Ridefinire uno spazio pubblico nell’era delle piattaforme digitali è un compito arduo che impegna tutte le componenti sociali. Sul piano delle responsabilità, del rispetto dei diritti e doveri, nelle regole della società tout court, la questione investe un insieme di problematiche costitutive della natura della nostra quotidianità, globale e dinamica. Una realtà di scambio che ha coniato una nuova definizione del concetto di crisi, rovesciandone le coordinate spazio-temporali e generando fenomeni complessi di difficile lettura. Da una prospettiva analitica, per comprendere il quadro sociale nell’attuale fase storica, occorre adoperare adeguati strumenti tecnici di indagine che, tuttavia, da soli non bastano a dare adeguata contezza del presente. Serve (trovare) una nuova coscienza critica per supportare la ricerca costante che il cittadino, più autonomo rispetto al passato, grazie al libero mercato della conoscenza e alle tecnologie che hanno accresciuto il suo repertorio simbolico e discorsivo, deve intraprendere in una pericolosa fase di ripiegamento individualistico e di disimpegno civico. Lo spazio pubblico dunque è un insieme sinergico e problematico, parimenti complesso e in costante (ri)definizione. La maggiore indipendenza del soggetto nella vita pubblica rispetto alle strutture intermedie (partiti, autorità pubbliche, etc.), tuttavia, destabilizza gli assetti fondanti della società, contestando verità un tempo assiomatiche – l’esistenza di una “classe media“, il concetto di “Stato-nazione“. La mobilità, in termini di migrazione e innovazione tecnica, va considerata come framework, dato costitutivo di una attualità storica che si considera, nel repentino mutamento, “liquida”, inattuale e sfuggente all’interno di cornici di significato. Come orientarsi? Sulla base di tali premesse apriamo la conversazione con Andrea Guiso, docente di Storia contemporanea presso l’università di Roma La Sapienza, autore di importanti saggi incentrati sulla funzione dei partiti e sul ruolo dell’informazione nella società.

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Cominciamo discutendo della materia di studio del professor Guiso, la storia dell’età contemporanea relegata spesso ai margini nell’attuale dibattito pubblico, a fronte di un interesse storico, crescente tra utenti e spettatori, che alimenta il mercato dell’entertainment (produzioni cinematografiche, televisive, editoriali) e permette, a storici e non, di mostrare la centralità e la vitalità della prospettiva storica nella lettura dei fatti, adattandola, nel linguaggio e nella narrazione, alla nuova dimensione mediale della comunicazione. <<Ci troviamo di fronte ad un paradosso che viviamo da un numero di anni difficilmente quantificabile: c’è una grande domanda di storia e di conoscenza storica, soddisfatta peraltro dai più vari contenuti mediali generalisti, a partire dalle trasmissioni televisive, prodotti di qualità anche elevata. Domanda, offerta e risposta sono ampiamente soddisfatte da parte del sistema informativo>>.

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Docente di storia contemporanea, Andrea Guiso si occupa nelle sue ricerche del rapporto tra politica e informazione. Tra le sue pubblicazioni La colomba e la spada (Rubbettino, 2006)

Perché è importante interrogare le conoscenze storiche per comprendere le dimensioni dello spazio pubblico? Nella “costruzione” del dibattito socio-politico e culturale si tende ad eludere la prospettiva storica. Vulnus presente, per la verità, in molti campi del sapere. Cambiamenti tecnologici e nuove dinamiche produttive, hanno orientato il mercato editoriale su un’offerta che coniughi un’informazione di facile fruizione agli odierni tempi di lettura, ascolto e visione. La progressiva marginalizzazione dello sfondo storico, come chiave di lettura principale, modula gli aspetti della dimensione discorsiva pubblica. Ennesima incognita per i professionisti dell’informazione investiti di una responsabilità sociale sempre più incisiva (e decisiva) con l’avvento dei new media. <<Ore ed ore di produzione documentaristica e numerosi canali tematici non bastano: il dibattito pubblico è povero di contenuti storici. Questo è il vero problema. Lo storico non viene più interpellato come esperto di questioni relative alla cosa pubblica che in qualche modo possano offrire soluzioni, idee, delle risposte ai problemi politici attuali>>. Un altro nodo da sciogliere, sottolinea Guiso, è l’uso acritico e finale della storia come risorsa discorsiva. <<Ci troviamo innanzi ad un progressivo scollamento tra una diffusa esigenza di conoscenza storica e del suo uso strumentale da parte della classe politica. La storia, va ricordato, è sempre stata ancella del potere, data la sua forte dimensione narrativa>>. Un distacco che si riflette nei ruoli e nelle regole d’ingaggio degli individui nella sfera politica, dove ciascuno è chiamato a rispettare doveri e responsabilità vigenti nello spazio pubblico. <<Avverto una perdita di importanza dello storico come intellettuale rispetto ai decenni precedenti. Un discorso complesso che investe il ruolo della storia come contributo essenziale alla progettazione del futuro. Il punto interrogativo della nostra civiltà è il seguente: vogliamo una politica pensata attraverso competenze, tecnologie, discipline scientifiche per comprendere la realtà oppure dobbiamo rivolgerci alle idee della filosofia, della storia, delle scienze umane?>>. Difficile trovare una soluzione “integrata” a livello trans-disciplinare. Ne è consapevole Guiso, che evidenzia, sul piano analitico, la preminenza del dominio della prospettiva economica nel dibattito sull’attualità, la quale traccia un quadro problematico incompleto in termini di effettiva rispondenza alle necessità: l’impressionismo dei numeri erode spazio al dialogo delle idee. <<Abbiamo bisogno di una dimensione che non sia misurabile, calcolabile in modo scientifico, che sfugga agli algoritmi. Competenze altamente specialistiche e orientate intorno all’analisi, alla statistica, alla matematica sono il paradosso della contemporaneità e hanno preso il sopravvento su molte altre conoscenze essenziali al dibattito pubblico>>. downloadLinguaggi e strumenti d’indagine, un tempo validi, non sono (più) un supporto utile per le istituzioni pubbliche che hanno visto declinare progressivamente la loro incidenza e il loro ruolo proattivo a vantaggio di altri attori sociali, in particolare media e opinion makers. Da dove partire per recuperare il rapporto tra cittadini e autorità legittimata, oggi sempre più soggetto a nuove insidie? Guiso muove da un’analisi preliminare del quadro sociale, ricorrendo agli strumenti storici. <<La storia è scienza del mutamento e lo storico deve dunque rendersi utile alla società a condizione che sappia leggere i fatti su una scala di lunga durata. Oggi molti storici, soprattutto dell’età contemporanea, si sono appiattiti su una dimensione del tempo di breve termine. Un problema comune a molte scienze sociali. L’università, la ricerca e, per osmosi, il mondo della politica ragionano in un’ottica di breve, brevissimo periodo. In particolare quest’ultima, che deve far fronte alle necessità del mercato elettorale e prendere decisioni che abbiano redditività in un tempo pressoché immediato>>. Short term, dunque, dilemma e realtà odierna: dal momento che lo spazio è livellato in più dimensioni e piani prospettici occorre riappropriarci di una concezione del tempo funzionale alla riflessività, aspetto cruciale per approfondire il discorso politico. <<Il dibattito è costruito su una serie di valori, perlopiù statistico-numerici come Prodotto interno lordo, crescita economica, remuneratività di titoli e obbligazioni: tutta la nostra realtà, in termini di relazioni di potere, si rivolge ad una dimensione presente. Questo rischia di creare un cortocircuito con l’elettorato: nella corsa all’obiettivo immediato si perde la fiducia del cittadino, aspetto necessario per costruire un rapporto duraturo e dare un progetto al futuro, fondato su una visione rivolta alla nostra società nel suo successivo sviluppo>>. imagesFondamentale pensare al futuro con uno sguardo rivolto al passato e la consapevolezza di vivere in una fase storica contrassegnata da incertezza e mutamento. <<Ragionando in termini concreti: le ricadute attuali rivelano una politica incapace di farsi agente di una trasformazione della società, ma, come soggetto passivo, essa subisce una trasformazione per inerzia. Le domande e le questioni sollevate dai cittadini restano inevase, nonostante l’ampliamento delle piattaforme del dibattito. Il pericolo di una democrazia à la carte che serva ad appagare esigenze immediate è molto forte>>. Il coinvolgimento dei cittadini passa attraverso la funzione delle strutture intermedie, luoghi di formazione dove elaborare idee, in modo coerente, per affrontare sfide e obiettivi da perseguire. <<Per sostenere un efficace discorso politico non servono fantomatiche piattaforme, nelle quali ognuno abbia voce in capitolo senza alcuna distinzione, piuttosto spetta alla classe politica offrire uno spazio ai cittadini, mettendosi innanzitutto in discussione. Un rapporto troppo diretto tra elettorato ed establishment non favorisce un consolidamento vitale per la democrazia, occorre ridare maggiore importanza a quelle strutture che nel corso del Novecento hanno contribuito allo sviluppo civile della società: penso ai partiti, ai sindacati e non solo. Gli alimenti di questo circuito sono responsabilità, conoscenza e libertà>>. downloadLa classe dirigente è certamente la più coinvolta nelle dinamiche di questo processo. Tuttavia, ricorda Guiso, l’attenzione va rivolta a più ampio spettro. Lo storico insiste su un approccio integrato tra i vari campi del sapere e le numerose possibilità offerte dalla comunicazione, in termini di mezzi e linguaggio. <<Serve oggi un’interazione tra le diverse sfere della conoscenza, dare contezza del “dove”, del “come” e del “chi”, elementi principali all’interno di una ricerca anche di natura non prettamente storica. Molti scienziati sociali dimenticano l’importanza di questo tipo di articolazione del discorso. Coordinate concettuali e interpretative senza le quali la conoscenza non avanza. E’ necessario un pendolo continuo tra il modello e la rilevazione effettiva di quanto è avvenuto. Solo un riscontro effettivo, esito del dialogo tra scienze generalizzanti, come la storia e scienze specialistiche, come la politologia, la sociologia et cetera, può produrre benefici durevoli. Almeno per quel che riguarda la branca delle scienze umane, è necessario uscire da una dimensione nazionale e rivolgersi ad altre prospettive, allargando lo sguardo per avere una contestualizzazione più ampia dei problemi. Il rischio è quello di assolutizzare delle questioni che, una volta osservate nella realtà, risultano non solo “nostre” o specialmente “nostre”. Molti fenomeni devono essere compresi in una visuale molto più ampia>>. br9_aee_aIn un mondo “di relazione” come il nostro, rigidità nell’esame della realtà e schemi ideologici, privi di critica e rigore, possono produrre conseguenze dannose per la collettività, influenzando, in negativo, l’opinione pubblica. <<L’uso, spesso sbagliato, che politici, ma anche commentatori e analisti, fanno della comparazione, servendosene come modello normalizzante che risulti virtuoso, finisce per assumere, in modo del tutto acritico, un tipo di modello ideale. Prendiamo la legge elettorale: spesso si fa riferimento alle criticità dei sistemi di voto, problematica molto avvertita in Italia, cercando di proporre soluzioni che guardino ai modelli degli altri paesi. La realtà, non solo italiana, ci insegna che una decisione politica o, appunto, una legge elettorale sono il risultato dei rapporti di potere interni ad una determinata istituzione. La corsa verso un paradigma modernizzante è molto sentita dagli attori nello spazio pubblico. Comparare significa adottare in maniera critica uno strumento che non vada assunto come risolutivo di per sé>>. Spostiamo il focus della conversazione, dopo un’ampia parentesi sul vasto “repertorio di significati” cui devono dotarsi i soggetti attivi nel dibattito pubblico, per concentrarci sullo spazio vissuto dagli individui, nel nostro modo di agire in un’ottica transazionale, nelle dinamiche relazionali e transnazionale, nella progressiva e inesorabile diaspora di idee, esperienze, eventi. <<Dovrebbe risultare automatico, inerziale, il processo che ci vede coinvolti all’interno di un flusso di scambi e conoscenze. La consapevolezza si acquisisce in vari modi: l’educazione e le strutture che la supportano, penso alla scuola e all’università, devono assumere un ruolo di rilievo, aprendosi veramente al mondo attraverso la competizione, importando ed esportando le cosiddette best practices. Nel caso italiano, le eccellenze, nel mondo accademico e della ricerca, nell’industria e in molti altri ambiti, sottolineano la necessità di percorrere un tracciato che dia contezza del passato per progettare il futuro. Per l’Italia c’è stata una fase storica, quella del secondo dopoguerra, che ha mostrato la capacità di dare compiutezza alle diverse dimensioni spaziali e temporali: una classe dirigente di primo livello ha guidato un processo di crescita che, per molte circostanze storiche, è andato progressivamente esaurendosi. Ideali, visione, competenza sono stati tratti distintivi di una stagione politica che, tuttavia, non ha favorito un ricambio al vertice. La frammentazione che ne è seguita in anni difficili per il Paese, culminata con la crisi scaturita da Tangentopoli, ha mostrato un quadro politico molto incerto nei suoi assetti>>. Lo storico evidenzia come mutamenti strutturali, nonché cambiamenti sistemici, abbiano riguardato l’Italia più di altri paesi europei, inserendola in una spirale di profonda instabilità con conseguenti ripercussioni sul tessuto sociale e, di riflesso, nel modo stesso di pensare la società come insieme organizzato. CUL10F1_1488559F1_27-kaMI-U43210767061743KCE-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443<<In questa difficile transizione, negli anni ’90, si è imposta la questione del rapporto tra politica e tecnica. E’ cresciuto il bisogno di affidare la governance ai tecnici per una serie di motivi. In primo luogo, il rispetto dei vincoli di bilancio e l’allineamento a parametri più restrittivi a livello europeo, che dovevano fungere da garanzia. Solo esperti, economisti, nel nostro caso la squadra dei tecnici della Banca d’Italia, furono le figure individuate per far fronte a questi compiti. Ne è seguita, come conseguenza, un progressivo svuotamento della classe politica ed un impoverimento della cultura politica di fronte a problemi sempre più complessi, di difficile risoluzione e ad una spinta ad efficientare le istituzioni pubbliche. Si è esaurito il fermento all’interno dei partiti, come laboratori di idee e di confronto, di formazione della classe dirigente. La componente culturale, in termini formativi, assume un ruolo sempre più marginale>>. L’ibridazione ha prodotto un progressivo svuotamento dei valori e delle idee, conoscenze settoriali hanno ridotto in scala competenza e proiezione politica. Nel deresponsabilizzare le classi dirigenti un ruolo fondamentale è stato giocato dall’informazione e dal mondo della cultura. <<Colpisce che molti osservatori che dibattono di democrazia e dei limiti che incontra difronte ai tanti poteri e contropoteri interni ed esterni, non facciano riferimento al ruolo dell’informazione, della stampa e della Rete. Tutto ciò mi lascia di stucco: come si fa a parlare di democrazia non menzionando il ruolo dei media e dell’opinioni pubblica? Il mondo della stampa non ha sempre assolto al suo ruolo di “voce fuori dal coro”, di cane da guardia del potere seguendo molto spesso convenienze e gruppi d’interesse. Certamente la situazione differisce nei vari paese: il giornalismo in Italia nasce in una realtà giovane, fatta di molteplici identità politiche e culturali radicate sul territorio; al contempo, esso è espressione ed emanazione diretta del potere di ristrette élites che, specie nell’Italia liberale, andavano a costituire i quadri dirigenziali>>. Una realtà, quella italiana, profondamente disomogenea nata da molteplici contesti di diversa formazione storica, politica e amministrativa, che vede nel rapporto complesso tra le autorità pubbliche e le classi sociali di estrazione alto-borghese il dato costitutivo di una fase storica che ha posto le basi per la costruzione del Paese. <<La politica ha saputo tenere insieme, nelle sue molteplici declinazioni, un potere che ha assunto e sostenuto attraverso il centralismo, l’autonomia, la “mano forte”, disponendo una progressiva amministrazione corporativa del governo, una gestione tramite la mediazione interna allo Stato, tra le istituzioni e le sfere della società>>.

Oggi più che mai, la debolezza strutturale delle istituzioni, nei suoi vari apparati ed un’offerta politica anodina, priva di idealità e di effettivo rinnovamento nei partiti e nella classe dirigente, sono solo alcuni dei problemi rilevati da chi ha il compito di interpretare i fatti e, spesso, non assolve, come ha evidenziato Guiso, ai propri doveri. Non mancano però esempi virtuosi e non meno problematici nel mondo dell’informazione. <<Il Corriere della Sera, soprattutto sotto la direzione di Albertini, è stato un giornale che non solo ha influenzato la politica, ma che ha fatto politica in modo autonomo. Un giornale-partito che durante la Prima Guerra Mondiale, nelle sue prese di posizione anti-giolittiane, ha operato nell’ottica di sprovincializzare l’Italia per darle una dimensione europea e contribuire alla formazione della borghesia. Un quotidiano che ha saputo intessere rapporti molto stretti con il mondo politico, industriale e finanziario del Paese.>> Il concetto stesso di società civile, ricorda lo storico in un altro passaggio, emerge dalla lettura di un quadro sociale in progressivo mutamento: si affacciano sulla scena politica nuove figure, appartenenti al mondo accademico, al movimento pacifista e femminista e, più in generale, a tutte quelle formazioni impegnate nella battaglia per il riconoscimento dei diritti. <<Un arcipelago di personalità>>, spiega lo storico, <<che emerge dall’esterno dei partiti nel momento in cui gli stessi partiti non sono più riconosciuti come rappresentanti più autorevoli di un fermento sociale proveniente dal basso. Non a caso saranno i giornali ad avere un ruolo surrogatorio della politica, progressivamente crescente a partire dagli anni ’80>>.vignetta_democrazia Arrivati a questo punto, non posso non domandare al mio interlocutore la morfologia assunta oggi dai partiti politici. La risposta è una lettura d’insieme che inquadra al meglio l’attuale scenario politico, italiano ed europeo. <<I partiti oggi assumono l’aspetto di comitati elettorali, associazioni che, come nell’800, entrano in funzione e si vitalizzano al momento delle elezioni. La politica ha dei costi difficili da sostenere e la televisione ha permesso di avere una vetrina a basso costo e a ad alto profitto. Siamo sicuri che tutto ciò garantisca un consenso stabile ai governanti? Io credo di no, dal momento che manca l’elemento di consapevolezza che nasce da un dialogo attivo. Una porzione sempre più consistente della popolazione non ha punti di riferimento stabili cui rivolgersi e questo cambia la stessa natura dell’offerta politica>>. Sono molte le tematiche affrontate con il professor Andrea Guiso, motivo non secondario per cui è difficile giungere ad una conclusione che, ad entrambi, fa sorgere nuovi interrogativi e questioni. Quali scenari si prospettano? <<Serve trovare nuove forme di partecipazione? Sarà il web, la Rete? Francamente non abbiamo a disposizione degli strumenti che chiariscano la situazione. La sensazione è che, già negli anni ’80, un mezzo come la televisione non risultava strumento decisivo nell’orientare una proposta politica convincente>>. Una soluzione? <<Leggere, informarsi, acquisire il maggior numero di notizie, dedicando tempo e spaziando, ascoltando voci diverse, confrontando opinioni e punti di vista differenti. downloadNon abbiamo molto tempo per sedimentare le conoscenze. Dobbiamo, questo è fondamentale, non tanto conoscere per sapere su un piano individuale, ma per discutere. E’ questo lo spazio che dobbiamo ritrovare a tutti i livelli, tornando all’essenza del dibattito e dei luoghi istituzionali che ne sono l’espressione diretta. Uno spazio di confronto indispensabile alla discussione dei problemi, alimentato dalle risorse del discernimento e della dialettica politica. La capacità di decisione matura sulla base di questi principi. Ricerca deve diventare l’abito mentale del cittadino per affrontare la realtà>>.

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