Potendo trarre un bilancio, sia pure ancora provvisorio, del riflesso generato a livello finanziario dal referendum britannico, si può affermare con concorde certezza che Brexit ha intaccato ulteriormente le (in)certezze politiche ed economiche europee e internazionali. Le Banche centrali di tutto il Pianeta hanno segnalato come vi possano essere serie ripercussioni sulla crescita economica globale: la Federal Reserve e la BOJ, la Banca centrale giapponese, hanno annunciato, alla luce del risultato della consultazione popolare, di voler lasciare i tassi d’interesse invariati, in attesa di una stabilizzazione futura. Un evento dunque di portata macroscopica, a livello geopolitico e finanziario, in grado di segnare soprattutto la stagione di negoziati bilaterali tra Bruxelles e Londra che, fin dalle prima avvisaglie, si preannuncia come complessa ed incerta. Le principali conseguenze economiche, come sottolineato da molti analisti internazionali e come emerge dai primi dati resi noti dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca Centrale europea, potrebbero riguardare l’intera Eurozona, accentuando una pericolosa instabilità monetaria, minaccia sempre pressante in questi anni di crisi. Il panico che si è registrato sui mercati finanziari dopo il 23 Giugno ha posto un ulteriore accento sulle ripercussioni che il “fenomeno Brexit” avrà nel breve periodo: in cifre, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea ha generato perdite per 3 mila miliardi nelle prime due sedute tenutesi dopo il voto. Somma che, nonostante il rialzo globale sui listini di questi giorni, non ha pareggiato nemmeno lontanamente il passivo prodotto – per ripianare le perdite e tornare ai livelli pre-Brexit, mancano ancora 850 miliardi. AREND-euroLa situazione, di per sé complessa sotto molti aspetti (giuridico, economico e politico), viene ulteriormente accentuata dallo scontro diplomatico seguito alla separazione di Londra dall’Ue: compito del nuovo primo ministro britannico Theresa May, già segretario agli Affari Interni nel governo presieduto dal premier dimissionario David Cameron – schieratasi per la verità in maniera assai tiepida in favore del Remain -, sarà instaurare un dialogo proficuo con Bruxelles che favorisca una reciprocità nella lunga fase negoziale che si aprirà a breve, non appena si insedierà a Downing Street. <<Brexit significa Brexit e faremo in modo di farne un successo>>, queste le prime parole rilasciate nella prima conferenza stampa in qualità di premier in carica. Recuperare il rapporto incrinatosi con le istituzioni europee può favorire il ritrovamento di una linea comune che porti, nel più breve tempo possibile, all’attivazione della procedura d’uscita, con l’attuazione dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona. La ferma volontà di notificare, quanto prima, al Consiglio europeo il diritto di recesso dall’Ue si scontra con il tono irato di Jean-Claude Juncker. <<Non sarà un divorzio consensuale>>, ha ribadito risoluto il presidente della Commissione europea. Il clima sembra tutt’altro che propizio e le prese di posizione assunte in queste settimane sembrano divergere. Se da una parte vi è l’intenzione di non cedere di un passo alle richieste di Londra, dall’altra le questioni economiche della disputa, potrebbero far propendere per un’azione più incline al dialogo dal momento che, come sottolineato dal presidente della Bce Mario Draghi, l’Europa rischia di pagare il prezzo più alto da Brexit, nonostante l’attuazione di misure pianificate in questi mesi a sostegno dell’economia continentale, che rischiano di essere vanificate alla luce di nuovi fattori di rischio. ESQUIVEL-No-eurocrisisQuel <<Whatever it takes>>, pronunciato da Draghi quattro anni fa, nel pieno della tempesta speculativa che minacciava la tenuta dell’euro, potrebbe tornare pericolosamente attuale. Per scongiurare il pericolo di future congiunture economiche bisogna comprendere da subito il peso di Londra sull’economia continentale: il Regno Unito è infatti il principale partner commerciale dell’Ue e l’esito della sua uscita potrebbe determinare un ribasso sulle stime di crescita del Pil sui prossimi tre anni. Altro fattore su cui il board della Banca Centrale europea pone particolare attenzione è il rischio recessivo che potrebbe colpire l’economia inglese nel 2017. Confermato oltremanica da uno studio pubblicato da Barclays e dalle stime del governo britannico che lo annovera come una concreta possibilità da non sottovalutare, la recessione potrebbe generare un duplice effetto: da un lato porterebbe all’azzeramento del tasso di crescita dell’economia britannica nel prossimo anno (rispetto al 2% attuale), dall’altro metterebbe in febbrile agitazione i mercati valutari. Francoforte sta cercando di intensificare la cooperazione tra le banche del Continente per scongiurare, alla luce degli strumenti a disposizione, l’incisività di quei fattori di rischio che potrebbero minare la stabilità dell’economia europea. La prolungata politica dei tassi d’interesse bassi, rischia di produrre debolezza sull’intera filiera bancaria europea. Il profilo tracciato dalla Bce tocca uno dei nodi centrali su cui si è dibattuto nella riunione Ecofin di queste ore. Stabilire una strategia comune tra gli istituti di credito dell’Eurozona è la prima mossa per coordinare le prossime decisioni da intraprendere. La ricerca di un vincolo comune che possa aprire ad una nuova stagione di collaborazione tra le banche nazionali è quantomai necessaria alla luce del paventato rischio sistemico, causato dal peso dei non performing loans. Gli strumenti di salvaguardia per operare sul sistema bancario europeo, tema centrale nel dibattito di queste ore, devono però integrarsi ad una visione specifica e singolare dei casi di rischio, da adottare in modo parallelo alla trattative biennali con Londra. Cercare una linea intergovernativa a livello europeo, capace di facilitare l’intesa tra le singole realtà nazionali e le istituzioni comunitarie, può essere utile per creare i presupposti per una visione confederativa. La Germania ha mostrato un’apertura sul tema del metodo intergovernativo, come strumento volto a facilitare il dialogo diretto tra gli Stati membri in modo da sbloccare molte situazioni dall’impasse, specie nei momenti di crisi più acuta, come fu nel caso del piano di salvataggio della Grecia. Posizione che ha tenuto a sottolineare in queste ore, con piglio pragmatico, il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble. Non è sbagliato considerare le misure d’intervento proposte da Berlino, ma per evitare di operare nel mezzo di una crisi sistemica, occorre pianificare un intervento che analizzi nello specifico le singole problematiche. Risoluzioni che legittimano la supremazia nazionale (come vorrebbe appunto la Germania, ma come auspicano anche Olanda e Francia), indeboliscono il ruolo sovranazionale degli organismi europei. Posizione peraltro comune a tutti quei Paesi membri che hanno fatto del rigore economico la spina nel fianco per la costruzione di un’Europa plurale e federativa. kapmerkel.pngIl dialogo tra le parti rischia di fallire difronte al particolarismo tutelare, volto a salvaguardare l’interesse del singolo Stato-nazione su questioni cruciali nel percorso di riforme comunitarie. Mostrarsi nuovamente impreparati di fronte ad un pericolo che mina alla stabilità del mercato unico può risultare fatale per il futuro dell’identità economica europea. Non è stata forse anche questa una delle cause che ha spinto milioni di britannici a votare Leave, l’inossidabile egemonia tedesca sulle questioni economiche europee, sapientemente strumentalizzata dai fautori dell’isolazionismo inglese? L’inerzia che ha caratterizzato l’Europa di questi anni, ha rafforzato le forze politiche anti-sistema, che alimentano il vento della disgregazione su scala continentale e allargato il gap tra i Paesi dell’Eurozona. L’attuale status quo della moneta unica impone di ponderare e di agire, condividendo i rischi e pianificando gli interventi. Completare l’unione monetaria, allentando la trazione tedesca, è possibile solo se si attuano misure strutturali sull’intero scheletro economico europeo: il sopra menzionato intervento sugli istituti di credito nazionali, nel breve periodo, deve portare alla creazione di un’unione bancaria a livello sovranazionale; inoltre l’attuazione di politiche comuni sul debito, che prevedano, tra gli altri provvedimenti, l’azzeramento dello spread e un tasso d’inflazione comune a tutta la zona Euro, sono misure che possono davvero indirizzare, in un’ottica nuova, il modus operandi e il sistema decisionale dell’Unione europea. Interventi che devono però partire dall’istituzione politica di un ministro delle Finanze europeo che sappia bilanciare gli interventi e garantire un’equità nel trattamento dei singoli casi. Cambiare prospettiva è necessario per intervenire a fondo. Brexit può essere uno stimolo per iniziare a riformare i princìpi monetari che alimentano un processo complesso e pericoloso, segnato dalla mancanza di una governance europea capace di operare in maniera incisiva e plurale per risolvere i problemi che affliggono da anni il mercato unico.

 

 

 

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