Dov’è lo Yemen? Nel Paese a sud-ovest della Penisola araba, si combatte, ormai da diversi anni, una sanguinosa guerra civile che la maggior parte dell’opinione pubblica occidentale ignora. Buona parte delle responsabilità di questo inaccettabile oblìo sono senza dubbio da attribuire ai canali d’informazione tradizionale che, nonostante la barbarie del conflitto yemenita, non hanno adeguatamente denunciato le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate tanto dalle milizie ribelli quanto dalla coalizione filo-governativa sulla popolazione civile. La presenza sul campo dei principali media europei è risultata del tutto assente: accade sempre più spesso che il mondo dell’informazione, difronte alle numerose tragicità degli altrettanto innumerevoli conflitti locali, trascuri un’attenta narrazione dei fatti che permetta davvero di comprendere l’origine e il conseguente sviluppo delle ostilità in atto in molte aree “calde” del mondo. Non v’è dubbio che la maggior parte degli sforzi dei networks siano stati rivolti alla Siria, all’Iraq e al Nord Africa, aree minacciate dalla presenza dello Stato Islamico. Tuttavia, non basta puntare i riflettori solo su queste realtà del Medio Oriente, dal momento che la disgregazione politica attecchisce in maniera sempre più capillare in altrettante aree. Occasione che Daesh potrebbe cogliere, inserendosi nelle regioni dove vi è una profonda debolezza governativa (come nel caso dello Yemen), soprattutto dopo la perdita delle principali roccaforti (ultima in ordine di tempo la città di Sirte, in Libia, liberata negli scorsi giorni dalla coalizione internazionale). Fornire una visione organica della frammentazione mediorientale aiuta a comprendere quanto il pericolo di una “balcanizzazione” del Medio Oriente, aspetto più volte sottolineato dagli analisti, possa riguardare un’area ancora più ampia di quella attualmente sotto il controllo delle milizie del Califfato. Rischio fondato anche in un Paese come lo Yemen, che da anni convive con la costante presenza sul territorio del gruppo terroristico al Qaeda e con milizie ribelli profondamente radicate in diverse regioni, che da anni si contrappongono in un feroce conflitto.

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Importante area strategica a livello commerciale e militare, lo Yemen sta vivendo uno dei momenti più convulsi della sua storia: profondamente lacerato al suo interno, il Paese è divenuto un campo di battaglia senza confini. La feroce offensiva delle milizie ribelli sciite, che tengono sotto scacco molte regioni dello Yemen e la radicata presenza del gruppo terroristico al Qaeda, non permettono al governo di adottare contromisure efficaci per tutelare una popolazione martoriata dalle bombe e dalla povertà che tocca livelli insostenibili. La dura realtà dello scontro in atto nel Paese arabo porta alla luce aspetti inquietanti: oltre 6000 morti dall’inizio delle ostilità e una popolazione falcidiata da continui attentati – lo stesso Stato Islamico, sia pur scarsamente presente finora sul territorio, ha colpito, nel Marzo 2015, una moschea nella capitale Ṣanʿā, uccidendo 137 persone -, sono il segno tangibile che il conflitto in corso è tutt’altro che immobile. Aspetti, questi come molti altri, poco conosciuti dall’opinione pubblica occidentale che ha appreso, oggi come allora, la notizia del recente bombardamento che ha colpito un ospedale di Medecins Sans Frontiers (MSF) nella città di Abs, nella Nord dello Yemen, come un evento isolato. Compiuto dall’aviazione saudita che in questi mesi sta lanciando continui raid per contrastare le milizie ribelli, gli alleati del governo yemenita colpiscono, troppo spesso, vittime innocenti. download (1)La coalizione dei Paesi del Golfo, formata da Egitto, Marocco, Sudan e capeggiata dall’Arabia Saudita si preoccupa infatti di stabilizzare l’area a Sud della Penisola araba in modo da porre lo Yemen, importante crocevia per gli scambi commerciali, sotto la propria dipendenza. Una realtà complessa, dove le frizioni tra gli Huthi, gruppo ribelle di matrice sciita, fautori di un nuova secessione e al Qaeda, che controlla più o meno indirettamente un’ampia parte dell’est del Paese, non permettono al governo yemenita, asserragliato da tempo a sud-ovest, di adottare controffensive efficaci. L’obiettivo preminente per le potenze mediorientali alleate (Arabia Saudita in primis) è quello di trasformare lo Yemen in uno Stato satellite, controllando l’estremità meridionale della penisola araba, dove hanno accesso obbligato le petroliere che giungono nel Mar Rosso. Da non sottovalutare infine l’aspetto religioso, centrale anche nelle complesse dinamiche belliche yemenite: l’Arabia Saudita ha attaccato in questi mesi duramente l’Iran, accusando il Paese degli ayatollah di finanziare i miliziani ribelli per aumentare la propria influenza sul territorio, in una regione a maggioranza sunnita. Insomma una risoluzione, anche parziale, delle ostilità, a lungo auspicata dalla comunità internazionale, si profila ancora lunga e complicata, visti gli interessi che gravitano intorno ad una zona di forte rilievo strategico per molte milizie impegnate sul campo.

Cronistoria di un conflitto capillare: le forze centrifughe alimentano la questione yemenita

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Cartina raffigurante l’attuale divisione territoriale dello Yemen. Fonte: internazionale.it

I raid compiuti sul territorio yemenita da parte della coalizione dei Paesi del Golfo, coordinati dall’Arabia Saudita ed equipaggiati da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, che hanno realizzato notevoli profitti dalla vendita di armi alle principali potenze dell’area, sono partiti nel Marzo 2015. Gli obiettivi principali sono le roccaforti dei ribelli, in particolare degli Huthi, fazione antigovernativa che si rifà agli ideali del fondamentalismo sciita (supportati, secondo Riad, dall’Iran), che invocano la secessione dell’ovest del Paese. Per comprendere a fondo l’attuale stadio del conflitto bisogna tornare al 2011: come tutto il mondo arabo, dalle coste nordafricane al Medio Oriente, anche lo Yemen ha solcato la scia del rinnovamento portato dalla Primavera dei popoli. Il presidente Ali ‘Abd Allah Saleh, ininterrottamente in carica dal 1990, artefice dell’unificazione e della transizione verso lo Yemen moderno, nel Marzo 2011 è stato costretto a lasciare la guida del Paese, in una situazione di forte disordine sociale. La fase di transizione, seguita alle sue dimissioni, è stata il preludio ad una stagione di scontri tra fazioni che va avanti ininterrottamente da più di due anni. Il “vuoto di potere” lasciato dalla destituzione di Saleh, ha permesso ai ribelli sciiti e alle organizzazioni terroristiche – al Qaeda è largamente presente nell’Est del Paese – di prendere in mano le sorti dello Yemen, con tentativi di imposizione violenta, atti a sovvertire i labili equilibri politici stabiliti dal governo centrale. Sostenuti da un forte clima di protesta sociale e da un progressivo stato di inedia economica, la galassia antigovernativa ha agito in modo silenzioso per conquistare molte regioni dello Yemen. Nonostante Saleh abbia cercato fino all’ultimo una mediazione con il Consiglio di Cooperazione del Golfo per mettere al riparo il Paese da possibili incursioni, è stato costretto a lasciare il potere (soprattutto per l’ostilità mostratagli dall’Arabia Saudita), dopo che un attentato, nel Giugno 2011, lo ha visto personalmente coinvolto. Le redini della nazione vengono prese, nello stesso anno, dal suo vice ‘Abd Rabbih Mansur Hadi, che assumerà ufficialmente la carica di Presidente nel Febbraio 2012. Hadi riesce, fin dall’inizio del suo mandato, a stringere una solida alleanza militare con gli Usa e con le potenze mediorientali che siedono al GCC, le stesse che avevano delegittimato il suo predecessore Saleh, per permettere l’intervento militare nel Paese, dopo che si sono palesate le prime avvisaglie di un’insofferenza esacerbante. L’apparente stabilità dello Yemen è destinata a deteriorarsi, sebbene il governo dapprima non sembri preoccuparsi della tensione che corre in molte regioni del Paese, terreno di scontro dove si coagulano le milizie ribelli, pronte ormai a sferrare un duro attacco. La situazione, dopo mesi di scontri ad ovest, sembra duramente compromessa e ogni tentativo di stabilire un dialogo con le forze ostili al governo ufficiale, risulta vano: nel Gennaio 2014 viene cancellata la Conferenza del dialogo nazionale, che si sarebbe dovuta tenere a Ṣanʿāʾ, capitale della nazione. Gli Huthi intanto avanzano e guadagnano progressivamente terreno spostandosi in direzione proprio della capitale, sede delle forze governative nazionali, che desistono dall’attacco frontale. L’ultimo disperato tentativo da parte dell’esecutivo di Hadi, nel Febbraio dello stesso anno, di trasformare lo Yemen in una Repubblica federale composta da sei regioni, non sortisce alcun effetto: a Settembre gli Huthi conquistano parte della città di Ṣanʿāʾ, dopo aver assediato molte regioni ad ovest, che danno uno sbocco diretto sul Mar Rosso. Situazione mal sopportata dall’Arabia Saudita che preme sull’esecutivo yemenita affinché adotti misure per arginare l’avanzata dei ribelli. Il governo invece, per fare fronte alle emergenze, aggrava il carico fiscale sulla popolazione, varando misure restrittive a livello economico come l’aumento delle imposte sull’energia elettrica e sul prezzo dei beni di prima necessità. Insostenibili divengono poi, per una popolazione allo stremo, le accise sui carburanti, in una società sempre più esautorata dalla guerra e dalla povertà dilagante, fattori, il secondo non meno incidente del primo, che continuano a mietere vittime. Il Paese più povero della penisola araba è però solo all’inizio del suo lungo travaglio. Dopo un anno di trattative serrate tra il presidente Hadi e i capi delle forze ribelli sciite, nel Febbraio 2015, si giunge ad un’intesa che porta alla formazione di un governo di unità nazionale composto anche da rappresentanti degli Huthi e del movimento secessionista Hiraak al-Janoubi. Questa apertura, voluta fortemente dall’esecutivo yemenita, sembra preannunciare una transizione pacifica, condizione necessaria per aprire un negoziato con i ribelli per la liberazione dei territori assediati. download (2).jpgL’appeasement tra l’asse governativo, sostenuto dalla coalizione dei Paesi del Golfo e dagli Usa e i rappresentanti dei ribelli, risoluti nell’invocare l’autonomia dei territori posti sotto controllo, dura ben poco, aprendo una nuova frattura, tutt’oggi profonda e lacerante. Se nel Settembre 2015, i raid sauditi avevano liberato il distretto portuale di Aden, importante fulcro economico a sud-ovest, dalla presenza delle milizie sciite e permesso al presidente Hadi di riconquistare un avamposto da cui far ripartire l’avanzata per contrastare le forze ribelli, gli interventi sono risultati ancora una volta inefficaci. Nelle settimane successive, operazioni militari incrociate hanno ucciso centinaia di persone tra miliziani e civili e l’assedio, questa volta definitivo della capitale Ṣanʿāʾ da parte degli Huthi, ha dato manforte a tutte le forze antigovernative, tra cui la stessa al Qaeda: il disperato tentativo del governo di difendere l’importante polo commerciale di Aden e dello stretto di Bab al Mandeb, ha segnato l’incapacità del governo yemenita di apporre un rimedio efficace allo stato del conflitto e dato il via alla sanguinosa campagna militare condotta sul territorio dagli alleati. Il coordinamento delle operazioni, affidato all’Arabia Saudita, sta producendo più danni che benefici. Incurante degli obiettivi sensibili, l’aviazione saudita colpisce con fulminei raid aerei, distruggendo infrastrutture e uccidendo, il più delle volte, vittime innocenti. A farne le spese una popolazione martoriata, come sottolineano i rapporti pubblicati dall’Onu, dalla violenza di una guerra cieca, invisibile agli occhi dell’Occidente, che acconsente alla violenta strategia bellica adottata da Riad.

Ricchi e poveri. Lo Yemen, importante hub commerciale, conteso delle potenze mediorientaliYemen-Iran-e-Arabia-Saudita

L’interesse verso lo Yemen, crocevia economico dell’area (soprattutto ad ovest) è oggetto di contesa tra Arabia Saudita ed Iran. Le due maggiori potenze economiche del Medio Oriente, interessate ad una pacificazione del Paese, considerano l’area un importante polo commerciale che dà accesso diretto al Mar Rosso, dal momento che affaccia direttamente sullo stretto di Bab al Mandeb, spazio dove transitano, attraverso il passaggio nel Golfo di Aden, le petroliere che riforniscono l’intera area circostante (come mostra la cartina). 338888ccedf767c87735d5798a5011baIl reciproco scambio di accuse punta a ristabilire la supremazia negli equilibri regionali, minacciati dal riavvicinamento dell’Iran agli Usa – a seguito della sottoscrizione del TNP per il disarmo nucleare e della fine delle sanzioni statunitensi -, fattore che preoccupa non poco la monarchia saudita, che ha tra i suoi obiettivi il rafforzamento del contingente militare nelle zone calde della regione peninsulare (il dossier Yemen è da tempo sul tavolo del ministro della Difesa Mohammed Bin Salman, trentenne, figlio del re Salman e futuro successore al trono saudita, che si gioca parte della sua credibilità politica). Le misure interventiste adottate in politica estera da Riad giustificano i timori nei confronti dell’egemonia economica iraniana, dopo che il piano di riforme approvate lo scorso anno – si veda a riguardo un mio precedente articolo sull’argomento – non è riuscito ad arginare le perdite generate dal brusco calo del prezzo del greggio che ha provocato, nel solo 2015, un calo del Pil che si aggira intorno del 15%. Misure economiche inefficaci per fronteggiare il disavanzo e una strategia militare onerosa (il costo delle operazioni belliche nello Yemen finora ammonta a 6 miliardi di dollari), gravano sulle risorse finanziarie del Paese, alle prese da un lato con una rigorosa revisione dei costi e dall’altro con un (necessario) rafforzamento del budget per coordinare le operazioni militari nell’area. L’Onu, in questi mesi, ha condannato fermamente i raid aerei sauditi nello Yemen, denunciando un numero sempre crescente di vittime tra la popolazione civile e una scarsa incidenza sulle postazioni delle milizie ribelli, nonostante siano state impiegate dall’esercito saudita le più avanzate tecnologie in ambito bellico. La stabilizzazione dello Yemen può garantire all’Arabia Saudita un controllo diretto sulle rotte commerciali, aprendo a nuovi accordi commerciali con i Paesi dell’area. Altro obiettivo dichiarato di Riad è poi quello di consolidare la supremazia wahabita rispetto alla minaccia del fondamentalismo sciita, cui si rifanno molte forze ribelli attive nel conflitto yemenita. download.jpgE l’Iran, chiamato in causa dall’Arabia Saudita? Per ora Teheran non risponde alle accuse, ma la sua incursione nel mercato dell’oro nero, dopo la fine delle sanzioni statunitensi, è un chiaro segnale che il regime degli ayatollah vuole imporsi come protagonista economico e militare anche in una area a maggioranza sunnita. Riad infatti accusa Teheran di voler rafforzare il proprio dominio nello Yemen, supportando militarmente gli Huthi che tengono sotto scacco importanti territori nel Paese (non ultima la stessa capitale Ṣanʿāʾ, nelle mani dei ribelli dal Settembre 2014). Invettive che la monarchia saudita spera di sfruttare a livello propagandistico, in una fase di profondo affanno, dovuto proprio alle complicazioni economiche e alle fallimentari operazioni militari nello Yemen. Le sorti del Paese più ricco e di quello più povero della Penisola araba sembrano inevitabilmente legate tra loro: la guerra yemenita è la partita che Riad non vuole perdere, per mostrare all’Occidente la sua potenza militare, qualunque sia il costo in termini finanziari e umani. Le operazioni allora procedono, in attesa che l’ennesimo attacco mortale ci ricordi che nello Yemen si combatte una guerra silenziosa che non sembra avere ripercussioni dirette sul nostro Continente, ma che sta condannando un’intera popolazione ad atroci sofferenze e sta dilaniando un Paese sempre più invisibile. Un proverbio yemenita recita così: “Lo struzzo, quando deve volare dice: sono un cammello e quando deve portare un peso  dice: sono un uccello“. Parole che risuonano più forti di qualsiasi appello e richiamano l’Occidente alle proprie responsabilità, dirette e indirette.

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