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Michele Governatori, scrittore e autore del blog e della rubrica radiofonica Derrick Energia, si occupa professionalmente di mercato energetico. Ha collaborato con Eni, Edison e Axpo.

Energia, clima, sviluppo sostenibile. L’impegno dell’Unione europea nelle politiche ambientali evidenzia la necessità di stabilire una nuova governance e di dirimere le complessità socio-politico-economiche del presente. Un cambiamento globale che impone una risposta fattiva alle problematiche riguardanti l’ambiente e il clima: dal global warming all’impatto delle fonti energetiche nei processi industriali, dalla salvaguardia del territorio alle migrazioni. Per una gestione mirata e complessiva dei processi in atto, emergenziali e strutturali, è necessario adottare un approccio “ecologico”, ponderando benefici e rischi di uno sviluppo lineare che, finora, ha generato squilibri e prodotto diseguaglianze. Parlare di ambiente, come è emerso da questa conversazione con Michele Governatori, “voce” di Derrick Energia ed esperto del settore, significa spaziare dai temi sociali ai processi di sviluppo industriale, con la possibilità di coniugare la finanza all’istruzione. Investire nel capitale umano – obiettivo centrale da perseguire tanto a livello europeo quanto nazionale -, significa sensibilizzare i cittadini alla salvaguardia dell’ambiente, <<una risorsa indispensabile allo sviluppo economico e alla nostra sopravvivenza>>. Dare spazio a tutti i soggetti in campo (cittadini, imprese, istituzioni), tessendo una rete di relazioni socio-economiche, può essere il plus per realizzare <<un mercato più integrato e politiche […] coordinate>>. Governatori riconosce gli sforzi fatti dall’Unione europea in questi anni: l’avvio di un processo di decarbonizzazione, la sicurezza energetica, gli incentivi alle rinnovabili, la sottoscrizione degli accordi della Cop21 per la riduzione dei livelli di Co2 nell’atmosfera. Eppure lo scetticismo non manca; molti princìpi precauzionali alla base delle direttive europee – basati sul criterio del “chi inquina paga” -, sono messi in discussione da un particolarismo nazionale sempre più prevalente, che obnubila una visione d’intesa e una comunanza d’intenti tra gli Stati membri: dalla sottoscrizione dell’Atto unico europeo del 1987, fino al Trattato di Lisbona (2009), le politiche ambientali hanno goduto di un sostegno largo e condiviso, segnato da un confronto trasparente sulle responsabilità e sulle prerogative dei singoli governi nazionali. eu-leading-the-fight-against-climate-changeImpegni che l’Europa di oggi, <<divisa e incoerente>>, sembra eludere, anteponendo interessi specifici che stridono con le linee guida comunitarie: si veda a tal proposito, dato il clamore della vicenda, i fondi europei garantiti al Regno Unito per la realizzazione dell’impianto nucleare di Hinkley Point  – concessi, dopo i reiterati appelli dell’Ue in favore della denuclearizzazione -, oppure, per esempio, la decisione <<di escludere dai disincentivi alle emissioni proprio i settori industriali che emettono di più>>. Il futuro del Vecchio Continente passa dalla salvaguardia dell’ambiente: (ri)partire da modelli di sviluppo sostenibile, attraverso il sostegno alle imprese e gli investimenti sulla formazione dei giovani, può giovare ad un’Europa che, per modellare un assetto economico più competitivo, deve necessariamente uscire dal guado delle contraddizioni politiche. L’ambiente, in questo senso, può essere punto di partenza trasversale per discutere il futuro dell’Unione europea.

 

L’Europa è chiamata a fronteggiare nuove sfide sul piano politico-economico con l’obiettivo di coniugare la crescita economica all’impiego di risorse energetiche sostenibili, sfruttando le nuove tecnologie di produzione industriale e riducendo l’impatto ambientale: la creazione di un’Unione energetica europea può regolamentare il mercato e ridurre il gap tra i Paesi membri, promuovendo politiche di inclusione economica e aprendo una nuova fase di sviluppo per il continente?

images<<La creazione di un mercato più integrato e di politiche di approvvigionamento coordinate (per esempio legate alle infrastrutture del gas) ha aumentato l’economicità e la sicurezza energetica in Europa. In termini di sviluppo, la scelta europea di essere leader della decarbonizzazione, per quanto costosa, ha aperto la strada a una specializzazione e leadership continentale nelle tecnologie relative. Peccato che ultimamente anche su queste politiche l’Europa sia divisa e incoerente, avendo per esempio deciso di escludere dai disincentivi alle emissioni proprio i settori industriali che emettono di più>>.

Brexit ha sancito un distacco anche nelle politiche ambientali ed energetiche del Regno Unito dall’Unione europea: Londra, come confermato dalle recenti dichiarazioni del primo ministro Theresa May, ha annunciato la realizzazione, entro il 2018, della centrale nucleare di Hinkley Point, nel sud-ovest del Paese. 3464Un progetto in controtendenza rispetto alla volontà dell’Ue che punta ad investire nelle rinnovabili e promuove un processo di denuclearizzazione che molti Paesi europei – Germania e Francia in primis – stanno intraprendendo. In quale ottica si inquadra la decisione assunta dal governo inglese e, soprattutto, potrebbe influenzare le scelte di altri partners europei?

<<Il progetto di Hinkley Point non è frutto della Brexit ma di una scelta sciagurata precedente di politica energetica che impegnerà l’UK a costi e rischi economici totalmente fuori mercato per un quarantennio. L’Unione Europea prima della Brexit infatti aveva già dato il via libera dal punto di vista della disciplina degli aiuti di Stato al progetto inglese. Ne parlo anche in un mio articolo su Derrick Energia (http://derrickenergia.blogspot.it/2015/09/i-tempi-sempre-piu-bui-del-nucleare-d249.html). Aggiungo inoltre che quella degli aiuti di Stato è un’altra disciplina ormai talmente annacquata, quasi irriconoscibile. europa_nucleare.jpgIl nucleare oggi non è la risposta giusta alla decarbonizzazione perché ha costi e rischi economici altissimi ed è incompatibile con il mercato: nessuna centrale nucleare si fa senza scaricare esplicitamente o di fatto questi rischi e costi sulla collettività. Non credo la decisione inglese influenzerà altri Paesi europei, semmai come monito a non imitarla, visto la clamorosa divaricazione tra i prezzi all’ingrosso dell’elettricità e quelli necessari ad assicurare al progetto di HP una fattibilità economica>>.

L’attenzione verso nuove strategie energetiche è al centro delle prerogative del mercato europeo, intrecciando interessi di Stato e di imprese private. La Russia, primo Paese fornitore di gas in Europa, tramontata l’ipotesi di costruire il gasdotto North Stream 2, guarda con interesse alla sponda balcanica, cercando di trovare un’intesa con Bruxelles per la realizzazione di nuovi condutture e, al contempo, tiene aperto il fronte del dialogo con la Turchia di Erdoğan per la realizzazione del Turkish Stream. Quanto sono concreti questi scenari e quali saranno le future “vie del gas”?

Mappa_gasdotti.png<<Le vie del gas in Europa sono già tante, e su queste l’Italia gioca un ruolo sempre più importante con il rafforzamento nell’ultimo decennio dell’interconnessione con il Nord Africa, in particolare con la Libia e con il previsto collegamento con i giacimenti azeri tramite il gasdotto TAP via Albania, Grecia e Turchia. E poi ci sono i terminal per il gas liquefatto in particolare in Spagna, Francia e Italia. Oggi l’interconnessione e la diversificazione di fonti per l’Europa, in termini di gas, sono imparagonabili a solo un ventennio fa. Il quesito, piuttosto, è se ci sarà abbastanza domanda di gas per riempire ragionevolmente queste infrastrutture>>.

Il riflesso di un’Europa “a due velocità” – termine caro agli analisti economici -, è ravvisabile anche nell’impegno nazionale rivolto alle campagne di sensibilizzazione ambientale. Molti Paesi del Nord Europa stanno investendo ormai da decenni nelle scuole e nei luoghi di formazione per educare cittadini che in futuro siano maggiormente responsabili, nel loro agire quotidiano, verso l’ambiente. Il Sud Europa (Spagna, Grecia e soprattutto Italia), sembra disattendere queste aspettative, il più delle volte condivise in sede europea. Un problema culturale e comunicativo difficile da superare, non trova?

<<Non so se c’è un problema specifico e non invece il solito, semplice, generale problema culturale: le zone “depresse” lo sono anzitutto in termini di accesso all’informazione e alla cultura>>.

climate_refugees_0-e1444657766297Nell’analisi dei fenomeni migratori si tende solitamente ad escludere l’incisività dei fattori ambientali e climatici, privilegiando letture di tipo socio-politico (in presenza di guerre o di forti tensioni sociali sul territorio) oppure economiche (scarsità di beni necessari alla sopravvivenza). Pensa che si debba discutere un piano di cooperazione con molti Paesi, soprattutto nell’Africa subsahariana, per evitare che migliaia di persone (categorizzate come “migranti ambientali”) fuggano dai loro territori, oggi in grave depressione per lo sfruttamento di risorse da parte delle multinazionali?

<<Senza dubbio la disponibilità di risorse ambientali e di un contesto vivibile è e sarà sempre più una causa di migrazione. Da questo punto di vista i costi sociali che ci aspettano a causa dei cambiamenti climatici, se non gestiti, potrebbero essere esiziali per l’umanità>>.

Derrick,  la rubrica da lei curata su Radio Radicale, si propone di aprire molte finestre di discussione su temi riguardanti l’energia, l’ambiente, il clima e lo sviluppo economico attraverso una visione critica della realtà. Le tematiche ambientali però non trovano largo spazio nei programmi d’informazione “generalista” e importanti questioni, sempre più centrali nel nostro vivere quotidiano, rimangono oggetto di dibattito tra esperti del settore e addetti ai lavori. Trovare nuovi format e adottare una diversa “narrazione” può avvicinare un pubblico più vasto in un Paese, come l’Italia, dove vi è uno scarso interesse per la tutela del territorio e la salvaguardia dell’ambiente?

Green-marketing.jpg<<Forse sull’ambiente la situazione in termini di popolarità e trattazione non è così negativa. Di sicuro lo scenario è peggiore per quanto riguarda l’energia. Piuttosto, vedo una tendenza a trattare l’ambiente in modo ideologico. Ad esempio: sei attento all’ambiente perché sei di sinistra, progressista eccetera. La questione dovrebbe essere invece: sei attento all’ambiente perché è una risorsa indispensabile al tuo benessere anche economico e alla tua sopravvivenza. A proposito ho scritto un articolo, dove ne parlo nel dettaglio: http://derrickenergia.blogspot.ch/2015/11/ambientalismo-e-ideologia-d255.html>&gt;.

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