia dell’Unione europea rivela come quell’idea di Europa comunitaria dei popoli è, ad oggi, poco meno di un’utopia. Qualunque sia il risultato del referendum dunque non potrà che riservare, agli europeisti più convinti, amare considerazioni da cui dover (necessariamente) ripartire. Le conseguenze di un’uscita di Londra sarebbero del resto un grave danno per entrambe le parti, specie in materia finanziaria. Il goodbye a Bruxelles costerebbe estremamente caro a Londra (circa 30 miliardi, ndr): come ricordato dal Cancelliere dello Scacchiere George Osborne, ci potrebbero essere ingenti tagli alla spesa sanitaria e in altri settori coperti dalla spesa pubblica, con un rischio recessivo dietro l’angolo. Il monito del braccio destro di Cameron suona come un campanello di allarme anche a Francoforte, dove l’Eurotower ha confermato le ripercussioni sull’economia nazionale britannica, rassicurando i mercati sulla tenuta economica della zone euro. I negoziati, qualora il voto del prossimo 23 Giugno confermasse le ragioni degli exiters, aprirebbero ad un biennio di trattative tra Londra e Bruxelles che ristabilirebbero le condizioni anche a livello extra-continentale. Perciò sia dal fronte Atlantico che Pacifico arrivano importanti avvisaglie e timori, segnale che l’uscita del Regno Unito dall’Ue è una minaccia avvertita anche a fuori dal continente e una debacle economica di Londra si profila come un serio pericolo per tutti. Sono concordi su questo punto sia Mario Draghi che Janet Yellen, presidente della Federal Reserve e, a conferma di ciò, arriva in queste ore anche la presa di posizione della Banca del Giappone che, nonostante l’apprezzamento dello yen, ha optato per mantenere la politica economica invariata, a testimoniare la trepidazione con cui si guarda al voto di giovedì. Una paura che la rete delle banche centrali mondiali sta tentando comunque di esorcizzare facendo fronte comune. Le ripercussioni più forti potrebbe averle proprio il Regno Unito che, comunque si concluda la partita, si ritroverà un governo delegittimato dall’intero popolo britannico, due lunghi anni di trattative con l’Unione europea e un futuro, questo sia per Londra che per Bruxelles, che prospetta burrascose divergenze, senza una chiara via di uscita. Occorrerebbe ricordare la causa europeista perorata da Winston Churchill settant’anni fa. Un appello, quello pronunciato alla platea dell’Università di Zurigo nel 1946, nel quale invita l’Europa a voltare pagina dopo l’orrore e l’astio intestino e ritrovare quello spirito di fratellanza proprio della “famiglia dei popoli europei”. Riprendere tra le mani quel discorso ed evidenziarne i passaggi cruciali, può aiutare a far luce sul futuro che ci attende?

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