Cagionevole, lo stato di salute dei diritti e delle libertà civili in Polonia. Il cammino democratico del Paese, membro dell’Unione europea dal 2004, segna oggi una fase storica di rinnovata incertezza, dopo gli importanti progressi registrati in campo politico e socio-economico nei primi anni ’90. images (1)Sforzi, culminati nel processo di integrazione europea, che ha posto in rilievo prerogative quali il raggiungimento della stabilità di bilancio, il rispetto dello Stato di diritto, un più ampio pluralismo politico e la tutela delle libertà civili. Stabilność, in polacco, “stabilità” e “sostenibilità”, assume nuova valenza nel panorama socio-politico nazionale. Oggi la Polonia è una democrazia “insostenibile”. Un Paese scisso, dove la contesa politica è animata da prospettive divergenti, tra identità europea, progressista e liberale e identità nazionalista, ultra-conservatrice e tradizionalista. Le schermaglie partitiche, anche interne agli stessi schieramenti, tradiscono le richieste di tutela e assistenza sociale invocate dai cittadini in nome del rispetto, costituzionalmente riconosciuto, dei diritti civili. Presupposto della Polish renaissance degli anni ’90 è stato la (ri)costruzione delle strutture “minime” di una società democratica: un’ampia rappresentanza politica, un governo legittimato dal voto popolare ovvero degli assetti amministrativo-burocratici centralizzati ed efficienti. Dal secondo dopoguerra ad oggi, la realizzazione di una democrazia di impronta europea e liberale ha poggiato sul concetto di solidarność (“solidarietà”), valore assurto a fede nel nuovo progetto nazionale, basato sulla condivisione dei valori cristiano-cattolici e sulla collaborazione proattiva tra Chiesa e amministrazione pubblica in opposizione al precedente “ateismo di Stato”, cui aveva prestato giuramento la Polonia comunista. Allo stadio democratico e allo Stato costituzionale si giunge dopo un lungo e accidentato percorso, esito insperato dopo le molte sofferenze e violenze patite dalla popolazione, dimostrazione di una coraggiosa prova di forza da parte dei cittadini polacchi innanzi all’oppressione del dominio sovietico e del conseguente peso, culturale e sociale, valoriale e ideologico, del comunismo. L’influenza avuta da eminenti personalità, su tutte Karol Józef Wojtyła e Lech Wałęsa, ha scaturito un moto d’orgoglio nella coscienza di milioni di cittadini nel Paese. Sensibilità diverse si sono confrontate e hanno gettato le basi per il futuro della “nuova” Polonia. download (1)Molte delle battaglie civili, condotte oggi da minoranze di giovani attivisti, non trovano largo sostegno nella cittadinanza: soprattutto nelle generazioni più anziane e tra le fila dell’elettorato conservatore, restie al progressismo economico e sociale del Paese e non meno guardinghe nel riconoscere nuovi diritti e libertà civili, è possibile riscontrare una certa diffidenza, accentuata nelle zone rurali e meno sviluppate del Paese. La partita dei diritti si gioca dunque su più fronti. La Polonia è una nazione giovane e dinamica (l’età media è di 38 anni, il 29% della popolazione ha meno di 19 anni), con potenzialità di crescita socio-economica molto alte (al 43° posto nell’Indice di Sviluppo Umano (ISU) con un saldo positivo nel rapporto tra tasso di natalità/mortalità). Tuttavia, ricchezza e livelli di istruzione presentano disomogeneità nel tessuto sociale, dove molto forte resta lo scarto generazionale: anziani e giovani (vecchi e nuovi “combattenti” per il riconoscimento e la tutela delle libertà civili), hanno un differente accesso all’informazione e, soprattutto, un retroterra culturale che assume ancora oggi, nel caso dei più anziani, la morale religiosa come fattore preminente nella vita pubblica e nelle decisioni politiche. Molto è stato fatto per uniformare il Paese, eppure, l’ascesa al potere del partito di destra Diritto e Giustizia (Pis) nell’ottobre 2015, ha riportato le lancette dell’orologio indietro nel tempo, soprattutto nel campo della tutela dei diritti personali e nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulle problematiche sociali. Sintomatico l’approccio del governo sulla questione dell’aborto. Per quasi quarant’anni, fino al 1993, nel Paese è stata autorizzata e resa gratuita l’interruzione volontaria di gravidanza: l’esecutivo polacco, conservatore di orientamento statalista e cattolico, ha disposto severe restrizioni volte ad estendere il divieto di aborto  ai casi di stupro e di malformazione del feto, in aperto contrasto con una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che già nel 2012 condannava il Paese per la violazione dell’articolo 8 della CEDU [CEDU v. POLONIA – 30.10.2012]. diritto_ue-290x190Numerose manifestazioni di piazza e il clamore mediatico suscitato dalla vicenda portarono al ritiro dei provvedimenti in materia. Su fronti contrapposti, giovani donne e militanti cattolici, nonché importanti esponenti della Chiesa polacca, ponevano in discussione lo storico “compromesso” sull’aborto del 1993, raggiunto nella temperie della modernizzazione degli assetti della società polacca avviata nella fase post-comunista degli anni’90. In un Paese dove le associazioni cattoliche e l’influenza politica della Chiesa mettono sotto pressione, tutt’ora,  l’esecutivo in carica, molti cittadini polacchi si domandano quale sia il prezzo da pagare a garanzia della stabilità politica. Si avverte nel Paese una spirale corrosiva delle garanzie democratiche e degli strumenti del confronto politico su tematiche fondamentali, dall’immigrazione al contrasto alle discriminazioni etniche e sessuali, fino alla libertà d’espressione e ai diritti della persona. Il rispetto dello Stato di diritto non può prescindere da un saldo equilibrio istituzionale e dal rispetto della carta costituzionale. La sostenibilità della democrazia polacca poggia su basi incerte, dove le aperte violazioni dei diritti e delle libertà civili si susseguono sullo sfondo di una generale instabilità politica. Da qualche anno si distingue, nel panorama politico nazionale, la debolezza dei partiti moderati: su tutti, Piattaforma Civica (PO), principale forza d’opposizione,  che con Donald Tusk, attuale presidente del Consiglio europeo al secondo mandato, ha guidato il Paese dal 2007 al 2014. I vertici del partito di maggioranza parlamentare Diritto e Giustizia (PiS), diretti dal leader in pectore (della Polonia) Jarosław Kaczyński, agiscono indisturbati, al pari di un governo “ombra” dell’attuale esecutivo, imponendo una linea oltranzista sulle riforme sociali. Non sortiscono alcun effetto sul governo polacco le molteplici raccomandazioni della Commissione europea, perlopiù bollate da Varsavia come valutazioni “basate su presupposti errati”. <<Le azioni di questo governo vanno contro la Polonia, contro quello che abbiamo conquistato, contro la libertà e la democrazia, oltre al fatto che ci mettono in ridicolo agli occhi del resto del mondo>>, tuonò qualche mese fa l’ex leader di Solidarność Lech Wałęsa, “primo cittadino” della nuova Repubblica di Polonia (1990-1995), osservando le prime “mosse” del governo di Beata Szydło, attuale primo ministro e vicepresidente del partito Diritto e Giustizia (PiS). 182-1-satira-kaczynski.pngAl tenace e indefesso attivismo di Wałęsa, si è aggiunto il sostegno di altri due ex presidenti, Aleksander Kwaśniewski e Bronisław Komorowski, concordi nel condannare la deriva “antidemocratica e non costituzionale” del Paese. Appelli e denunce, anche di personalità autorevoli della vita politica polacca, rimangono inascoltate e non spostano l’asse delle politiche governative, di impronta nazionalista e “solidarista”. Il programma di riforme promosso dall’esecutivo in carica, fin dai primi provvedimenti, punta ad accentrare il potere legislativo nelle mani del governo e del Parlamento. “Da quando il partito Diritto e giustizia è salito al potere, a ottobre 2015, sono state promulgate 214 riforme legislative e nuove leggi”, riporta Amnesty International nel suo rapporto sul Paese (2016-2017), “la velocità con cui sono state attuate le riforme e la mancanza di adeguata consultazione con la società civile sono state ampiamente criticate”. L’assenza di un confronto costante con le parti sociali e il controllo capillare della radiotelevisione di Stato minano ulteriormente le garanzie di sostenibilità democratica. Di “crisi costituzionale” parlano da anni molte associazioni attive in Polonia nella difesa dei diritti e delle libertà civili: la “scalata” al controllo della Corte Costituzionale rappresenta il perno dell’impianto di riforma del sistema giudiziario. Misure legislative che, come risultato da pronunciamenti della stessa Corte Costituzionale polacca in diverse sentenze (le prime due nel marzo ed agosto 2015), sono state giudicate “totalmente o parzialmente incostituzionali”. Se fosse approvato senza modifiche, il nuovo impianto normativo, in discussione parlamentare nelle scorse settimane, inciderebbe in molti ambiti della vita politica polacca, intaccando meccanismi di funzionamento fondamentali nella macchina burocratica nazionale. Ancora una volta, lo Stato di diritto è in bilico vittima del tatticismo politico e del “giuoco delle parti” tra governo legittimato dal voto popolare e partito di maggioranza. L’esecutivo vuole attribuire più ampi poteri per la nomina delle alte cariche della magistratura al Parlamento e al ministro della Giustizia, che diverrebbe, riforma approvata, dominus con nuove facoltà di assegnazione e di revoca. Un duro colpo alla terzietà e all’indipendenza del potere giudiziario, sostegno vitale di qualsivoglia liberal-democrazia che si rispetti e principio fondante della stessa Unione europea. L’ennesimo <<scontro frontale>> tra la Commissione europea e la Polonia segue lo stesso canovaccio da “commedia degli errori”, che rivela l’inadeguatezza di entrambi gli attori nel costruire un dialogo propositivo in grado di porre al centro le reciproche responsabilità negli affari politici nazionali, per ovviare e, come auspicano molti cittadini polacchi ed europei, trovare soluzioni concordate per risolvere l’emergenza dei diritti nel Paese. 165820535-b8237d83-4dbb-4d25-bbb6-2ae8b33c763dIl dossier immigrazione resta un nodo irrisolto che alimenta il controverso rapporto tra Unione europea e paesi del gruppo di Višegrad: la Polonia, sulle orme dell’Ungheria di Viktor Orbán, ha rifiutato le quote di accoglienza stabilite dall’Unione europea per la ripartizione dei migranti tra gli Stati membri, ostacolando inoltre le procedure per l’accesso alle richieste di asilo. E’ però sulla disputa riguardante il ridimensionamento dei poteri della giustizia che si consuma il redde rationem a livello nazionale ed europeo. La Commissione europea, nelle parole del suo vicepresidente Frans Timmermans, ha evocato negli scorsi giorni l’ipotesi di attivare l’articolo 7 dei Trattati europei (“bomba atomica istituzionale”, riferiscono da Bruxelles), che prevede la sospensione del diritto di voto per la Polonia in sede europea. Necessario il consenso di 22 paesi membri su 27, esclusa Varsavia, per far scattare la penalità e, ça va sans dire, a dare manforte all’esecutivo polacco potrebbero accorrere gli alleati di Višegrad, Ungheria in testa, pronti a porre il veto a qualsiasi iniziativa disciplinare europea nei confronti della Polonia. L’intreccio tra pericolo per l’indipendenza della magistratura e rispetto dello Stato di diritto agita molti interrogativi nella società polacca, con ripercussioni anzitutto sugli equilibri politici interni. L’intervento del presidente della Repubblica Andrzej Duda, sia pur tardivo, apre una faida interna allo stesso partito Diritto e Giustizia (di cui peraltro è un importante esponente). <<Una decisione difficile e coraggiosa – ha riconosciuto Wałęsa -, da vero presidente>>: il veto posto a due dei tre provvedimenti presentati dai deputati del partito di Kaczyński per innovare l’impianto giudiziario del Paese viene motivato da Duda con l’impossibilità di procedere alle riforme quando <<lo Stato diventa oppressivo e i cittadini cominciano a temerlo>>. Nello specifico, minando l’autonomia dei giudici sottoposti al controllo diretto dell’esecutivo attraverso l’arbitrio delle nomine, governative e parlamentari, alla Corte Suprema e al Consiglio nazionale della magistratura. Ancora una volta la figura del presidente funge, come peraltro previsto dalla costituzione non solo polacca, da mediatore tra le diverse istanze.  Come in passato, la difficoltosa ricerca nel trovare soluzioni di compromesso per recuperare la coesione nazionale si rivela adatta a fugare contrapposizioni contingenti. downloadL’assenza di una visione lungimirante da parte delle istituzioni nazionali ed europee,  evidenzia l’incapacità di rispondere alle grandi sfide poste ad una democrazia aperta e plurale, dove il rispetto dei diritti e la certezza del diritto sono il terreno di coltura dei valori collettivi. Temi-pilastri della costruzione europea e della storia polacca, come la difesa dei princìpi democratici e delle libertà civili, richiedono una regia politica attenta e sensibile, oltreché un interesse condiviso da parte di tutti gli attori sulla scena. Lavorare al servizio della cittadinanza impone oneri e aspettative che autorità pubbliche polacche e istituzioni europee hanno spesso disatteso non facendosi garanti del rispetto dello Stato di diritto.

img_0395Articolo pubblicato su eastwest.eu

http://eastwest.eu/it/opinioni/european-crossroads/deriva-antidemocratica-polonia

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