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Beda Romano, giornalista e scrittore, corrispondente de Il Sole 24 Ore da Bruxelles. Il suo ultimo libro è Berlino capitale (Il Mulino, 2016)

Un Continente, molteplici emergenze da affrontare, tante voci discordanti. Il futuro dell’Unione europea è segnato da un’incertezza cronica che le diverse problematiche di questi mesi (Brexit, terrorismo, immigrazione), hanno contribuito ad acuire. Dal dialogo avuto con Beda Romano, giornalista e scrittore, corrispondente da Bruxelles per il quotidiano Il Sole 24 Ore, emerge un quadro che delinea le difficoltà di un’Europa in affanno, dove si scontrano interessi divergenti e in cui coabitano necessità  emergenziali e progetti a lungo termine. Il problema centrale, secondo Romano, riguarda il ruolo e il peso specifico degli attori in campo: il complicato rapporto tra istituzioni comunitarie e Stati membri è il <<riflesso di una unione che non è più confederale ne è diventata pienamente federale>>, un’architettura politica “liquida”, specchio dell’incertezza globale. Ne consegue, come riflesso visibile, il ritorno dei nazionalismi – l’altro volto dell’Europa odierna -, che, attraverso una narrazione aggressiva e radicalmente euro-scettica, erodono consensi alle forze politiche moderate, facendo leva sull’immobilismo delle istituzioni comunitarie. Per sbloccare l’impasse, sociale e politico, ancor prima che economico, è necessario – sottolinea il giornalista – cooperare a livello transnazionale, ripartendo oneri e responsabilità, nonché riaffermando una visione plurale che metta al centro valori come la condivisione e la comune identità. Obiettivo perseguibile solo se si abbandona una logica particolare e si discute in modo franco sui tempi e i modi per risolvere i problemi, abbandonando quella visione burocratica e rigorista in materia economica, propria dei Paesi del Nord Europa e della Germania e limitando l’esclusività e l’oltranzismo propugnato dagli Stati dell’Est, tutt’altro che sensibili ai temi sociali. In questo modo si può giungere ad una visione omogenea e conciliante, fermo restando che <<il rilancio dell’integrazione europea>>, argomento centrale nell’ottica di una visione federativa, <<dovrà necessariamente passare da un nucleo più piccolo di Paesi>>.european_dis_integration__alexander_dubovsky-768x510.jpeg Senza false illusioni, l’Europa può ripartire solo se le èlites decidono di (ri)mettersi in gioco e di affrontare in modo frontale i problemi e gli interrogativi che l’elettorato pone oggi all’establishment. Una strada percorribile date le imminenti scadenze elettorali? L’opinione di Romano su questo punto è chiara. L’Europa deve divenire il Continente della pluralità, capace di dare eguali opportunità a tutti gli Stati membri e di riavvicinare i cittadini al dibattito sul futuro dell’Unione europea. Restituire un approccio diretto e una partecipazione fattiva dei Paesi membri, come ribadito nel recente summit di Ventotene tra Italia, Germania e Francia, è possibile solo abbandonando una visione politica “dall’alto”, foriera di interessi e particolarismi contrapposti. La sovranità dell’Unione europea, conclude Romano usando un’efficace metafora, non risiede nel potere decisionale delle istituzioni europee in quanto tali, gregarie rispetto alle autorità politiche nazionali. Un ridimensionamento dei singoli organi comunitari è quanto mai necessario, dal momento che la Commissione europea oggi <<è come lo schipper nelle navi olandesi del Secolo d’Oro. Guida la nave ma non è padrone a bordo. Il potere del capitano è nelle mani dell’opperkoopman, il rappresentante dell’armatore, in questo caso il Consiglio>>.

Beda Romano, l’impalcatura istituzionale europea, in balìa di fenomeni globali totalizzanti che toccano la sfera sociale, economica e politica come il terrorismo, l’immigrazione e l’incertezza economica – difficoltà e problemi comuni a moltissimi Paesi del Vecchio Continente -, sembra sempre più fragile, costituita da una perenne insicurezza nell’affermare il proprio ruolo e la propria autonomia. Qual è il futuro delle istituzioni dell’Unione europea, alla luce di un presente caratterizzato da uno scetticismo radicale?

funzioni-e-rapporti-ue<<Le istituzioni europee sono oggi il riflesso di una unione che non è più confederale ne è diventata pienamente federale. La Commissione europea ha il potere di iniziativa legislativa, ma è senza veri poteri, salvo nel campo della concorrenza e del commercio. Per il resto il suo ruolo dipende dal Consiglio che deve dare il suo benestare finale sulle sue scelte e decisioni. Il Parlamento ha un ruolo importante nel nominare la Commissione, ma il suo potere nell’approvazione legislativa dipende anch’esso dal Consiglio. Obbligata a condividere il suo potere con i governi nazionali, la Commissione è come lo schipper nelle navi olandesi del Secolo d’Oro. Guida la nave ma non è padrone a bordo. Il potere del capitano è nelle mani dell’opperkoopman, il rappresentante dell’armatore, in questo caso il Consiglio>>.

Il richiamo ad una nuova “narrazione” nelle scelte politiche europee passa per un processo riformatore che sia capace di coinvolgere tutte le parti chiamate in causa (Stati nazionali e organismi comunitari). Trovare una linea politica comune in materia economica, meno rigorista e più flessibile sui conti pubblici, può ridurre il peso specifico del populismo euro-scettico che, in questo momento, sembra far leva sulle debolezze strutturali dell’Unione europea?

113440285-012bca76-4d1c-4915-97da-257ecd857586.jpg<<L’Europa deve diventare un volano economico che possa rilanciare la congiuntura. Il Fondo Juncker per gli investimenti è un primo passo. Sul fronte dei conti pubblici, il problema è soprattutto culturale. Nel Nord Europa il debito elevato è inviso agli occhi di molti, nel Sud Europa ha un negativo impatto morale assai minore. In un contesto nel quale i mercati finanziari possono mettere a confronto i debiti nazionali, il risanamento dei conti pubblici non può essere ignorato. In assenza di una condivisione dei debiti che riduca l’ammontare complessivo del passivo e ridia margine di manovra ai Paesi più fragili, la strada del Fondo Juncker pare quella più realistica e percorribile, anche se rischia di non essere sufficiente>>.

Il progetto di un’Unione federale sembra, in questa fase storica, ostacolato dal particolarismo di alcuni Stati. Negli ultimi anni molti Paesi hanno stretto una fervida collaborazione con altri partners per affermare un’autonoma, talora intransigente, linea d’intervento a livello politico-sociale (il gruppo di Visegrad, formato da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria sulle questioni concernenti l’immigrazione) e politico-economico (l’asse dei Paesi del Nord Europa e la Germania che hanno condiviso posizioni di rigida osservanza in materia economica). In che misura la geopolitica dei blocchi contrapposti nuoce al pluralismo, concetto costitutivo dell’Unione europea?

<<Negli ultimi tempi i paesi dell’Unione hanno avuto la crescente tendenza a incontrarsi in piccoli gruppi. È il riflesso dei contrasti tra i Paesi sui vari temi del momento, ma anche il tentativo di rilanciare l’Unione europea, cavalcando l’integrazione a partire da un nucleo più piccolo di Stati membri. La crisi che attraversa l’Europa ha creato scompiglio. Vecchi gruppi tradizionali come quello del Benelux è in crisi. Olanda, Lussemburgo e Belgio si sono sempre riuniti prima di ogni Consiglio europeo per concordare una posizione comune. In febbraio, per la prima volta, i tre Paesi hanno preferito non riunirsi prima di un vertice a Ventotto perché troppo divisi. Credo che a dispetto dell’effetto ottico negativo, il rilancio dell’integrazione europea dovrà necessariamente passare da un nucleo più piccolo di Paesi>>.

ee0-580x424Senza dubbio occorre al più presto definire un quadro d’insieme che tenga conto, in un contesto sovranazionale, delle specificità dei Paesi membri, alla luce dei prossimi impegni elettorali nazionali, tra cui il referendum costituzionale del prossimo autunno in Italia, promosso dal premier Matteo Renzi e le elezioni politiche in Francia e Germania nel 2017. Come pensa che possano coesistere, nel breve periodo, un impegno obbligatoriamente maggiore nel processo decisionale comunitario e l’attenzione, che diverrà sempre più esclusiva nei prossimi mesi, rivolta alle realtà politiche nazionali che, tanto in Francia, quanto in Germania e in Italia, sembrano caratterizzate dalla debolezza degli attuali leader politici (Hollande, Merkel e Renzi) e dall’avanzare di movimenti populisti che fanno leva su un sentimento anti-europeista? Le prossime tornate elettorali saranno, in definitiva, il banco di prova per la tenuta dell’Ue, dal momento che sotto esame vi sono i Paesi fondatori (tra cui anche l’Olanda) e, da sempre, più legati al progetto comune europeo?

<<Le prossime tornate elettorali saranno interessanti, non so se propriamente decisive. Si voterà in molti paesi. Tra gli altri: in Austria e in Olanda, in Germania e in Francia. Il risultato che verrà ottenuto dai partiti euro-scettici offrirà possibili indicazioni sulla direzione che prenderà l’Unione. Neppure la Germania è immune dalla presenza di partiti radicali. Alternative für Deutschland sta guadagnando consensi e rischia di indebolire così tanto i grandi partiti popolari da rendere impossibile una Grande Coalizione a livello federale. Ciò è già successo in Sachsen-Anhalt dove in primavera socialdemocratici e democristiani sono stati costretti ad allearsi con i Verdi per formare un nuovo governo in una coalizione non semplice da gestire>>.

Ormai da mesi le frontiere d’Europa sono luogo di sofferenza per migliaia di persone, migranti provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa che, con la speranza di una vita migliore, lontana dalla povertà e dalle guerre, bussano alle porte del Vecchio Continente. Le risposte, oggi come allora, tardano ad arrivare e molti Paesi sono recalcitranti ad adottare una soluzione d’intervento comune e condivisa a livello continentale. quote-immigrazionePortare avanti un concreto e strutturato processo di integrazione sociale, che preveda, alla luce delle ultime vicende, una rinegoziazione dei Trattati siglati con la Turchia, un controllo mirato sui flussi e una ripartizione più equa tra gli Stati dell’Ue, può essere la chiave per affermare una nuova linea politica transnazionale? Inoltre, un’Europa che vinca la sfida del multiculturalismo, lontana da idiosincrasie religiose e intolleranze xenofobe, compatta sulle molteplici emergenze da affrontare, può davvero ritrovare un’identità plurale e costruire, come propugnato dai firmatari del Manifesto di Ventotene, un’Europa federale?

<<L’emergenza rifugiati ha scosso le società nazionali e creato molte tensioni. Per via di una proposta della Commissione europea di ricollocare gli immigrati in tutti i Paesi dell’Unione con una chiave di ripartizione vincolante, l’immigrazione è diventata una ragione di divisioni.  E’ per certi versi un paradosso. L’immigrazione dovrebbe essere in fondo un fattore coagulante tra i Paesi dell’Unione, costretti ad affrontare insieme problemi simili e chiamati a rivedere insieme le proprie idiosincrasie nazionali e le proprie abitudini locali, avvicinando i popoli europei tra loro>>.

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