20142020
Quadro finanziario pluriennale (2014-20) dell’Unione europea [Fonte: Fondazione Europea Civiltà]

<<Credo che non si possa competere a livello globale se non c’è un grosso investimento nella ricerca>>. La speranza nel futuro, nelle parole di Antonio Tajani, lascia spazio alle molte incertezze del presente. Una presa d’atto da parte del presidente del Parlamento europeo, che invita i governi nazionali ad un maggiore impegno su temi come l’istruzione e la ricerca. <<E’ la politica che deve indirizzare le spese>>, prosegue Tajani. L’Unione europea ha inserito nel bilancio 2014-20, circa 77 miliardi di euro per finanziare progetti di formazione e sviluppo destinati al mondo universitario e scientifico. Fondi stanziati non solo per ridurre il gap (infra)strutturale, presente tra Nord e Sud Europa, ma anche per promuovere progetti di ricerca: esemplificative, in tal senso, le ultime scoperte in campo astronomico condotte dall’ESO (European Southern Observatory) che, insieme al CERN (European Organization for Nuclear Research), costituiscono delle eccellenze sul piano internazionale per autorevolezza e spessore accademico. Risultati frutto della sapiente cooperazione scientifica tra enti europei e nazionali che ha portato, nel corso dei decenni, al consolidamento di un’ampia rete di studiosi che, ad oggi, coinvolge oltre 30000 ricercatori provenienti da 34 Paesi nel mondo. L’osmosi culturale, scientifica e artistica, dentro e fuori la dimensione europea, si è rivelata un potente strumento di integrazione e dinamismo, elementi in grado di incidere sul coordinamento delle politiche nazionali, con un impatto positivo sull’intera crescita socio-economica continentale.

Sacco
Pierluigi Sacco, docente di Economia della Cultura all’università IULM e visiting scholar presso l’università di Harvard, scrive per il Sole 24 Ore. Tra le sue pubblicazioni, Italia reloaded. Ripartire dalla cultura (Il Mulino, 2011)

<<Stiamo assistendo ad una forte diversificazione a livello europeo>>, spiega Pierluigi Sacco, professore ordinario di Economia della Cultura presso l’Università IULM di Milano, incontrato in occasione della presentazione del libro Università futura. Tra bit e democrazia. In questo lavoro l’autore, Juan Carlos de Martin, informatico e docente al Politecnico di Torino, affronta molte delle tematiche discusse in questa intervista. Civismo, sostenibilità economica e tutele sociali, una voce unanime si leva tanto dal mercato del lavoro quanto dagli ambienti accademico-scientifici. Investire nell’università e nella ricerca significa scegliere il cambiamento e puntare all’innovazione. Un antidoto al regresso sociale e al disavanzo economico ma, prima di tutto, formazione come tessuto connettivo tra cittadinanza e territorio, “bene rifugio”, laboratorio di crescita sociale, genius loci, cerniera tra persone e culture differenti nell’Europa in cerca di certezze. Sono tanti e molti altri gli attributi legati all’istruzione, intesa come ecosistema sociale e, parimenti, come “industria” economica. <<In questo senso>>, afferma Sacco, <<l’università può avere un ruolo decisivo>>.

 

Parlare di università significa confrontare sistemi socio-economici, culture e tradizioni accademiche profondamente differenti: l’Europa presenta eccellenze e criticità, ma senza dubbio il dato più evidente è, in generale, l’eccessiva disomogeneità dei sistemi d’istruzione e di ricerca.  

unione-europea-finanzia-progetti-istruzione-e-formazione-professionale-678x381<<Stiamo assistendo in effetti ad una forte diversificazione a livello europeo. Pur partendo da radici comuni, l’Europa continentale presenta marcate differenze. Una situazione oggi segnata da una progressiva divaricazione dovuta in parte da un distacco, progressivo e costante, dal sistema universitario britannico. Alcune realtà stanno puntando su una vocazione internazionale, investendo su alcuni atenei d’eccellenza; altri, tra cui l’Italia, hanno puntato e tutt’ora proseguono ad una consolidamento dell’intero impianto universitario nazionale. Questi Paesi in particolare non puntano su università “superstar”, ma prediligono, malgrado le molte difficoltà, un’elevata qualità sia dell’output dell’attività di ricerca che della didattica. Anche in Italia dovremmo cercare di capire come l’esposizione a questo tipo di modelli potrà incidere sulle scelte politiche, non necessariamente dal punto di vista delle riforme, quanto piuttosto dalla capacità di attrarre risorse dal settore privato così come dal pubblico, che, il caso italiano è emblematico, in questi anni ha fortemente disinvestito>>.

Il peso della burocrazia ha in molti casi fortemente inciso sul finanziamento di progetti di sviluppo dei poli di ricerca ed eroso risorse importanti agli atenei. In Italia sono ben note queste criticità, qual’è invece la situazione a livello europeo?

bureaucracy<<La burocrazia in Europa è abbastanza complessa e pesante, tuttavia si sta cercando di semplificare soprattutto i meccanismi di finanziamento degli atenei. In molti Paesi, l’Italia è tra questi, è difficile attrarre risorse private perché l’università non gode di buona fama. Un problema certamente scaturito dall’impatto esercitato dai media sull’opinione pubblica, tuttavia non si possono eludere le responsabilità proprie dell’università. Da un’altra prospettiva, c’è un’evidente difficoltà a reperire sovvenzioni e ad investire sull’università: un ateneo che volesse finanziare borse di dottorato si trova difronte procedure estremamente complesse. L’elevato volume di pratiche burocratiche e di garanzie frena queste iniziative. L’università italiana non è stata concepita per avviare raccolte fondi e i canali d’accesso per i finanziamenti “esterni” sono pochi e soggetti a limitazioni restrittive. Inoltre con la contrazione di risorse pubbliche di questi anni, la questione dei finanziamenti agli atenei torna in primo piano. In questo senso, il ruolo dello Stato deve essere certamente più attivo e propositivo, non solo dal punto vista finanziario: alle risorse economiche deve accompagnarsi un adeguamento delle strutture amministrative interne al sistema universitario>>.

ricerca.jpg--

Università è palestra di civismo. Quale narrazione deve adottare il mondo accademico per avvicinare la cittadinanza ed essere un faro nelle politiche di valorizzazione del patrimonio territoriale?

<<L’università dovrebbe innanzitutto parlare in modo più facile e accessibile: ciò non significa che il mondo accademico debba rinunciare ad esprimere concetti complessi. E’ suo compito farlo, favorendo la partecipazione e contribuendo alla crescita del territorio. Quindi, da un lato il mondo dell’istruzione e dell’università deve comunicare meglio, ma dall’altra deve stimolare in modo continuo la società civile, investendo sulla conoscenza. L’Italia è sempre più in declino proprio per questo: un Paese che non valorizza il sapere e dà poco valore alle conoscenze, si avviluppa intorno ad un modello competitivo poco redditizio nell’attuale scenario globale. In questo senso, l’università può avere un ruolo decisivo>>.

imagesRitiene che debba essere favorito lo scambio e una maggiore integrazione delle competenze tra i Paesi membri dell’Unione europea, anche con la creazione di un circuito, riservato a studiosi e “tecnici della conoscenza”, analogo al programma Erasmus?

<<L’Erasmus ha avuto un ruolo importante soprattutto nel creare una circolazione europea degli studenti. Molte università stanno prendendo in seria considerazione il tema della circolazione dei ricercatori e dei docenti. Tuttavia le farraginosità burocratiche, complesse e pesanti, complicano la situazione e, di conseguenza, costringono gli atenei a mettere in secondo piano questi programmi. Dall’interscambio possono nascere progetti di ricerca e opportunità per tutti coloro che operano in ambito accademico. Un Paese come l’Italia dovrebbe insistere di più su questa strada anche a livello europeo>>.

Annunci