Il tema della migrazione interroga il nostro vivere quotidiano, toccando la sfera dei valori e dei sentimenti individuali e collettivi. Questione storica ed impellente tematica nella contemporaneità, non esiste un’univoca definizione di migrazione e di migrante. Proprio le parole, nella loro specificità, denotano le tante storie di vita che attraversano, nel circuito informativo, uno spazio tanto simbolico quanto reale. massLa migrazione interroga la coscienza di tutti come ricordo presente e passato, riflessione, impegno o subitanea considerazione: il rischio che prevalga nella discussione sull’immigrazione un’idea di esclusione o, nel peggiore dei casi, un’inaccettabile assuefazione nell’opinione pubblica resta alto. Sempre più spesso, si ignora la (vera) fragilità del tessuto sociale, riscontrabile in Italia come in altri paesi europei, perché nella narrazione dei fatti prevalgono toni denigratori nei confronti di tutti quei soggetti che operano nel soccorrere i migranti, siano essi volontari, associazioni o istituzioni pubbliche e di sprezzante riluttanza verso una comprensione approfondita e non meno critica in materia.

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Valentina Brinis, ricercatrice presso l’associazione a Buon Diritto, si occupa di immigrazione e temi sociali. Collabora con la Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato della Repubblica italiana.

<<Fondamentale – afferma Valentina Brinis, ricercatrice presso l’associazione A buon diritto, impegnata da anni nello studio del fenomeno migratorio -, che si rompa questo legame che si è generato nel dibattito pubblico>>. Un rapporto, quello tra media e tematiche sociali (in specie l’immigrazione), che è necessario osservare attentamente, tutelando la sensibilità del pubblico. A tal proposito, continua Brinis, <<è necessario riportare i dati in modo corretto, raccontare la realtà per come si presenta, cercando di impedire una narrazione distorta sulla questione>>. Coniugare sicurezza, fiducia pluralismo in un progetto sociale e collettivo volto all’integrazione sociale è una sfida che interroga in primo luogo il cittadino e la politica. Tuttavia, il ruolo dei media e della corretta informazione giornalistica resta di vitale importanza nella società contemporanea. <<Il dibattito giornalistico sulla migrazione ha una grossa importanza ed influenza>>, aggiunge la ricercatrice, che conclude: <<Torniamo al tema della responsabilità: in questo senso tanto i giornali quanto la politica hanno e avranno un ruolo sempre decisivo>>. Riflettere sulla migrazione, parlare di migrazione, vivere la migrazione pone tutti gli individui sullo stesso piano. Che sia un volontario, un politico, un semplice cittadino oppure un richiedente asilo, un rifugiato, ognuno di noi, con le proprie responsabilità e prerogative è chiamato a rispondere e prendere posizione difronte ad realtà connaturata alla presente fase storica e al nostro divenire, oltre barriere e confini fisici o ideali.

La nozione di responsabilità nel “racconto dei fatti” è centrale nel dibattito sulle tematiche sociali. Come e’ cambiato, sotto questo aspetto, il discorso pubblico sull’immigrazione con l’evoluzione digitale dell’informazione?

<<Dal punto di vista politico e nella prospettiva del discorso pubblico è cambiato moltissimo il modo di trattare tali questioni e l’immigrazione è tra queste. Da diversi anni è emersa la tendenza a criminalizzare la devianza, l’emarginazione e, in un certo senso, la povertà perché si pensa che di per sé producano atteggiamenti criminali. Ritengo fondamentale che si rompa questo legame che si è generato nel dibattito pubblico, una vera e propria spirale negativa. La responsabilità del clima e del linguaggio denigratorio che si è venuto a creare è in capo ad ognuno di noi>>.


591ab00575c8eQuanti siamo sul Continente? La popolazione dell’Unione europea conta circa 508,2 milioni di abitanti (Eurostat, Gennaio 2015), di questi 40 milioni, intorno al 7% del totale, sono immigrati, con una quota di stranieri che varia significativamente a seconda del Paese: dall’1% di Croazia e Ungheria al 10% della Spagna, che registra la presenza più alta di stranieri in arrivo presenti sul territorio nazionale, fino al 9% della Germania, all’8% di Regno Unito e Italia, al 7% della Francia.


Parlare di migrazione comporta una certa attenzione verso i fattori culturali che caratterizzano la sensibilità, individuale e collettiva, delle persone. Da questo punto di vista c’è una certa distanza tra la società italiana e il contesto sociale degli altri paesi europei?

<<L’Italia per quanto riguarda l’inclusione sociale e i modelli di convivenza tra nazionalità, etnie e culture diverse non ha stabilito contorni chiari e ben definiti. Molte delle politiche portate avanti finora non hanno seguito un percorso preciso e non sono nemmeno ispirate a quelle di paesi che hanno una lunga tradizione di migrazioni. Penso alla Francia così come alla Gran Bretagna: in questo caso, è possibile fare una valutazione d’insieme sulle misure disposte in questi anni nei due paesi, che, va ricordato, è ben lontana dall’essere sempre positiva. Nel dibattito, anche accademico, quello che emerge è proprio questo punto: non si può parlare di modelli di riferimento cui ispirarsi. Penso che l’Italia abbia una grandissima opportunità che è quella di affrontare e di governare il fenomeno migratorio a suo favore. Cosa intendo? Penso all’intera società, alle città e al modello di convivenza che vogliamo, possibile solo riflettendo su queste specificità e non ispirandoci a modelli attuati in altri paesi. Un’altra questione è: dove voglio vivere? Sicurezza e sentimento di fiducia sono gli obiettivi sociali che tutti noi, come cittadini ed elettori, dobbiamo perseguire e porre come punti di domanda a chi fa politica, a chi è chiamato a pensare delle strategie, a chi deve riflettere su una serie di modelli d’integrazione, avendo come obiettivo primario la riduzione del conflitto sociale. L’Italia deve partire da questo ragionamento>>.


images (1)Pericolo o opportunità? L’immigrazione è il motore dello sviluppo europeo. Sebbene in tutta l’Unione europea il rilascio di permessi di soggiorno sia in calo dell’8% rispetto al 2008, ad eccezione del lieve aumento registrato in Francia e Germania (dato riferito al 2014), per controbilanciare il declino economico e demografico è necessaria un’inversione di tendenza. Tra il 2015 e il 2025, sull’Europa (nella fascia 15-64 anni) impatterà un notevole decremento della forza lavoro attiva a causa del calo della natalità e dell’invecchiamento della popolazione. Capacità produttiva e sostenibilità dei sistemi di welfare e previdenza sociale richiedono l’inserimento di “nuovo” capitale umano nel tessuto sociale dei singoli paesi europei. I posti di lavoro riservati agli immigrati sono spesso rifiutati dagli occupati autoctoni: impieghi richiedenti scarsa qualificazione e bassi stipendi contribuiscono ad incrementare la forza lavoro nei settori dell’agricoltura, dei servizi alla persona e dell’edilizia, giudicati da più parti troppo usuranti e poco remunerativi.


Qual è la posizione del terzo settore rispetto a policy makers, media e cittadini? Sappiamo che da anni le associazioni si occupano di tutelare diritti e libertà dei migranti, svolgendo un ruolo fondamentale sul territorio. 

<<Il terzo settore fa moltissimo su tutto il territorio nazionale. A partire dalle organizzazioni non governative (Ong) che salvano i migranti in mare fino alle iniziative private delle stesse per attivare e gestire i corridoi umanitari. Associazioni e cooperative offrono assistenza e accoglienza sul campo in partnership con le istituzioni pubbliche. Purtroppo nel dibattito pubblico si tende a screditare molti degli operatori in questi settori, come recenti fatti di cronaca testimoniano. Bisogna ricordare che la maggior parte delle Ong, così come delle associazioni e delle cooperative, non hanno legami con organizzazioni criminali. Un’accusa assolutamente falsa. Il loro ruolo è imprescindibile dal momento che arrivano perfino a sostituirsi allo Stato. Per questo motivo, dovrebbero essere coinvolte anche in fase legislativa. Sono rimasta sconcertata nel seguire l’iter di discussione e approvazione del decreto Minniti-Orlando (trasformato in legge lo scorso 11 Aprile, ndr): nessuno ha ascoltato la voce di chi opera sul campo. Se fossero state ascoltate anche le istanze delle associazioni, tale decreto avrebbe subìto senza dubbio delle modifiche (il governo Gentiloni ha posto la fiducia sul provvedimento per impedire alle opposizioni di inserire emendamenti o di intervenire con parziali o stanziali modifiche al fine di accelerarne l’approvazione, ndr). In generale, chiedo che si faccia chiarezza sul ruolo e sul potere del terzo settore. Necessario dunque interrogare la politica affinché prenda posizione e stabilisca regole certe>>.


o-397183.jpgDove sono “rifugiati”? A circa 21,3 milioni di persone è stato riconosciuto lo status di rifugiato da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), stando ai dati forniti dall’UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati, aggiornati al 2015. Poco più dell’8% del totale è presente nei 28 Paesi dell’Unione europea, 2,5 milioni hanno trovato rifugio in Turchia, 1,6 milioni in Pakistan, 1,1 milioni in Libano e 664 mila in Giordania (dati UNHCR 2015).


Come affrontare una tematica globale, quale la migrazione, alla luce delle difficoltà dei decisori nel coniugare una dimensione propriamente nazionale, a partire dalle associazioni impegnate sul campo fino alle istituzioni pubbliche, ad una sovranazionale, penso all’Unione europea?

<<Allo stato attuale, l’Italia sta cercando di trovare il più possibile una convergenza con le politiche dell’Unione europea, anche se allinearsi a regolamenti, direttive e normative europee non è affatto semplice. La vicenda dei Centri d’identificazione ed espulsione (CIE) lo dimostra. Quando l’Italia si è trovata a legiferare in materia, non ha guardato alla situazione interna ma ha seguito le indicazioni che l’Europa ha fornito. Siamo in un vortice di politiche europee che ci porta a destinare minore attenzione alle ripercussioni che alcuni provvedimenti potrebbero avere nel Paese. Inevitabile è vero, anche se è necessario avanzare richieste di maggiore specificità nella gestione di alcune problematiche. Occorre prima di tutto mantenere il controllo di specifici livelli. L’Italia è diversa da altri paesi: ha carenze strutturali nel sistema di welfare, inoltre le periferie versano in una situazione di degrado e isolamento. Politiche sociali sbagliate, in questo senso, hanno un forte impatto in termini di esclusione delle fasce più deboli della popolazione: per questo e non solo, l’Italia deve far sentire di più la sua voce in Europa>>.


integrazione-1-1-520x330Quanto è onerosa la solidarietà? Il costo medio annuo per lo Stato di ciascun rifugiato si aggira intorno ai 24mila euro in Olanda, il Paese che dispone maggiori risorse. L’Italia spende circa 13mila euro, mentre il Regno Unito è tra i paesi che in Europa spendono meno per l’accoglienza, poco più di 2mila euro. Londra destina tuttavia un sussidio mensile di 160 sterline per ciascun richiedente asilo, aumentato nel caso della presenza di minori o di donne in gestazione, mentre la Germania per favorire l’inserimento sociale dell’individuo, garantisce, a seguito di comprovata occupazione lavorativa, una cifra che si aggira intorno ai 360 euro mensili. 


Quali sono, in conclusione, gli “attori sociali” che possono giocare un ruolo decisivo nel trattare il tema della migrazione?

<<Il dibattito giornalistico sulla migrazione ha una grossa importanza ed influenza. E’ necessario riportare i dati in modo corretto, raccontare la realtà per come si presenta cercando di impedire una narrazione distorta sulla questione. Torniamo al tema della responsabilità: in questo senso tanto i giornali quanto la politica hanno e avranno un ruolo sempre decisivo>>.

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