Tra le problematiche ambientali, l’inquinamento urbano mette sullo stesso piano cittadini e decision makers. Una tematica fondamentale che passa per la ridefinizione del tessuto urbano e la riorganizzazione degli assetti produttivi. Sullo sfondo l’ambiguo ruolo delle istituzioni e delle multinazionali che, in un pericoloso “gioco delle parti”, eludono l’impellenza del problema, sfuggendo alle rispettive responsabilità di fronte alla tutela del benessere collettivo.

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Cartina geografica mondiale sulla qualità dell’aria (in rosso le zone di maggiore criticità). Fonte: Oms

L’Europa rischia di scontare l’eccessivo lassismo sul “governo” del cambiamento climatico e ambientale. “L’inquinamento atmosferico – segnala l’Agenzia europea per l’ambiente (Eea) – è un problema locale, paneuropeo e di tutto l’emisfero”. Problematica ineludibile, segnalano gli esperti, che solleva questioni inderogabili sul piano politico. La sempre più elevata pericolosità delle minacce ambientali impone un dialogo fattivo tra le istituzioni e la società civile, proprio in un momento di profonda incertezza sociale. Distanza, quella tra cittadinanza e policy makers, alimentata da una cattiva narrazione delle tematiche ambientali, strumentalizzate da leaders politici di ogni nazionalità e schieramento nonché ritenuta marginale per l’opinione pubblica, tutt’oggi poco attenta e informata, soprattutto nei Paesi del Mediterraneo. L’Unione europea ha affrontato negli anni il problema dell’inquinamento urbano all’interno di specifiche politiche di indirizzo, inquadrando la questione in modo settoriale: le prime disposizioni generali si trovano nell’Atto Unico europeo del 1986. Tra le priorità figurano la salvaguardia ambientale, la prevenzione per la salute umana e la sostenibilità nell’utilizzo delle risorse naturali. Il Trattato di Maastricht (1993) e quello di Amsterdam (1997), inglobando l’aquis di Schengen sulla libera circolazione di persone e merci, hanno definito il perimetro d’attuazione delle misure ambientali, adottando un’ottica sovranazionale e multisettoriale. Dall’agricoltura all’industria, fino ai trasporti, l’ambiente è stata una delle chiavi di sviluppo economico ben prima della rivoluzione digitale. Un’accresciuta sensibilità civica (diffusasi in modo capillare in Europa a partire dagli anni ’70), unita alla facilità d’accesso ai mercati nazionali da parte delle imprese e dei privati cittadini, ha sollevato la necessità di adottare regole e provvedimenti che ridefinissero le realtà urbane alla luce delle nuove necessità produttive e di sviluppo. Spazi socio-economici sempre più ampi e interconnessi, le città europee infatti sono diventate piazze globali con problemi molto spesso comuni. Miguel Arias Cañete, Commissario europeo per il clima e l’energia, ha proposto nell’estate del 2015, in previsione della Cop21 di Parigi, un impegno transnazionale per affrontare problemi legati all’inquinamento urbano. ETSObiettivo, “la riduzione minima del 40% delle emissioni di CO2 e di gas climalteranti entro il 2030 sotto un “ombrello” comune”, mediante l’attuazione di interventi strutturali nel segno di una strategia politica condivisa che ha incontrato, negli ultimi mesi, favori nel Vecchio Continente. “La più vasta iniziativa urbana su clima ed energia al mondo”, confluita nel Patto dei sindaci per il clima e l’energia, ha saputo infatti far convergere gli amministratori delle principali metropoli europee verso soluzioni comuni, specie in materia di mobilità e traffico urbano. I sindaci di Atene, Madrid e Parigi hanno annunciato di voler vietare l’accesso dei veicoli a motore diesel nelle rispettive aree metropolitane entro la fine del 2017, al fine di ridurre i livelli di polveri sottili nell’aria. Un piano d’azione ambizioso unisce Spagna e Germania: le municipalità di Monaco di Baviera e Barcellona, alla luce delle costanti violazioni dei limiti imposti dalle normative nazionali ed europee, hanno concentrato gli sforzi verso un progetto di prevenzione integrata. Lo Stato della Catalonia, coinvolgendo cittadini e amministratori sul territorio, propone di omogeneizzare le disposizioni vigenti nei singoli comuni, estendendole all’intera regione. Tra le misure in via d’approvazione, il divieto di circolazione, a partire dal Gennaio 2019, di auto private e veicoli commerciali a motore diesel immatricolati rispettivamente prima del 1994 e del 1997. Provvedimento simile adottato anche in Baviera, dove il governo del Land disporrà nelle prossime settimane un piano d’intervento di immediata attuazione. «Serve una trasformazione radicale della nostra mobilità. La riduzione delle emissioni, pur avendo determinato un miglioramento, non è abbastanza», sottolinea in una nota l’Agenzia europea per l’Ambiente. Restano tuttavia ancora forti resistenze sul piano politico. L’eccessiva frammentazione amministrativa (competenze in materia ambientale divise tra enti locali, Stato centrale e istituzioni europee), impedisce l’adozione di misure di contrasto efficaci. Risulta necessario dunque passare da un piano formale ad un piano sostanziale, coinvolgendo in primo luogo la cittadinanza.

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Mappa sulla qualità dell’aria in Europa. Fonte: italiansinfuga.com

L’Unione europea ha prodotto significativi cambiamenti in termini legislativi: regolamentazioni più severe per le industrie, progressi nell’efficienza energetica, ma anche incentivi fiscali a imprese e cittadini che, tuttavia, restano attori marginali nei processi decisionali. Lodevole l’impegno, a livello nazionale ed europeo, volto ad una maggiore integrazione e sostenibilità ambientale così come il contrasto all’inquinamento urbano che mira ad imporre, in linea con gli obiettivi stabiliti dall’Ue per il 2030, il divieto di circolazione degli autoveicoli a gasolio nelle città europee entro il 2020. Tuttavia non basta e solo il clamore mediatico suscitato dal caso Dieselgate, che ha coinvolto Volkswagen nel Settembre 2015, sembra aver avuto impatto sull’opinione pubblica, imprimendo una svolta decisiva nel dibattito politico sul tema. Le indagini condotte dall’Epa, l’authority per la protezione dell’ambiente statunitense, hanno dimostrato la violazione delle norme federali sulle emissioni inquinanti da parte della multinazionale di Wolfsburg: il colosso automobilistico tedesco, tramite l’installazione di un software nel motore dei veicoli, ha eluso i parametri stabiliti dalle norme vigenti per migliorarne le prestazioni. Secondo il quotidiano tedesco Die Welt “il governo tedesco sapeva della truffa sulle emissioni”, aggiungendo che “l’impegno volto a eliminare i meccanismi manipolativi non si sia ancora del tutto affermato nella prassi comune”. Lo scandalo Volkswagen ha portato a controlli più stringenti in Europa e oltreoceano, a fronte di una minaccia sempre crescente. Le successive indagini condotte a carico di Fiat-Chrysler e Renault hanno innescato un duplice effetto: se, come sottolineano gli analisti di Ubs, <<politici e regolatori sono diventati sensibili e sempre più populisti verso le emissioni dei diesel>>, la maggior parte dei governi nazionali, specie nel Vecchio Continente, ha continuato a sottostimare il problema, non facendo opportunamente ricorso a strumenti di controllo e prevenzione. Una recente ricerca condotta dal Massachusetts Institute of Technology avverte sulle conseguenze a lungo termine che, Dieselgate e consimili, possono produrre sulla salute degli individui. Lo studio del Mit riscontra le maggiori criticità nell’Europa centrale dove vi sono elevati livelli di ossidi di azoto (NOx) e di particolato sottile, i principali inquinanti presenti nei gas di scarico degli autoveicoli. Livelli di poco inferiori, comunque al di sopra dei limiti consentiti dalla legge, si riscontrano nel Regno Unito e in alcuni Paesi del Mediterraneo (Spagna e Italia). Nell’ultimo rapporto annuale, l’Eea indica lo smog come la maggiore minaccia per l’ambiente e la salute umana, causa diretta di “467mila morti premature”. images_smog.jpgNumeri impressionanti, destinati a crescere nel prossimo decennio. Oltre agli scarichi delle automobili, risultano problematici gli impianti di riscaldamento e gli stabilimenti energetici – dove, tra l’altro, vi è ancora un massiccio impiego di combustibili fossili –, nonché i processi di produzione industriale, che risultano ancora oggi tra i maggiori responsabili dell’emissioni di gas serra. I parametri introdotti da Bruxelles nel programma per l’Ambiente e l’Energia 2020-30, approvato lo scorso novembre dal Parlamento europeo, mirano a ridurre del 50% le emissioni inquinanti totali rispetto ai livelli del 2005. Al vaglio delle commissioni parlamentari e del Consiglio, vi è una proposta di policy integrata che, dall’agroalimentare al settore dei servizi, coinvolga l’intera filiera produttiva, con la speranza che una maggiore inclusione possa produrre i risultati auspicati. Cittadini, imprese e istituzioni pubbliche sono chiamati a trovare soluzioni di comune accordo, dal momento che non si può più ipotecare il futuro del Pianeta, come segnalato da molti esperti. Ne è convinto anche Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’Eea: <<L’inquinamento atmosferico sta danneggiando la salute umana e gli ecosistemi>>, sottolineando che <<per imboccare un cammino sostenibile, l’Europa dovrà essere ambiziosa e andare oltre la legislazione attuale>>.

Articolo pubblicato su eastwest.euimg_0413

http://eastwest.eu/it/opinioni/european-crossroads/inquinamento-problema-civile-questione-politica

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