Pace in patria, pace nel mondo! Il motto di Mustafa Kemal Atatürk, eroe nazionale, fondatore della Turchia moderna, racchiude oggi, in sé, il germe del suo contrario. Il Presidente della Repubblica turca Recep Tayyip Erdoğan ha intrapreso un’incisiva azione di accentramento del potere esecutivo e legislativo, oltre ad un duro contrasto alle minoranze etniche e ai partiti politici d’opposizione presenti nel Paese, sullo sfondo di un quadro socio-politico regionale marcato da una profonda e lacerante instabilità.

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Valeria Talbot, esperta di politica internazionale, è Senior Researcher presso l’ISPI, dove coordina il programma di studi sul Medio Oriente e il Mediterraneo.

<<Quello che si profila è il consolidamento di una Turchia dell’uomo forte solo al comando>>, spiega Valeria Talbot, studiosa e ricercatrice presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), da anni alla guida di un team impegnato nello studio dell’area mediterranea e mediorientale. L’uomo forte a capo del popolo è un elemento costitutivo dell’identità turca, dove la figura archetipica del Sultano non è stata scalfita dall’impronta laica e democratica impressa dal “padre della patria” Kemal. Una realtà tutt’altro che anacronistica, nuovamente fagocitata dall’ingombrante figura presidenziale di Erdoğan, capo di Stato dal 2003, autocrate di una nazione caratterizzata da una <<forte polarizzazione politica tra sostenitori e antagonisti>> del suo governo che fa leva su un panorama istituzionale in cui <<le opposizioni politiche sono deboli e il sistema dei controlli costituzionali ha subito una graduale erosione>>. La strategia di Erdoğan, tuttavia, lascia adito a preoccupanti perplessità sugli strumenti repressivi usati per perseguire il suo “progetto nazionale”: l’unità del Paese capitola di fronte ai metodi illiberali impiegati dal Presidente, che procede incurante alle epurazioni di dipendenti pubblici (150 mila licenziamenti in un anno) e agli arresti di intellettuali, scienziati, politici, privati cittadini (circa 50 mila), accusati di aver preso parte, in maniera più o meno diretta, al fallito colpo di Stato del 15 Luglio dello scorso anno (il quarto in Turchia dal 1960). <<Quella notte è cambiata la storia>>, ha sentenziato Erdoğan, arringando la folla riunita in piazza ad Istanbul nel giorno della commemorazione delle 250 vittime del golpe. erdUna data simbolica che ha tracciato una linea di demarcazione tra passato, presente e futuro. <<Da quando è in vigore lo stato di emergenza e sono state compiute decine di migliaia di epurazioni e arresti nel Paese dopo il tentativo di colpo di Stato di Luglio 2016, l’Europa ha espresso una forte preoccupazione per l’involuzione della Turchia>>, ricorda Valeria Talbot. Sotto accusa la minoranza curda, organizzata in diverse associazioni e movimenti politici nel Paese, nonché i seguaci del predicatore islamico Fethullah Gülen (<<il più grande terrorista del mondo>>, così definito da Erdoğan), accusato di aver architettato il putsch. Nel corso di questi mesi, la dialettica “nemico-terrorista” è diventata parte costitutiva del repertorio discorsivo del capo di Stato turco. Toni esasperati, connotati di violenza verbale e logica astiosa, alimentano il dibattito politico interno. <<Taglieremo le teste ai traditori>>: il Presidente per colpire i suoi avversari paventa la reintroduzione della pena di morte, abolita in Turchia nel 2004, in previsione dell’ingresso del Paese nell’Unione europea. <<La legge anti-terrorismo, giudicata molto restrittiva da parte europea – sottolinea la ricercatrice -, ha permesso innumerevoli arresti di giornalisti, intellettuali, accademici sulla base di presunte attività terroristiche>>, finalizzati a <<colpire qualsiasi voce di dissenso interna>>. Sicurezza nazionale e oltre-confine si muovono su un doppio binario, spesso sovrapposto. <<Negli ultimi due anni la Turchia è stata il bersaglio di sanguinosi attentati terroristici>>, il più delle volte, tuttavia, <<l’azione repressiva del governo>>, spiega Talbot, <<è stata il pretesto per attaccare basi curde oltre i confini territoriali turchi>>. Il rischio di esacerbare le virulente rivendicazioni del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) o di altre organizzazioni terroristiche dell’area mediorientale, acuisce l’instabilità politica e sociale nel Paese. La credibilità democratica della Turchia vacilla sotto la scure del nuovo impianto legislativo che, modellato sulla figura del Presidente a partire dal risultato del referendum costituzionale dello scorso 15 Aprile, ha conferito poteri autoritari ad Erdoğan e al suo governo. images<<La riforma costituzionale attribuisce ampi poteri esecutivi al Presidente e, tra le altre cose, abolisce la figura del primo ministro e tutta una serie di limitazioni al potere esecutivo, indebolendo di fatto il sistema di pesi e contrappesi tipico dello Stato di diritto>>La deriva autocratica ha inoltre corroborato l’incertezza nelle relazioni internazionali: Unione europea e Stati Uniti guardano con apprensione alle sorti del Paese senza, tuttavia, urtare la facile irascibilità del suo Presidente. Molti gli interessi in gioco su ambedue le coste dell’Atlantico. <<La Turchia – afferma la ricercatrice – è un partner chiave nella lotta al terrorismo e nella gestione dei flussi migratori attraverso il corridoio orientale>>. Bruxelles, con in testa la Germania (data la presenza della storica comunità turca radicata da decenni nella Repubblica federale), ha negoziato lo scorso anno un importante accordo (circa 3 miliardi di euro) con Ankara per bloccare il transito sulla cosiddetta “rotta balcanica”. Inoltre l’Ue considera la Turchia un fondamentale hub commerciale; stesse considerazioni fatte anche a Washington, dove si sottolinea l’importanza cruciale che hanno le basi militari NATO, presenti nel Sud-Est anatolico, nelle operazioni condotte in Siria e in Iraq per fronteggiare lo Stato islamico (ISIL). <<L’azione turca in Siria va letta attraverso il prisma della sicurezza nazionale, sebbene non sempre risulti lineare e coerente agli obiettivi>>. Il volto della Turchia resta quello di una democrazia  fragile e “incompiuta”, non ancora matura, legata alle vicissitudini contingenti e ai facili squilibri geopolitici. Un Paese giovane che rischia di perdere una visione politica proiettata al futuro, deprivata delle idee moderate e della spinta progressista necessaria al cambiamento democratico.  Il “culto della personalità” lustrato dal Presidente e l’endemica instabilità mediorientale sono condizioni storiche con cui il popolo turco dovrà fare i conti ancora per lungo tempo.

download (1)Dottoressa Talbot, la Turchia è sempre più al centro di un caos politico e sociale che affonda le sue radici nel recente passato. Un Paese scisso a metà tra Occidente e Medio Oriente, tra laicismo e integralismo religioso. Una nazione ricca di storia e tradizione, dai mille volti e dalle altrettante contraddizioni. Da dove bisogna partire per parlare della Turchia? 

<<La Turchia è un Paese ricco di storia, cultura e tradizioni, un Paese che, negli ultimi anni, è attraversato da una forte polarizzazione politica tra sostenitori e antagonisti del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) che da 15 anni è ininterrottamente al governo. Non credo si possa parlare di integralismo religioso, mi sembra invece che si sia assistito al progressivo emergere nello spazio politico e sociale pubblico dei valori religiosi e di quella parte della società turca portatrice di tali valori che nella Turchia kemalista non era consentito esprimere liberamente>>.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, dopo il fallito colpo di Stato dello scorso anno (15 Luglio 2016), ha adottato la strategia del “sorvegliare e punire”, facendo leva sulle paure collettive e agitando lo spettro del terrorismo e dell’incertezza mediorientale, destabilizzanti per lo Stato, pur di legittimare il suo potere. Sotto le sigle PKK o ISIL si celano pericoli reali, tali da minare la convivenza pacifica dei cittadini turchi. news_img1_84925_golpe-fallitoNon ritiene che rispondere alla violenza con l’autoritarismo possa creare divisioni ancora più profonde nel tessuto sociale del Paese?

<<Negli ultimi due anni la Turchia è stata il bersaglio di sanguinosi attentati terroristici, tanto di matrice islamista quanto di matrice curda, che hanno fortemente destabilizzato l’intero Paese. La lotta al terrorismo è stata condotta su un doppio binario: da un lato contro lo Stato islamico (IS), dall’altro contro il PKK. In più di un’occasione la lotta allo Stato Islamico è stata il pretesto per attaccare basi curde oltre i confini territoriali turchi. Tuttavia, l’azione repressiva del governo ha colpito anche il partito curdo HDP che, nelle ultime elezioni di Novembre 2015, aveva superato la soglia del 10% per entrare in Parlamento, i cui rappresentanti nell’Assemblea nazionale si trovano in prigione con l’accusa di svolgere attività terroristiche. La legge anti-terrorismo, giudicata molto restrittiva da parte europea, ha permesso innumerevoli arresti di giornalisti, intellettuali, accademici sulla base di presunte attività terroristiche>>.

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Il referendum costituzionale (lo scorso 16 Aprile) ha sancito la svolta presidenzialista agognata da Erdoğan, tradendo pluralismo politico e libertà civili, valori costitutivi della Türkiye Cumhuriyeti. Non si corre il rischio di un netto passaggio da una democrazia laica e parlamentare ad una sorta di “democratura” autoritaria? die-erdogan-karikatur-des-niederlaendischen-de-telegraaf_856445994_425x425_be06d2b13211f697e5d5b3ef75b0a775La dura repressione condotta dal governo nei confronti dei contro-poteri interni (media, intellettuali, partiti d’opposizione) è esemplificativa di ciò. Quali conseguenze si profilano?

<<Quello che si profila è il consolidamento di una Turchia dell’uomo forte solo al comando. La riforma costituzionale, infatti, attribuisce ampi poteri esecutivi al Presidente e, tra le altre cose, abolisce la figura del primo ministro e tutta una serie di limitazioni al potere esecutivo, indebolendo di fatto il sistema di pesi e contrappesi tipico dello Stato di diritto. Soprattutto quando la riforma sarà effettiva dopo le elezioni presidenziali e legislative del 2019. E’ da tempo che di fatto il presidente Erdoğan esercita in modo indiscusso il suo potere in un Paese in cui le opposizioni politiche sono deboli e il sistema di controlli costituzionali ha subito una graduale erosione. Inoltre, lo stato di emergenza in vigore da un anno (tutt’oggi prolungato con cadenza trimestrale, ndr) fornisce al capo dello Stato la base giuridica per l’assunzione di pieni poteri>>.

“Zero problemi con i vicini”. Le parole pronunciate dall’ex primo ministro Ahmet Davutoğlu qualche anno fa, sembrano riferirsi ad una fase storica lontana, quando la Turchia si premurava di mantenere ben saldi i rapporti con i paesi dell’area mediorientale. Gli scenari sono cambiati e oggi, invece, le mire espansionistiche di Erdoğan e la fibrillazione che corre lungo il confine, pongono Ankara al centro degli equilibri geopolitici, tra controversie interne (la “questione curda” nel Sud-Est del Paese) e il rischio di una “balcanizzazione” del Medio Oriente. Come giudica l’attuale situazione geopolitica e quali possono essere i possibili sviluppi?

turchia bombarda curdi<<La “politica di zero problemi con i vicini” è venuta meno nel momento in cui la Turchia ha deciso di prendere parte al conflitto siriano sostenendo finanziariamente e logisticamente gruppi dell’opposizione siriana in funzione anti-Assad. Coinvolgimento che dall’estate scorsa ha assunto una dimensione militare con l’operazione “Scudo dell’Eufrate”. Sebbene quest’ultima si sia conclusa da mesi, la Turchia continua ad inviare truppe sul territorio siriano. Oltre alla caduta del regime di Bashar al-Assad, obiettivo di Ankara in Siria è soprattutto quello di evitare la formazione di un’autonomia curda nel nord del Paese, al suo confine meridionale e il rafforzamento dei curdi siriani considerati affiliati del PKK. L’azione turca in Siria va dunque letta attraverso il prisma della sicurezza nazionale, sebbene non sempre risulti lineare e coerente agli obiettivi>>.

Dal “caso Böhmermann” all’arresto del giornalista Deniz Yücel, fino alle polemiche per la campagna elettorale condotta dai membri del governo turco nel Vecchio Continente, le relazioni tra Turchia ed Europa sono sempre più segnate da schermaglie e veti incrociati. Rapporti tesi che non facilitano dossier fondamentali, dall’immigrazione alla crisi mediorientale. Il Presidente turco non è disposto a cedere alle pressioni che provengono da Bruxelles: rispetto dei diritti civili, garanzie di tutela delle libertà fondamentali e maggiore aperture politiche interne. La strada finora intrapresa va nella direzione opposta e una strategia all’insegna della cooperazione si rivela difficoltosa. Che ne pensa e, soprattutto, è ancora possibile prospettare per Ankara un futuro nell’Unione europea?

<<Il cammino di Ankara verso Bruxelles, irto di innumerevoli ostacoli, sembra al momento essersi interrotto. Nonostante la Turchia sia un partner chiave per l’Europa nella lotta al terrorismo e nella gestione dei flussi migratori attraverso il corridoio orientale, i negoziati di adesione sono in una fase di stallo da cui difficilmente si riuscirà a uscire se non cambia la situazione dei diritti e delle libertà politiche e civili nel Paese. Da quando è in vigore lo stato di emergenza e sono state compiute decine di migliaia di epurazioni e arresti nel Paese dopo il tentativo di colpo di Stato di Luglio 2016, l’Europa ha espresso una forte preoccupazione per l’involuzione della Turchia. Il contro-golpe di Erdoğan è risultato andare ben oltre la cerchia dei presunti golpisti, o affiliati tali, per colpire qualsiasi voce di dissenso interna. A inizio Luglio (2017, ndr), il Parlamento europeo ha votato per la sospensione dei negoziati di adesione con la Turchia se la riforma costituzionale verrà adottata. Sebbene non sia vincolante, il voto è sintomatico delle percezioni politiche in Europa nei confronti della Turchia e del processo di adesione all’Unione europea>>.

turchia_15_luglio.jpg«Non esiste l’uguaglianza tra uomini e donne, piuttosto si può parlare di equivalenza», queste le inaccettabili parole di Erdoğan. Come denunciano molte associazioni locali e internazionali, la situazione delle donne in Turchia è piuttosto complicata e il dibattito interno trova poco spazio a causa di una morale religiosa che incide profondamente sui costumi e nella cultura del Paese. Dal divario di genere alla piaga del femminicidio, violenza e disuguaglianze creano lacerazioni profonde in molte aree del Medio Oriente, dove libertà personale e rispetto dei diritti individuali restano un dilemma e un obiettivo.

<<La situazione della donna è complessa e bisogna rifuggire dalle generalizzazioni. La Turchia è un Paese dai forti divari interni in termini di istruzione e sviluppo socio-economico. Ci sono delle zone del Paese in cui le donne sono al passo con le donne europee per emancipazione, istruzione e carriera professionale. Altre invece in cui prevale una società di tipo patriarcale con tutto ciò che questo comporta. La violenza sulle donne e il femminicidio sono una ferita aperta in Turchia così come nel nostro Paese>>.

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