Raccontare la guerra, testimoniare la vita in Medio Oriente

Testimoniare è ricordare, avendo memoria, dunque, esperienza. <<Quando ti trovi in un luogo dove è in corso una guerra come il Medio Oriente o in altri teatri di conflitto, ti rendi conto, come spettatore, che la memoria di uno specifico Paese non è altro che il frutto di un insieme di situazioni che riemergono nel presente>>.

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Laura Aprati, giornalista, blogger, autrice cinematografica e televisiva, collabora con RAI e La7. Ha realizzato diverse docu-inchieste sulla guerra in molte zone del mondo.

Laura Aprati racconta, con coraggio e lucidità, l’infinita barbarie della guerra, raccogliendo testimonianze preziose, volti e storie, per rompere il silenzio dell’indifferenza. Il suo impegno umano, prima che professionale, l’ha condotta oltre la cronaca, le ha permesso di incontrare uomini, donne e bambini, dall’Albania alla Bosnia-Erzegovina fino in Medio Oriente, per ascoltare la loro voce e intercettare nei loro occhi l’espressione del dolore. La guerra muta scenario, alcune forze sul campo prevalgono su altre eppure, riconosce la giornalista, <<le atrocità dei conflitti sono le stesse>>, in ogni luogo, di qualsiasi epoca. Il suo ultimo lavoro, un reportage sui miliziani jihadisti assoldati nelle fila dello Stato Islamico, realizzato in collaborazione con Marco Bova, l’ha condotta di nuovo nelle città-trincee mediorientali. L’immagine più vivida della sua video-inchiesta è quella di un cecchino ventiduenne e di una bambina di appena cinque anni (eccoli nella fotografia che li ritrae insieme), sua compagna di sventura, anime solitarie unite sullo sfondo della guerriglia urbana che si è consumata in questi anni nella parte ovest della città irachena di Mosul, preda della furia distruttiva del “Califfato nero” dal giugno 2014 e liberata, lo scorso 9 luglio, dall’esercito iracheno e dalla coalizione internazionale a guida statunitense.

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Fonte: lauraaprati.com

Una situazione estrema, mi confida Laura Aprati, nella quale <<sevizie, torture, violenze perpetrate anche con il ricorso alle armi chimiche, hanno segnato la sorte di molte popolazioni>>, aggiungendo che si è giunti ormai ad un punto di non ritorno. <<Non è possibile domandarsi dove finisca la brutalità dell’odio ed individuare quale sia il confine tracciato dall’intolleranza religiosa o dalla conflittualità etnica>>. C’è un’attenzione, nell’efficace tessitura narrativa della giornalista, tale da permettere al pubblico di carpire l’essenza della comunità e la sensibilità degli individui, un resoconto capace di far emergere il volto umano anche dalle tenebre della barbarie. Raccontandomi dello stato di angoscia e della tensione che pervade famiglie e minoranze etnico-religiose in tutto il Medio Oriente, la nostra conversazione si concentra, seguendo un filo trasversale, sulle drammatiche vicende storiche dell’Iraq. L’attenzione ricade sulle secolari persecuzioni perpetrate ai danni degli yazidi, comunità religiosa di etnia curda, amalgama di una cultura millenaria nutrita della vivida ricchezza della macro-regione mesopotamica. Qui, nella <<culla della civiltà>>, ricorda con tono amaro Laura Aprati,  <<proprio dove è nata la cultura, tra i fiumi Tigri ed Eufrate , si succedono guerre da oltre cinquant’anni, guerre che hanno avuto vincitori e vinti, il cui esito è dipeso dal momento della contesa>>. Dietro le forze contrapposte sul campo di battaglia ci sono storie di una quotidianità divenuta insostenibile, civili che subiscono brutali crimini commessi dalle milizie filo-governative responsabili, ieri nell’Iraq di Saddam Hussein, oggi nella Siria Bashar al-Assad, della medesima e reiterata virulenza oppressiva dello Stato Islamico, individuato come il “nemico comune” da sconfiggere, qualsiasi costo comporti. Necessario, dunque, “problematizzare” il valore della dignità individuale e della responsabilità delle azioni umane, assente in molte narrazioni di guerra, attraverso testimonianze dirette e memorie del passato.

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La statua del dittatore iracheno Saddam Hussein tirata giù dalla folla in piazza Firdos a Baghdad, il 9 aprile del 2003

<<Per comprendere davvero i fatti – sottolinea Aprati -, la memoria è fondamentale: l’assenza di memoria non ti permette di ricostruire le vicende di quel Paese, impedendoti di cogliere appieno le dinamiche che hanno portato ad una determinata situazione. Ci sono paure ancestrali e nuovi timori e solo un’attenta analisi, in un’ottica geopolitica, permette di coglierne i singoli aspetti>>. Scrive Gabriel García Márquez“Non immaginava fosse più facile cominciare una guerra che finirla”. Attraverso il personaggio del colonnello Aureliano Buendìa, l’autore di “Cent’anni di solitudine” rammenta al lettore l’arbitraria banalità del male scaturito dalle guerre, che degrada il singolo individuo, la sua famiglia, la comunità in cui vive. Un male che, tuttavia, non è mai banale nelle sue drammatiche conseguenze.

Il dibattito sull’attualità trascura erroneamente l’importanza della memoria come elemento centrale nella narrazione dei fatti. Questo aspetto è vitale nella sensibilità delle testimonianze di guerra, dove lo sguardo di tutti i soggetti coinvolti converge in un unico racconto. Può confermarmelo la sua esperienza? 

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Miliziani dello Stato Islamico (Daesh) in un video di propaganda jihadista

<<La memoria è sempre fondamentale. Quando ti trovi in un luogo dove è in corso una guerra come il Medio Oriente o in altri teatri di conflitto, ti rendi conto, come spettatore, che la memoria di uno specifico Paese non è altro che il frutto di un insieme di situazioni che riemergono nel presente. La memoria infatti nasce da uno stato di cose attuale. Prendiamo il caso dell’Iraq, Paese nel quale abbiamo molte e diverse comunità: sunniti, sciiti, cristiani, sia siriaci che cattolici nonché ortodossi, yazidi. Un mondo dove tu, raccogliendone le testimonianze, capisci anche come si è stratificato l’odio: l’uso di armi chimiche da parte di Saddam Hussein e la dura repressione contro la comunità sciita nel Paese, l’eterna conflittualità mediorientale tra sciiti e sunniti, le minacce alla minoranza cattolica, il pesante sospetto che grava sullo zoroastrismo degli yazidi, terrorizzati oggi da Daesh e da sempre perseguitati dal radicalismo sunnita. Per comprendere davvero i fatti, la memoria è fondamentale: l’assenza di memoria non ti permette di ricostruire le vicende di quel Paese, impedendoti di cogliere appieno le dinamiche che hanno portato ad una determinata situazione. Ci sono paure ancestrali e nuovi timori e solo un’attenta analisi, in un’ottica geopolitica, permette di coglierne i singoli aspetti>>.

La frammentarietà etnica è fattore costitutivo del quadro politico-sociale del Medio Oriente. La nascita e l’espansione dello Stato Islamico (Daesh) in molte aree ha contribuito ad inasprire ulteriormente le ostilità tra le minoranze o si è attivato un meccanismo di costruzione di un “nemico comune” che ha portato ad una non meno pericolosa e strumentale “solidarietà armata”?

<<Hai toccato un punto fondamentale con la tua domanda. Il discorso di Daesh come “nemico comune” mi è stato confermato da molte persone di cui ho raccolto la testimonianza, siano essi curdi, iracheni o yazidi. Tutti mi hanno detto di essere uniti di fronte ad un nemico comune e solo perché ora c’è un nemico comune. Il domani resta, per molti di loro, incerto. images.jpgTanti si domandano come e, ancora una volta, perché si sia costruito un nemico comune, quali siano i risvolti politico-economici della sua presenza, chiedendosi se, sconfitto questo nemico, un altro manterrà uno status di costante tensione in alcuni territori oggetto di aspre contese. Non dobbiamo dimenticare che prima di Daesh si è imposto AlQāʿida: lo Stato Islamico nasce da una costola di Al-Qāʿida, si è formato assorbendo molti dei membri di quest’organizzazione presenti in diverse zone del Medio Oriente. Perché ha resistito e che funzione ha negli equilibri regionali? Il nemico non è più individuato come nel passato, come nelle crociate o nelle guerre di religione. Eppure le atrocità dei conflitti sono le stesse del Medioevo. Oggi vi sono necessità che definirei sovranazionali che determinano le dinamiche locali. Se così non fosse, non staremmo di certo assistendo alla guerra che si protrae ormai da sei anni in Siria: è evidente che non vi sia, da parte della comunità internazionale, una scelta precisa sul destino politico di Bashar al-Assad e sulle forze che lo sostengono. La caduta del presidente siriano può scaturire un meccanismo che andrebbe a coinvolgere il governo di Teheran e la comunità sciita iraniana, storici sostenitori di Assad e, da un altro lato, la Turchia, senza contare il rischio di una possibile escalation militare con l’utilizzo di armi chimiche o atomiche. Per mantenere un labile equilibrio geopolitico si tiene in vita una guerra da oltre sei anni>>.

Le rivendicazioni territoriali avanzate da molte minoranze presenti in Medio Oriente, hanno esacerbato un odio profondo tra la popolazione, fagocitando rancori mai del tutto sopiti: spesso si è assunto come principale fattore, per analizzare le tensioni regionali, la religione e le storiche conflittualità inter-etniche. Risulta altresì difficile comprenderne le cause e, parimenti, restituire al pubblico un quadro fedele della drammatiche conseguenze nella realtà. Da dove partire?

images (1)<<Parliamo di un discorso legato, che intreccia molti fattori. Si è creato un circolo vizioso nel quale risulta difficile constatare la preminenza di un fattore specifico. Non sappiamo distinguere se alla base vi sia una questione politica o una questione religiosa. Dobbiamo pensare a questi territori, tornando all’esempio dell’Iraq, come ad un insieme dinamico che si è evoluto nel tempo: siamo in Mesopotamia, la culla della civiltà. Eppure proprio dove è nata la cultura, tra i fiumi Tigri ed Eufrate, si succedono guerre da oltre cinquant’anni, guerre che hanno avuto vincitori e vinti, il cui esito è dipeso dal momento della contesa. Sevizie, torture, violenze perpetrate anche con il ricorso alle armi chimiche, hanno segnato la sorte di molte popolazioni: non è possibile domandarsi dove finisca la brutalità dell’odio ed individuare quale sia il confine tracciato dall’intolleranza religiosa o dalla conflittualità etnica. Per certi aspetti, la situazione politica mediorientale ricorda la Bosnia dopo la caduta di Tito. Un mondo, quello balcanico, in fermento, che ha convissuto forzosamente fino alle soglie della Prima Guerra mondiale: le necessità sovranazionali prevalsero mantenendo unite in blocco etnie in conflittualità tra loro. La dittatura in Jugoslavia ha riproposto la dialettica vincitori e vinti, con tutta una serie di atrocità e rivendicazioni virulente. Siamo arrivati ad un punto in cui si è giunti oltre, al di là di qualsiasi categoria e responsabilità specifica. Occorre studiare a fondo un territorio per poterlo comprendere e non è purtroppo possibile riuscirci perché in Occidente non viviamo più in una situazione di guerra>>.donne-iraniane.jpg

L’impatto della guerra ha un effetto dirompente all’interno del nucleo familiare: nei suoi reportage, lei ha cercato di indagare le trasformazioni che subiscono le relazioni umane nelle situazioni di conflitto. Quali aspetti l’hanno maggiormente colpita?

<<Uno parte dello studio che ho condotto sul Medio Oriente si incentra proprio sui rapporti e gli equilibri familiari, spesso stravolti dalle circostanze: figli che vedono il loro padre, fino a quel momento l’unica autorità all’interno del nucleo familiare e della sfera domestica, restare inerme, incapace di assumere decisioni, sopraffatto dal turbine degli eventi. Al contrario, la madre e, in senso lato, le donne, prendono il controllo della situazione procurandosi da mangiare, riportando acqua e medicine, gestendo la famiglia e valutando cosa fare e non fare. Il quadro familiare subisce uno scompenso rispetto agli equilibri tradizionali: alcuni uomini e ragazzi accettano la situazione mentre altri rigettano questo stato di cose. Nascono in questo modo, sullo sfondo della guerra, problemi interni alle stesse famiglie. E’ una questione psicologica estremamente delicata che può accentuare ulteriori traumi oltre a quelli derivanti delle ostilità belliche>>.

La nozione di “confine” come “separazione spaziale” sembra aver perso il suo significato originario, ridefinendo le coordinate interne ed esterne dello Stato. Un caso specifico è il Libano, terra di rifugio per molte popolazioni in fuga da Iraq e Siria.

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Donne e bambini in un campo profughi libanese al confine con la Siria

Il Paese, che accoglie circa due milioni di profughi e rifugiati su una popolazione complessiva di quasi cinque milioni di abitanti, esemplifica la trasformazione del Medio Oriente in spazio “aperto” dove si intrecciano le esistenze quotidiane di individui diversi per nazionalità, religione e cultura. 

<<In Libano si è raggiunto uno strano equilibrio che lascia stupefatti. La popolazione libanese si è fatta carico di un numero notevole di profughi e rifugiati. Queste persone, è bene ricordarlo, sono in fuga solo temporaneamente. Nessuno mi ha confidato di volersene andare via per sempre dalla propria terra, loro vogliono tornare nelle loro case, nel loro paese, alla loro vita. Però vivono una situazione di fuga permanente, perseguitati dalle bombe, dai colpi improvvisi messi a segno dai cecchini, dagli attacchi terroristici. Altro dramma sono gli stupri sulle donne: un uomo che non può far uscire di casa sua moglie o sua figlia si sente necessariamente in fuga, alla disperata ricerca di un futuro diverso. Il pensiero, tuttavia, non muta indirizzo, torna sempre alla realtà vissuta nel proprio paese>>.

 

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