BalcaniR375_26feb09I Balcani – sostenne Winston Churchill -, producono più storia di quanta ne consumino”. Le complesse vicende che hanno coinvolto parte importante dell’Est Europa rivelano una realtà magmatica. Sfugge ad uno sguardo poco accorto e non meno disinteressato, la vasta e secolare “produzione ideale” dei Balcani, tanto ricca, finanche sovrabbondante, in termini di “cultura etnica” quanto foriera di un’endemica “conflittualità inter-etnica“. Spiegare la complessità di questa macro-regione richiede, dunque, lo sforzo di un’analisi sensibile alla percezione del mutamento generato dall’incessante scansione degli eventi storici e dal radicamento della tradizione religiosa, etnica, linguistica, che ne costituiscono la natura. “Balcanizzare” il panorama socio-politico di quest’area significa incappare in un grave errore di semplificazione, assumendo, come sola giustificazione del perenne clima di tensione, la polarizzazione etnico-religiosa della regione balcanica.

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Giornalista presso Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa, Francesco Martino ha lavorato nella cooperazione internazionale in Kosovo

Vista al suo interno, la costante ricerca <<dell’elemento su cui si è innestata l’identità etnico-politica di questi paesi>>, muove da una motivazione che è posta, spiega Francesco Martino, in termini di rapporti di forza endogeni. <<Una questione innanzitutto politica>>, appunto. In Immaginando i Balcani (2002), una studiosa e antropologa bulgara, acuta osservatrice, pone in premessa la seguente considerazione “Se i Balcani non esistessero, bisognerebbe inventarli”. Possiamo dunque (permetterci di) immaginare un’Europa senza Balcani? Maria Todorova colleziona in questo libro importanti testimonianze e memorie storiche sulla “sua” terra, colte con gli occhi di storica e, in maniera non disgiunta, di “cittadina balcanica”. (Ri)costruire la trama dei conflitti e (ri)costituire un tessuto sociale sfibrato da secolari lacerazioni sociali incontra il <<bisogno di una contestualizzazione più ampia>> delle vicende dell’Est Europa e, in particolare, dei Balcani, necessaria <<per avere un approccio costruttivo e di lungo periodo su quest’area>>. Martino ritiene inoltre <<sia necessario partire da uno scambio d’informazioni maggiore>>: declinare eventi interrelati nelle diverse specificità nazionali in una proiezione di mobilità globale, dall’evoluzione dell’Islam in Bosnia ai flussi migratori che negli scorsi mesi hanno interessato molti paesi sulla “rotta balcanica”. L’antropologo Arjun Appadurai parla, nel suo studio etnografico sui Balcani (si veda “Modernità in polvere”[2001]), dell’emergere di un “etnorama“, un insieme di identità diasporiche, fondando la sua analisi sulla regione in un’ottica transnazionale e di scambio ed introducendo fattori esogeni. <<Bisogna tenere presente che i Balcani non sono stati interessati, perlomeno in tempi recenti, da ondate migratorie interne piuttosto hanno visto gran parte della popolazione emigrare fuori dalla regione>>. Si può parlare, tornando all’immagine-ricordo di Todorova, di un vero e proprio “balcanismo“, come visione del mondo e lente attraverso cui leggere la realtà in termini esclusivi? Sì, consapevoli di porre in nuce un interrogativo problematico proprio perché non può prescindere da un contrasto sui valori particolari, a livello locale, che innestano l’identità nazionale. I-Balcani-Occidentali-a-corto-di-democrazia.jpg<<Nell’impero ottomano la questione della cittadinanza veniva posta in termini religiosi. La fede religiosa era considerata come il principio-base dell’essere pienamente cittadino, un fenomeno ereditato dagli stati balcanici sorti dalle sue ceneri>>, spiega Martino. <<Ancora oggi, specie nei Balcani occidentali, si paga l’eredità degli anni ’90: la guerra e la dissoluzione della Jugoslavia hanno fratturato l’entità statale su linee religiose ed etniche. Questo ha portato alcuni paesi all’edificazione di uno Stato mono-etnico e mono-religioso>>. Nucleo di questa conversazione con Francesco Martino, giornalista e corrispondente dalla Bulgaria per il think thank Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa, è chiarire le difficoltà incontrate dalle ex repubbliche sovietiche nel raggiungimento di una “prospettiva inclusiva” interna, nella regione, ed esterna, rivolta al progetto europeo. <<Rimane il fatto che nei Balcani, l’ingresso nell’Unione europea resta fuori discussione: un obiettivo di medio-lungo termine cui non si contrappongono alternative, nonostante le tante difficoltà e momenti di crisi>>.

La storia dei Balcani è densa, eterogenea e di difficile interpretazione. Non meno problematico, tuttavia, è il resoconto delle vicende balcaniche: risulta scarso l’interesse e l’analisi di queste realtà da parte dei principali media occidentali che ne danno una lettura incompleta al pubblico. Liberta-dei-media-democrazie-e-stabilita.jpgCome si spiega questa disattenzione?

<<Oggi i Balcani rappresentano nell’immaginario del pubblico un insieme di paesi guidati da leadershipoccidentali: l’importanza di questa area da un punto di vista geografico incontra, al contrario, la disattenzione dei principali media, non solo in Italia e in Europa, che ne danno un racconto spesso parziale e basato su eventi sporadici. C’è un certo strabismo che vede i Balcani al centro dell’attenzione solo nei momenti di crisi, fasi abbastanza ricorrenti e periodiche, mentre nei momenti “di calma” la regione viene fortemente marginalizzata dai mezzi d’informazione occidentali, proprio quando, invece, ci sarebbe più bisogno di una contestualizzazione più ampia. Ritengo che per avere un approccio costruttivo e di lungo periodo su quest’area sia necessario partire da uno scambio d’informazioni maggiore, cosa che al momento non avviene con regolarità>>.

L’impegno volto ad una maggiore integrazione a livello europeo è stato accolto in modo differente nell’area balcanica, che ha accolto le aperture politiche dell’Unione europea con uno sguardo rivolto agli equilibri e alle specificità nazionali. 26790308-Balcani-Southeast-Europe-bandiere-dei-paesi-Archivio-Fotografico.jpgCi sono esempi di paesi balcanici che, più di altri, si sono dimostrati virtuosi nella volontà di costruire un legame saldo e sinergico con “l’altra” Europa?

<<In questi anni, i Balcani hanno giocato il ruolo di “cartina di tornasole” del progetto europeo. Momenti di crisi e momenti di forza del progetto europeo sono stati scanditi dalla capacità di portare avanti una prospettiva di allargamento alla regione balcanica. Una promessa, prima di tutto, fatta durante il summit di Salonicco nel 2003. In questo incontro è stata prospettata l’inclusione completa di tutti i paesi dell’area balcanica che, ad oggi, ha avuto un riscontro solamente parziale. Alcuni paesi sono membri a pieno titolo dell’Unione europea: la Croazia così come la Bulgaria e la Romania; altri sono candidati alla membership, come la Serbia e il Montenegro; alcuni, per esempio la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo, non hanno nemmeno la status di paesi candidati per entrare a far parte dell’Ue. Sicuramente gli stati che sono riusciti ad entrare nell’Unione europea hanno tratto grandi benefici in termini di sicurezza e sviluppo economico, mi riferisco in particolare alla Bulgaria e alla Croazia. E’ bene comunque sottolineare come anche in questi paesi sia maturata la fine del sogno europeo: per molti di loro l’Unione europea rappresentava un autentico mito, una forza esterna che avrebbe risolto tutti i problemi sul campo. La realtà si è rivelata più complicata e, al tempo stesso, più complessa di quanto molti immaginassero. Resta il fatto che nei Balcani, l’ingresso nell’Unione europea resta fuori discussione: un obiettivo di medio-lungo termine cui non si contrappongono alternative, nonostante le tante difficoltà e momenti di crisi della stessa Unione europea. Sia per chi è già dentro, sia per chi ha fatto domanda per diventare Paese-membro, l’Unione europea resta centrale negli obiettivi regionali. Nello specifico, la Serbia che, da un punto di vista delle alleanze militari, si dichiara neutralista, sostenendo di non voler entrare a far parte della NATO e conservando legami molto stretti di collaborazione con la Russia, da alcuni anni manifesta la volontà di agganciarsi, sia pure in modo non assoluto, al “treno” euro-atlantico, ponendo anch’essa l’ingresso nell’Ue come una priorità. bauOggi la situazione nei Balcani mostra una generale convergenza verso il raggiungimento di un’integrazione futura nell’Unione europea>>.

Il summit di Salonicco, come lei ha ricordato, ha posto le basi per le future discussioni sull’integrazione europea. Il vertice di Trieste, tenutosi negli scorsi giorni, può far segnare un ulteriore passo in avanti nelle relazioni politiche ed economiche tra l’Unione europea e gli stati balcanici? E’ un segnale positivo nell’avanzamento del cosiddetto “processo di Berlino”, l’apertura politico-economica voluta dalla Germania per il Sud-Est europeo. Che ne pensa?

<<Sulla questione occorre fare chiarezza. A Salonicco fu promessa la membership piena e futura a tutti i paesi dell’area balcanica. Tale promessa negli anni si è scontrata con la cosiddetta “fatica di allargamento” (periodo seguito all’ingresso della Croazia nell’Ue nel 2013, ndr), che ha trovato rispondenza in molte dichiarazioni della Commissione europea presieduta da Juncker (il lussemburghese Jean-Claude Juncker, ex-premier lussemburghese, è presidente della Commissione europea dal 2014, ndr). La Commissione ha dichiarato che non vi saranno nuovi ingressi provenienti dall’area balcanica. Sostanzialmente, l’Unione europea in questo momento ha sospeso le prospettive d’inclusione di questi paesi. Il “processo di Berlino” è nato in questo contesto per continuare a tenere agganciati i paesi della regione balcanica. Una situazione, come quella attuale, rivela ben poca chiarezza sull’effettivo ingresso futuro di molti tra questi stati nell’Unione europea, come membri a pieno titolo. Si discute molto a livello europeo e non soltanto regionale, della possibilità di un’Europa “a più velocità”, dove la stessa membership assuma un valore differente rispetto al passato. Il “processo di Berlino” ha un fondo di ambiguità rispetto ai suoi fini: vuole essere un insieme di iniziative che hanno come obiettivo finale quello di avvicinare i paesi balcanici all’Unione europea oppure un processo alternativo, di natura progressiva, che non consegua il raggiungimento di un’inclusione a pieno titolo? Questo punto interrogativo non è stato sciolto. Si può notare che, ad oggi, vi sono proposte di politiche regionali che non hanno come finalità l’allargamento della membership ai paesi dell’area balcanica>>.berlin-process-1

Il percorso verso un’integrazione inclusiva e condivisa è stato complicato da una serie di fenomeni che hanno interessato l’Europa: la distanza tra Bruxelles e i Balcani si è improvvisamente ridotta con l’incremento dei flussi migratori ad Est che, a partire dalla Grecia, hanno coinvolto molti paesi situati lungo la “rotta balcanica”.  Una problematica comune che ha rivelato l’incapacità dell’Unione europea di trovare una soluzione efficace e complessiva. Come è stata percepita, tra la popolazione balcanica, questa situazione?

<<Per quanto riguarda la popolazione, gli umori sono stati fortemente condizionati dall’atteggiamento dei vari governi nazionali: i Paesi dell’area già membri dell’Unione europea hanno faticato, più degli altri, nella gestione sia della crisi in sé sia nel rapporto con l’opinione pubblica. Gli stati membri dell’Ue, in particolare, sono firmatari degli accordi di Dublino e quindi sono vincolati a farsi carico dei flussi in transito sul proprio territorio. La Bulgaria è un caso evidente di comunicazione politica basata soprattutto sulla paura, alimentata dal pericolo di una permanenza sul territorio bulgaro di gran parte dei migranti. Questo Paese sente di non avere le risorse e, per la verità, nemmeno la volontà, necessarie per trattenere ed integrare numeri importanti di migranti entro i propri confini. Altri paesi, come la Serbia, hanno vissuto questo fenomeno come un problema di sicurezza e di difficoltà di fronte ad una crisi umanitaria, con la consapevolezza però di dover gestire un flusso in transito, adottando quindi decisioni che favorissero il rapido attraversamento dei migranti sul territorio nazionale per fare in modo che questi raggiungessero, nel più breve tempo possibile, le rispettive destinazioni finali, solitamente Austria, Germania ed Europa del Nord. 1457523618-lapresse-20160309103739-18033393.jpgQuesta, per così dire, minore responsabilità del governo serbo rispetto a quello bulgaro ha creato delle condizioni di minore pressione e allarme tra la popolazione sul fenomeno migratorio>>.

La scena politica nell’area balcanica risulta composita e presenta specificità nei diversi paesi: a livello macro-regionale, nell’Europa dell’Est, si assiste ad una progressiva saldatura tra vecchie e mai sopite rivendicazioni nazionaliste cariche di odio e intolleranza etnica e una retorica populista dai toni aggressivi. La figura di Viktor Orbán in Ungheria esemplifica questa pericolosa convergenza. Qual è il quadro politico nei Balcani?

<<Sicuramente è un fenomeno molto sfaccettato. Parlerei di una nazionalismo balcanico che si presenta sotto differenti aspetti: i paesi dell’area che ancora non fanno parte dell’Unione europea non si sono spinti sulla strada dell’anti-europeismo, rivendicando spesso l’identità europea nei momenti di maggiore marginalizzazione. Non c’è una spinta all’esclusione nei confronti degli altri paesi europei, si preme piuttosto su un pieno riconoscimento e un’appartenenza di diritto all’Europa. Esclusione si può riscontrare nei confronti dei “nuovi arrivati”, in particolare i migranti. Ci troviamo di fronte ad un processo politico in divenire, nuovo per la regione, alla luce anche delle attuali circostanze. Bisogna tenere presente che i Balcani non sono stati interessati, perlomeno in tempi recenti, da ondate migratorie interne piuttosto hanno visto gran parte della popolazione emigrare fuori dalla regione. pressione_migranti_915Un fenomeno che proprio per la sua novità risulta di difficile gestione e che vede risposte politiche ancora in fase di definizione. La differenza tra l’Ungheria, Paese membro dell’Ue, politicamente forte, che sente di poter “battere i pugni sul tavolo” in Europa e i paesi balcanici, ad oggi, è proprio questa: molti governi della regione utilizzano in modo strumentale il linguaggio delle istituzioni europee per rendere il loro discorso politico accettabile agli occhi dell’opinione pubblica. Per tornare all’esempio bulgaro, il governo di Sofia fa di tutto per tenere i migranti fuori dai propri confini, tuttavia, utilizza lo stesso linguaggio della Commissione europea, accetta i piani europei di ridistribuzione dei migranti sul proprio territorio, consapevole della scarsa volontà della maggior parte dei richiedenti asilo di risiedere stabilmente nel Paese. Si presenta, dunque, un equilibrio difficile>>.

Una delle prerogative per l’ingresso nell’Unione europea è il rispetto dei diritti civili e delle libertà personali, principi alla base della cittadinanza occidentale. Come hanno affrontato la questione gli Stati nazionali dopo la fine della guerra e la conseguente disgregazione della federazione jugoslava? assemblea11-310x165Contrapposizioni etniche e religiose hanno spesso minato la sicurezza individuale e collettiva, lasciando sul terreno violenze e discriminazioni.

<<Parliamo di una serie di specificità che riguardano l’area fin dalla dominazione ottomana. Nell’impero ottomano la questione della cittadinanza veniva posta in termini religiosi. La fede religiosa era considerata come il principio-base dell’essere pienamente cittadino, un fenomeno ereditato dagli stati balcanici sorti dalle sue ceneri. Ancora oggi, specie nei Balcani occidentali, si paga l’eredità degli anni ’90: la guerra e la dissoluzione della Jugoslavia hanno fratturato l’entità statale su linee religiose ed etniche. Questo ha portato alcuni paesi all’edificazione di uno Stato mono-etnico e mono-religioso. L’omogeneità etnica è un tratto distintivo di molte nazioni balcaniche oggi, penso alla Slovenia, alla Croazia e allo stesso Kosovo. Questi paesi sono costruiti su un blocco etnico abbastanza monolitico. Altri stati conservano una forte varietà etnica e religiosa al proprio interno: la Bosnia-Erzegovina, per esempio, a seguito degli accordi di Dayton (trattato plurilaterale siglato nel 1995 che ha sancito la fine della guerra nel Paese, ndr), non ha potuto beneficiare, nonostante la pace raggiunta, di un equilibrio stabile e duraturo. e9c62ce4aecd6f65d38c0bfc963dfa40.pngTutt’oggi lo Bosnia, caso particolare nella regione, è uno Stato che poggia su un delicato equilibrismo tra le varie minoranze interne che corrispondono in modo diretto a gruppi etnico-religiosi, ad oggi, veri e propri detentori del potere in molte zone del Paese>>.

L’Islam si è storicamente imposto in Bosnia-Erzegovina: il Paese è stato sempre al centro di scambi e contatti con le comunità musulmane extra-regionali. Negli ultimi anni, la realtà sociale e religiosa bosniaca si è nuovamente polarizzata, presentando manifestazioni di aperta discriminazione verso la minoranza cristiana cattolica e ortodossa, nonché risultando terreno fertile per l’estremismo islamista, punto di partenza e approdo, nell’Europa dell’Est, per foreign fighters e giovani radicalizzati alle idee della jihad.

<<Ritengo utile contestualizzare il fenomeno del radicalismo religioso in Bosnia in un più ampio quadro europeo. Non bisogna dimenticare che la maggior parte dei foreign fighters forniti allo Stato islamico vengono dai paesi dell’Europa occidentale. Tuttavia, anche nei Balcani resta un fenomeno presente e preoccupante che va letto molto spesso in relazione alla salute dello Stato, nelle sue istituzioni, con l’economia e l’inclusionesociale. BosniaIslamCertamente è un aspetto che può avere degli effetti negativi sulla stabilità del Paese. La stessa questione della stabilità è problematica, come rivelano i proprio i casi della Bosnia e del Kosovo, perché si fonda sull’equilibrio tra clan politici, tutt’altro che decisi a “mollare l’osso”. L’estremismo islamico va dunque inquadrato in un’analisi di contesto più ampia. Senza dubbio, come ho detto, può essere la reazione di una parte del Paese, soprattutto giovane, che si sente marginalizzata e, al tempo stesso, desiderosa di un cambiamento tramite il ricorso agli strumenti della violenza e sulla strada, appunto, dell’estremismo etnico e religioso>>.

In che modo le dinamiche politiche che hanno riguardato il Kosovo, autoproclamatosi indipendente dalla Serbia nel 2008, hanno impattato sulle decisioni e nelle strategie adottate dagli Stati della regione?  

<<L’indipendenza del Kosovo si è dimostrata particolarmente complessa al di là delle modalità con cui si è giunti a proclamarla, tra queste va peraltro ricordato l’intervento militare della NATO. Il Kosovo godeva di uno statusparticolare all’interno della federazione jugoslava: non era riconosciuto come uno degli stati membri della federazione, ma era una provincia autonoma all’interno della Serbia. A=--Tutto ciò ha portato ad una serie di diatribe, di tipo anche legale, che coniugavano la volontà e la possibilità, da parte del Kosovo, di vedersi riconosciuta la propria indipendenza. Bisogna ricordare che nell’Unione europea, 5 stati su 28 paesi membri non hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Nazioni, quelle che hanno votato contro il riconoscimento, che hanno problemi di rivendicazioni interne e tensioni tra le minoranze etniche: tra queste Spagna, Cipro, Grecia, Romania e Slovacchia. A livello regionale è emerso un approccio molto pragmatico nell’affrontare la questione. La Serbia ancora oggi non riconosce il Kosovo come indipendente, considerandolo parte integrante del proprio territorio nazionale e ribadendolo all’interno della propria costituzione, recentemente modificata. Macedonia e Montenegro hanno riconosciuto l’indipendenza dell’ex provincia autonoma, così come la Croazia. La Bosnia, ancora una volta, risulta un’eccezione: il riconoscimento del Kosovo è infatti complicato dalle tensioni etniche presenti nel Paese. Una condizione che non ha permesso di trovare un solido consenso interno. Prima tra tutte le nazioni dell’area, l’Albania si è spesa molto, data la sua vicinanza etnica al Kosovo, per l’indipendenza del Paese, considerato il secondo stato albanese nei Balcani. Sono vive molte ipotesi politiche che vedono un’unificazione tra Kosovo e Albania. Queste voci, sia pur minoritarie, non vengono del tutto scartate dal tavolo>>.

Il recente ingresso del Montenegro nella NATO modifica il panorama delle alleanze militare dentro e fuori la regione balcanica: in particolare, come si evolveranno le relazioni tra la Russia e molti dei paesi dell’area che da tempo hanno abbandonato la linea politica del Cremlino?

1653407<<Buona parte dei paesi balcanici fa parte della NATO. La notizia è stata accolta, dai vicini, in modo positivo. La scelta euro-atlantica del Montenegro è frutto della decisione maturata all’interno della leadershippolitica montenegrina, mentre a livello popolare questa scelta è stata contestata fino alla vigilia dell’ingresso: più della metà della popolazione si è mostrata scettica, contraria all’ingresso del Montenegro nella NATO. Il Paese su cui la situazione montenegrina si riflette maggiormente è proprio la Serbia. Belgrado ha fatto una scelta neutralista, mantenendo una relazione attiva con la Russia, presentandosi oggi come l’unico vero partner militare e strategico rimasto a Mosca nella regione balcanica. Vedere gli “ex-fratelli” del Montenegro fare una scelta molto diversa ha inciso sugli equilibri della politica estera serba. Per gli altri paesi balcanici, come detto, questa adesione si inserisce nel programma di espansione della NATO nel Sud-Est europeo>>.

In queste settimane si è inasprita la contesa diplomatica nei negoziati tra la Repubblica macedone (FYROM) e la Grecia riguardo il riconoscimento ufficiale della “Macedonia” come entità nazionale associata in maniera univoca all’ex repubblica jugoslava. L’accordo sul nome va ben oltre il semplice aspetto formale, non è vero?

<<Nel 1991 quando la Repubblica di Macedonia ha dichiarato la propria indipendenza dalla Jugoslavia, assumendo questo nome costituzionale. La Grecia ha immediatamente obiettato la scelta di questo nome ritenendo che tale scelta potesse nascondere mire espansionistiche dal momento che, la regione settentrionale della Grecia, si chiama appunto Macedonia. downloadI greci ritengono che “Macedonia”, in primo luogo, afferisca ad un’eredità storica solo greca che, parte dalla figura di Alessandro il Macedone e abbraccia il vasto mondo della Grecia antica. Atene ha in seguito riconosciuto la Macedonia, come Stato sovrano e indipendente, ma solo con l’acronimo FYROM, Former Yugoslav Republic of Macedonia. La diatriba sul nome si è trascinata fino ad oggi: la Grecia ha cercato in ogni modo di impedire alla Repubblica di Macedonia il nome con cui aveva scelto di identificarsi, bloccando, di fatto, il possibile ingresso del Paese all’interno della NATO e dell’Unione europea. La Macedonia è uno Stato candidato a diventare membro dell’Ue dal 2005, ma non ha potuto aprire alcun capitolo negoziale proprio a causa del veto della Grecia. Nel 2008, infine, Atene ha bloccato definitivamente l’ingresso della Macedonia non solo nell’Ue ma anche nella NATO. Siamo di fronte infatti ad un Paese estremamente fragile, sia da un punto di vista dei rapporti etnici sia sotto l’aspetto economico. La fine della prospettiva di integrazione euro-atlantica ha creato una situazione interna sempre più pesante, segnata da divisioni politiche profonde tali da generare una forte spaccatura tra gli schieramenti di destra e di sinistra. Il centro-destra, a lungo al potere in Macedonia, ha fatto di tutto per non cedere alcun margine alla compagine di centro-sinistra. Negli ultimi mesi, dopo scandali e inchieste che hanno coinvolto personalità importanti della precedente amministrazione, il centro-sinistra che oggi guida il Paese è riuscito a sciogliere un impasseistituzionale che durava da ormai due anni, iniziando una politica di pacificazione nei confronti degli Stati vicini, su tutti la Grecia e la Bulgaria, con la speranza di rilanciare il processo di integrazione su più fronti>>.

Il premier albanese Edi Rama, in carica da quattro anni, ha intrapreso una decisa azione di rinnovamento nella politica del suo Paese, insistendo sul doppio binario della modernizzazione democratica delle istituzioni e del libero scambio commerciale come garanzia di stabilità per l’intera area balcanica. Come giudica questa apertura ad Occidente da parte dell’Albania?rama_grande_albania

<<Non credo ad una maggiore apertura ad Occidente da parte dell’Albania. Ritengo sia opportuno parlare di un processo che si inscrive in continuità con il recente passato, una linea rossa che percorre il Paese dal 1991. Quello che è cambiato riguarda l’avvicinamento dell’Albania al progetto europeo, anche come futuro Stato membro: fa già parte della NATO e vive un momento di vitalità economica dopo un periodo di estrema povertà e marginalità politica. Il nuovo governo albanese guidato dal premier Edi Rama, un passato da artista e da sindaco della città di Tirana, ha adottato nuovi simboli e innovato nel linguaggio, cercando di colmare un gap, quello tra il Paese e il resto d’Europa, fino a poco tempo fa incolmabile. Esiste questo detto: “Il sole dell’Albania sorge sempre ad Occidente”; abbastanza vero per quanto riguarda il periodo immediatamente successivo alla caduta del regime comunista (Enver Hoxha guidò l’Albania dalla fine del secondo conflitto mondiale fino alla sua morte nel 1985, ndr), un momento dove ci sono stati passaggi complicati dall’instabilità interna. Molti di questi problemi oggi sono solo un ricordo e hanno permesso un concreto avvicinamento all’Europa>>.

Nel complesso panorama etnico balcanico si è imposta, in modo ricorrente in questi decenni, la questione dell’esistenza di un’unica lingua come patrimonio condiviso per superare le differenze. Lo scorso Marzo, molti intellettuali bosniaci, serbi e croati hanno firmato a Sarajevo una Dichiarazione nella quale affermano l’importanza di una lingua comune per voltare pagina, in modo definitivo, rispetto  alle contrapposizioni sorte negli anni ’90 tra le ex-repubbliche sovietiche.

balcani_crescono_5002<<La lingua comune è stata uno dei temi che ha accompagnato la dissoluzione della Jugoslavia. Una questione innanzitutto politica: durante la guerre balcaniche negli anni ’90, la lingua degli slavi del Sud era il serbo-croato o croato-serbo. Quando in seguito le politiche nazionaliste hanno portato alla disgregazione della Jugoslavia, ognuno degli stati sorti dalle sue ceneri ha rivendicato una propria lingua, unica e diversa da quella dei paesi vicini. Sono nati così il serbo, il croato, il montenegrino e il bosniaco come lingue separate: resta il fatto che tutte sono intellegibili tra loro. Tra gli intellettuali più che tra i politici e, in generale, nel mondo della cultura si è ribadito ulteriormente, a seguito di diverse dichiarazioni, che si fa riferimento ad un’unica lingua che presenta delle varianti regionali. Da un punto di vista scientifico, questa è una realtà di certo non nuova e assodata; sotto il profilo politico, la lingua apre una questione oggetto di discussione, visto che l’esistenza di più lingue separate ed uniche nella loro specificità è l’elemento su cui si è innestata l’identità etnico-politica di questi paesi. Un discorso che tocca due direzioni parallele>>.

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Intervista pubblicata su eastwest.eu

http://eastwest.eu/it/opinioni/european-crossroads/balcani-terra-di-confine-patchwork-di-etnie

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